SCAFFALE LECCHESE/333: la letteratura milanese si è formata anche qui

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«Nel corso del XVIII secolo il piccolo borgo di Malgrate, abitato da pescatori, barcaioli, filandieri, affacciato sulla riva del Lario, ha ospitato i migliori esponenti dell’intellettualità lombarda, e non solo, radunati da un dotto canonico, appartenente alla famiglia degli Agudio, illustre prosapia divisa in molti rami, antica a Malgrate, arricchitasi con i traffici mercantili nel corso dei secoli precedenti. Questo singolare personaggio risponde al nome di Giuseppe Candido, uomo di buoni studi, letterato e poeta, dipinto da tutti i suoi biografi come bonaria figura di prelato “ricco, faceto, colto e generoso”.»
01_Candido_Agudio.jpg (228 KB)Così ci racconta Gianfranco Scotti (nel libro “Un casato “Trasformato” scritto in collaborazione con altri autori), che ricorda come il canonico ospitasse nei mesi autunnali i componenti dell’Accademia dei Trasformati, di cui egli stesso era membro. Storia lunga, quella di tale accademia: ci limitiamo a dire che era un cenacolo di intellettuali milanesi in contrapposizione alla imperante Arcadia e intenti a svecchiare la letteratura.
04_Francesca_Manzoni_ritratto.jpg (48 KB)Di quest’accademia abbiamo visto fare parte, tra gli altri, anche la poetessa Francesca Manzoni (1710-1743) e il poeta milanese Domenico Balestrieri (1714-1780) che doveva gradire non poco l’ospitalità dell’Agudio visto che paragonava Malgrate addirittura al paese della cuccagna.
La lista dei “trasformati” è comunque lunga e non ci pare il caso, qui, di stare a inseguirli uno per uno, semmai avessero lasciato scritto qualcosa dei loro soggiorni malgratesi.
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Ci suggestiona, invece, il dettaglio che se Milano era la “capitale”, la sua campagna non si sottraesse alle temperie culturali delle varie epoche. In questo caso, all’affermarsi di quella letteratura dialettale milanese che sarebbe arrivata a splendere con l’ottocentesco Carlo Porta, ma veramente valorizzata soltanto nel secondo Novecento.
Che il dialetto milanese abbia prodotto una propria letteratura d’alto livello oggi è dato per scontato. All’epoca del canonico Agudio e dei Trasformati la situazione era ancora tutta in fieri. Il comporre versi in dialetto era più un gioco, un divertimento, un esercizio di stile, per una classe intellettuale ancora compressa tra il latino e l’italiano ampolloso codificato nel XVI secolo.
06_Francesco_Cherubini_Collezione.jpg (64 KB)Per individuare tracce lecchesi in questa lunga storia, sono almeno tre i titoli di riferimento. Il punto di partenza, in realtà, sarebbe la “Collezione delle migliore opere scritte in dialetto milanese”, opera in dodici volumi pubblicata tra il 1816 e il 1817 da quel Francesco Cherubini (1789-1851) che già nel 1814 aveva abbozzato un “Vocabolario Milanese-Italiano” che avrebbe poi pubblicato in versione definitiva tra il 1839 e il 1856. Sostanzialmente “codificando” il dialetto di questa parte della Lombardia secondo la parlata del capoluogo.
“Collezione” e “Vocabolario” furono autentiche pietre miliari. Se il “Vocabolario” è stato e viene ancora riproposto in diverse edizioni, La “Collezione”, invece, non è materiale a portata di mano (conservata in pochissime biblioteche, non esistono edizioni moderne).
Facciamo dunque riferimento ai due volumi dell’“Antologia meneghina” pubblicata nel 1900 a Bellinzona (e poi riedita nel 1915 a Milano) dal commediografo, librettista ed egli pure poeta dialettale Ferdinando Fontana (1850-1919). Opera che gli editori Meravigli e Lampi di Stampa hanno riproposto in edizioni moderne.
08_Claudio_Beretta_Letteratura_milanese.jpg (66 KB)Un secondo volume è la “Letteratura dialettale milanese” di Claudio Beretta pubblicata da Hoepli nel 2003.Titolo uguale (“Letteratura dialettale milanese”) per i due volumi pubblicati dall’Editrice Salerno nel 2022 nell’ambito di un più complessivo progetto sulle grandi letterature dialettali d’Italia.
Tra l’opera di Fontana e le altre due, c’è di mezzo oltre un secolo, durante il quale si è compiuto il processo di dare piena dignità al dialetto per quanto ormai stesse imboccando la strada della scomparsa. Nel frattempo, inoltre, altre opere trascurate sono emerse dall’oblio. Infatti, grazie alle ricerche di Felice Milani, nella recente antologia edita da Salerno compaiono per la prima volta i versi in dialetto di Francesca Manzoni, proprio lei. Che Fontana non contemplava, ma nemmeno Beretta.
10_Ferdinando_Fontana.jpg (143 KB)Ferdinando Fontana fu scrittore, librettista d’opera e giornalista. Impegnato politicamente, dopo i tumulti del 1898 (quelli, per intenderci; dei cannoni di Bava Beccaris) fu costretto a fuggire in Svizzera ed è il motivo per cui la prima edizione dell’Antologia venne appunto stampata a Bellinzona. E in Svizzera sarebbe morto.
La “Antologia meneghina” è una sorta di censimento più empirico che accademico, un misto di ricerche documentarie e di incontri personali e frequentazioni le più varie: vi sono “catalogati” complessivamente oltre trecento autori, per alcuni dei quali Fontana aveva magari intercettato soltanto una poesia. Per quanto riguarda il passato, avrà certamente pescato non poco dalla “Collezione” del Cherubini, mentre i suoi contemporanei li descriveva da giornalista più che da storico, unendo alle notizie biografiche i propri ricordi personali.
Più rigoroso il testo di Claudio Beretta (1920-2008), autore anche di una grammatica milanese e che fu presidente del Circolo filologico milanese e dell’Accademia del dialetto. I cent’anni trascorsi dall’opera di Fontana hanno consentito di scremare e infatti Beretta trascura molti dei “minori” citati nell’Antologia meneghina.
09_Silvia_Morgana_-_Letteratura_dialettale_milanese.jpg (102 KB)La più recente “Letteratura” edita da Salerno segue ancor più stringenti principi scientifici. Opera collettiva e specialistica, ha visto il coinvolgimento di una trentina di docenti universitari con il coordinamento di Silvia Morgana, già docente di dialettologia all’Università Statale di Milano e accademica della Crusca. I due tomi comprendono una novantina di “voci” tra autori e opere anonime di un particolare significato. Anche in questo caso sono tralasciati alcuni dei “minori” elencati da Fontana, ma rispetto a Beretta lo sguardo va un po’ oltre. Si dà, per esempio, il giusto spazio a Franco Loi al quale Beretta aveva solo concesso un cenno di sfuggita, si approfondisce Giovanni Testori che Beretta nemmeno aveva preso in considerazione, ma si accolgono anche Giorgio Strehler, Dario Fo ed Enzo Jannacci.
Inoltriamoci, dunque, lungo percorso che si è soliti far cominciare da Pietro de Bascapé e Bonvesin de la Riva. E cioè già dal Duecento.
11-Ignazio_Albani.jpg (50 KB)È però quattro secoli dopo che compare il primo “lecchese” (stando naturalmente all’accezione territoriale d’oggi che all’epoca non avrebbe avuto senso). Si tratta di Ignazio Albani che si presentava come “meratensis” essendo originario di Merate. Fontana ipotizza che fosse nato sul finire del 1500 e morto nel 1650. Fu un ecclesiastico, uno studioso e «amantissimo della poesia». La sua figura è legata al “Varon Milanes de la lengua de Milan”, un primo tentativo di vocabolario milanese (con riferimenti al toscano, al latino e al greco). Attribuito tradizionalmente all’ossolano Giovanni Capis, è un testo praticamente scomparso. Si è invece tramandata l’edizione pubblicata nel 1606 a cura proprio dell’Albani che vi apportò anche alcune correzioni, tanto che in seguito alcuni gli avrebbero attribuito la vera paternità dell’opera.
12_Varon_Milanes.jpg (23 KB)Il “Varon” costituisce dunque il primo autentico atto nel processo di definizione della lingua milanese.
Procedendo e saltando qualche passaggio pur importante, arriviamo ai nostri ospiti malgratesi del Settecento: di Balestrieri e Francesca Manzoni si è detto, ma della compagnia faceva parte anche Giuseppe Parini (1729-1799), egli pure “trasformato”, assiduo frequentatore del canonico Agudio e autore per diletto di qualche rima in milanese. Fontana ci ricorda che la sua figura nella letteratura dialettale «non appare che di scorcio.» E infatti «la musa vernacola – scrive Pietro De Marchi nella “Letteratura” edita da Salerno – gli ispirò soltanto quattro sonetti, oltre a un breve testo in quinari.» È però passata alla storia la polemica che lo contrappose al padre barnabita Onofrio Branda che vituperava quel modo di poetare.
A cavallo tra Sette e Ottocento, a Milano opera anche un Francesco Bellati (1749 o 1750-1819) che ci viene detto appartenere a una famiglia originaria della Valsassina. Tradusse in dialetto l’Eneide virgiliana e l’Orlando Furioso dell’Ariosto.
È’ una dimostrazione di come la lingua milanese vada prendendo ormai una fisionomia sempre più definita. Comincia a sentirsi forte, tanto da tradurre i classici, una tradizione che continuerà anche nel Novecento (basti pensare ai “Promessi Sposi”).
Non sfuggì nemmeno la “Divina Commedia”: a tradurne qualche quartina si cimentò nientemeno che Carlo Porta (1775-1821) che sappiamo quanto significhi per la cultura milanese. Un monumento.  
14_Tommaso_Grossi.jpg (125 KB)E parlando del Porta si parla anche del bellanese Tommaso Grossi e del suo fecondo periodo dialettale con rime taglienti e quella celebre “Prineide” che lo portò addirittura in prigione: «Dell’autunno 1816 – scrive Aurelio Sargenti” nella “Letteratura” Salerno – è l’incontro con Carlo Porta, probabilmente, come scritto da Cesare e Ignazio Cantù, presso Francesco Cherubini durante l’allestimento dell’edizione del tomo XI della “Collezione delle migliori opere in dialetto milanese”, nel quale furono accolte le prime due poesie del Grossi andate in stampa: “La Pioggia d’oro” e “La fuggitiva”. Segno tangibile, questo, dell’apprezzamento dell’editore per l’opera dialettale e satirica del giovane poeta che dovrebbe essere più ricca di quanto oggi si sappia».
Erano del resto anni fecondi, quelli in cui il Cherubini andava appunto compilando il suo Vocabolario, l’importanza del quale è fuori discussione: ancora oggi è punto di riferimento imprescindibile per tutti gli studiosi e i cultori del dialetto milanese.
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Nato a Milano nel 1789, il Cherubini ebbe vita piuttosto nomade e movimentata, tra lavori tipografici e impiegatizi: dal 1816 al 1818 fu anche consigliere del censo e cioè un funzionario del governo austriaco, a Bellano. Trascorse gli ultimi anni della sua vita a Cascina Oliva di Lomaniga a Missaglia, «un suo nido campestre» per usare le parole di Fontana, dove morì il 4 giugno 1851 e dove nulla rimane a segnalarne il passaggio. È al cimitero di Missaglia che si conserva ancora la vecchia lapide della tomba, ormai quasi illeggibile.
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Fontana ci parla poi di un certo Pietro Confalonieri (1802-1870), un sacerdote nato in Brianza (a Pontenuovo, località che non siamo stati in grado di individuare) e più noto come don Peder de Pescarenich perché a Pescarenico restò per ben 35 anni. Fontana lo definisce parroco, ma in realtà la parrocchia di Pescarenico venne istituita solo nel 1898.
16_Don_Peder_Descrizion_prima_edizione.jpg (75 KB)Come don Peder, però, il sacerdote firmava e pubblicava nel 1864 (con la stamperia lecchese Corti) La “Descrizion del fatt success a Lecch el dì desnoeuv febbrar dell’ann 1847”, un dialogo tra quattro personaggi coinvolti nell’assalto che quel giorno i lecchesi diedero alle barche cariche di grano che era andato aumentando notevolmente di prezzo: i protagonisti del dialogo di don Peder – leggiamo nel numero di gennaio-giugno 1980 della rivista “Archivi di Lecco” - «si recano alla Maddalena, dov’era ancorata una barca ancora piena di granaglie, fichi, canapa, lino, mastelli pieni di agoni, barilotti di vino, tutta roba pronta da spedire in Valtellina. Quelli che andavano e venivano carichi di roba saccheggiata sembravan formiche: “A robà in quel moment gh’era indulgenza./ Per quest nissun voreva restà senza.” (…) Uno dei protagonisti del dialogo, “Benissem”, stava giù per il lago, su per i boschi, quasi mai a casa di giorno, e neppure alla sera, per sfuggire all’arresto: una vita d’inferno, era dimagrito, confessa che quasi è meglio la prigione.»
Nell’“Antologia meneghina” c’è anche spazio per Antonio Ghislanzoni, morto a 70 anni ma che Fontana scrive non fosse vecchio, spiegando poi: «Il segreto della sua terna giovinezza egli non avrebbe potuto venderlo a nessuno, poiché consisteva appunto in ciò che egli non volle mai vendere: la Coscienza.».
In realtà, in milanese Ghislanzoni scrisse soltanto il “Matrimoni d’amor” (la morale finale à che «l’è anmò mèj fa l’amor in bolletta,/ che tirass de quij càncher addoss!.») per il concorso della Canzone lombarda.
Però, il nome di Ghislanzoni ci conduce all’albergo Davide di Maggianico, il cenacolo scapigliato che attrasse molti intellettuali milanesi dell’epoca. Tra loro, il pittore Vespasiano Bignami (1841-1929) che era uno dei personaggi di spicco di quella congrega e che – scrive Beretta - «si distinse per la vocazione a ritrarre, specialmente nel disegno, l’uomo nel suo contatto immediato con la realtà quotidiana: ne risultò un “disegno dialettale”» Anch’egli, inoltre, si dilettò di verseggiare in milanese.
21_Emilio_De_Marchi.jpg (141 KB)Viene poi Emilio De Marchi (1851-1901), conosciuto più per i romanzi in lingua come “Il cappello del prete” e “Demetrio Pianelli” ma che scrisse anche in dialetto: «Poche cose – dice Fontana – ma bellissime.» Le “prose cadenzate” di “Milanin Milanon” rappresentano un passaggio fondamentale. Di lui abbiamo già parlato in più di un’occasione ricordando i legami che lo scrittore aveva con Lecco e in particolare con Maggianico dove spesso era ospite nella villa della famiglia Martelli dalla quale proveniva la moglie Rachele. Nel cimitero di Maggianico, nella cappella della famiglia Martelli, tre lapidi ricordano Emilio De Marchi, la moglie e la figlia, tutti e tre però sepolti a Paderno Dugnano dove lo scrittore milanese disponeva di una villa per la villeggiatura estiva.
23_Lapidi_De_Marchi_a_Maggianico.jpg (98 KB)Lecchese è invece il tipografo-musicista Angelo Rota (1853-?) registrato dal Fontana. Dalla grande passione musicale, compose brani e diresse bande, frequentò la Maggianico scapigliata, ma lo si ricorda soprattutto perché nel 1883 fondo il “Lecch-Gaina”, una testata destinata a essere più volte ripresa (ancora oggi, la continua il giornalista Germano Campione) ed entrando nella mitologia cittadina: «sul suo giornaletto – scrive Fontana - si dilettava a pubblicare i propri scritti in italiano e in dialetto «ch’egli stesso dichiarava barocchi; ma nei quali, benché inconditi, v’è sempre vena di brio.»
Poco si conosce, invece di Attilio Invernizzi, nato a Lecco (1860-?), istitutore in un collegio privato, autore di una canzone dialetto valsassinese che tratta di un bergamino che conduce le vacche ad abbeverarsi: «Tée!,,, Vé chii!... Tée!.../ Fior-Fiora vê!/ Ohé Giovannin,/ te vetet no?/ Varda ‘l Biondin,/ che ‘l borla gió,/ e che ‘la va riscio/ de romp el cò./ Uh! Perdio criscio!...»
24_Severino_Pagani_-_Poeti_milanesi.jpg (85 KB)A proseguire in parte il catalogo del Fontana è stato Severino Pagani che nel 1938 ha pubblicato “Poeti milanesi contemporanei” per la Casa editrice Ceschina.
27_Giovanni_Barrella_Procession_in_riva_al_lagh__1_.jpg (69 KB)Il primo autore che Pagani ci presenta è il celebre attore e commediografo Giovanni Barrella (1884-1967) che nel periodo bellico lasciò Milano per rifugiarsi a Onno, «dove - ci dice Paolo Bartesaghi (nel volume “Rezipe i rimm del Porta”, 2010, Metamorfosi) – la sua attività poetica ha uno degli esiti più significativi in “Procession in riva al lagh”, poemetto in sestine, che fissa con precisione folcloristica momenti e personaggi della processione paesana, che si integra con il paesaggio lacustre. È questo tipo di poesia che ha spinto [Emilio]Guicciardi a scrivere: “Paesaggista è, quando vuole, dei maggiori e in cospetto della natura tra un’alba e un tramonto che indora la Grigna, una processione, una saga, o la partenza di un comball, sul lago di Lecco, mentre l’acqua si increspa e si leva il tivan, anch’egli si ritrova nella lirica da gran signore, anch’egli sa scagliare un verso “puro” che frulla nel cielo, che rimane nel cuore”.» A Onno – ci informa Beretta -Barrella «conduce vita economicamente molto stringata. Dipinge quadri quale risorsa economica per il dopoguerra.»
Antonio Negri (1868-1966), milanese, era un imprenditore: dirigeva l’azienda di famiglia, «ma intorno al 1932-34 – ci dice Beretta - cedette l’azienda e acquistò una tenuta agricola a Montevecchia, dove visse fino alla morte, circondato da affetto e devozione per non poche opere di beneficenza.»
Milanese acquisito è invece Ambrogio Donegana (1868-1929): originario di Oggiono, si trasferì giovane a Milano per studiare e poi laurearsi in medicina a Pavia. Fu medico condotto a Bosisio, dove fece parte del comitato per l’erezione del monumento al Parini nel 1899. Ha scritto Pagani: «A Oggiono e Bosisio è ancora ricordata con effetto e riconoscenza l’opera benefica da lui svolta fra quelle popolazioni rurali». Nel 1909, il ritorno a Milano.  A quanto ci risulta non pubblicò nulla, se non un libretto in età giovanile, ma lasciò molte poesie inedite.
30_Villa_La_Carlinga_a_Perledo.jpg (132 KB)Altro poeta citato da Pagani è Paolo Buzzi (1874-1956), un futurista che abbiamo già incontrato parlando di Umberto Notari. Buzzi era milanese con qualche ascendenza lecchese: la madre, Camilla Riva, era appartenuta a una blasonata famiglia di origini brianzole con casa a Galbiate e un cui ramo aveva avuto il sepolcro nella chiesa di Sant’Eufemia di Oggiono. Nel 1939, Buzzi acquistò la villa “La Carlinga” a Perledo e vi si ritirò negli anni della guerra.
Infine, la “Letteratura” curata da Silvia Morgana ci porta ai nostri tempi, prestando attenzione a Giancarlo Consonni (1943-2026), nato a Verderio e trasferitosi poi a Milano: in una serie di raccolte poetiche, aveva recuperato il dialetto del paese di origine.

Dario Cercek
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