Galbiate: lo smartphone come le sirene di Ulisse, se ne parla con Pellai
«Qual è l’età giusta per avvicinare i minori alla tecnologia?». La domanda al centro dell’incontro promosso dai Patti Digitali Galbiate-Colle ha aperto una riflessione che è andata ben oltre il momento in cui consegnare uno smartphone ai propri figli. Perché, secondo il professor Alberto Pellai, il punto non è soltanto stabilire regole e limiti, ma comprendere quanto la tecnologia stia trasformando il modo in cui bambini e adolescenti giocano, costruiscono relazioni e imparano ad affrontare le difficoltà.
Medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva e ricercatore presso l’Università degli Studi di Milano, Pellai è stato ospite martedì 29 settembre, su invito del parroco don Alessandro Maggioni, al CineTeatro Cardinal Ferrari di Galbiate, in una serata nata dal confronto tra le famiglie del gruppo dei Patti Digitali. Una realtà attiva sul territorio da circa un anno, entrata a far parte della rete nazionale promossa dall’Università di Milano-Bicocca, con l’obiettivo di sensibilizzare genitori ed educatori sull’utilizzo consapevole dei dispositivi digitali.
A introdurre l’incontro sono stati i rappresentanti del gruppo, che hanno sottolineato la necessità di trovare strumenti e riferimenti per orientarsi in una realtà sempre più complessa. Una necessità resa ancora più urgente dalle difficoltà che, negli ultimi anni, sembrano interessare il benessere psicologico dei più giovani.
Proprio da qui è partito il ragionamento di Pellai, che ha richiamato l’attenzione sul peggioramento di diversi indicatori relativi alla salute mentale degli adolescenti, tra cui ansia, comportamenti autolesivi e disturbi alimentari. Un cambiamento che, nella lettura proposta dal medico, ha iniziato a manifestarsi con particolare evidenza intorno al 2011, in coincidenza con la diffusione degli smartphone e con una progressiva digitalizzazione della vita quotidiana. Non si tratta, ha precisato, di attribuire alla tecnologia ogni difficoltà delle nuove generazioni, ma di interrogarsi sul ruolo che essa può avere avuto in una trasformazione più ampia. Lo smartphone, infatti, ha modificato profondamente il rapporto con il tempo e con gli spazi: non è più soltanto un dispositivo da utilizzare quando serve, ma un accesso costante a contenuti, comunicazioni e stimoli che accompagnano i ragazzi anche mentre svolgono altre attività.
«Lo smartphone non è semplicemente uno strumento, è un ambiente», è uno dei concetti chiave richiamati durante la serata. Una distinzione che per Pellai è fondamentale: una calcolatrice o un navigatore vengono utilizzati per svolgere una funzione precisa, mentre un telefono connesso può diventare uno spazio nel quale si intrecciano social network, videogiochi, video, conversazioni e contenuti potenzialmente inadatti all’età di chi lo utilizza. È proprio questa disponibilità continua a rendere più difficile interrompere l’esperienza digitale e a sottrarre tempo ad altre attività. Pellai ha utilizzato l’immagine delle sirene incontrate da Ulisse: il mondo online continua a richiamare l’attenzione anche quando ci si trova fisicamente altrove. Può accadere così che un ragazzo, pur essendo al campo sportivo o in compagnia degli amici, rimanga concentrato sul telefono, mentre le occasioni di relazione e di gioco reale passano in secondo piano.
Il tema del gioco ha occupato una parte importante dell’intervento. Riprendendo il pensiero di Maria Montessori, Pellai ha ricordato come giocare sia il «mestiere» dei bambini: un’esperienza attraverso la quale si sviluppano creatività, capacità relazionali e regolazione delle emozioni. Nel gioco tradizionale si impara a rispettare le regole, ad aspettare il proprio turno, a perdere e a gestire i conflitti. Anche i videogiochi possono offrire opportunità, ma, secondo il medico, alcuni ambienti digitali sono progettati soprattutto per trattenere a lungo l’attenzione, attraverso ricompense e stimoli continui. Da qui possono nascere difficoltà nel momento in cui il gioco viene interrotto, con reazioni di rabbia e frustrazione che mettono in crisi la gestione familiare. Il problema, ha spiegato Pellai, non riguarda soltanto le ore trascorse davanti allo schermo, ma anche le esperienze che rischiano di essere trascurate: stare con gli altri, muoversi, affrontare la noia e imparare a tollerare situazioni che non producono una gratificazione immediata.
Un discorso che si lega anche alla salute mentale. Secondo Pellai, le relazioni e la possibilità di raccontare ciò che si prova sono strumenti fondamentali per elaborare le difficoltà tipiche dell’adolescenza. Una delusione amorosa, un litigio con un amico o un problema a scuola non sono esperienze nuove, ma possono diventare più difficili da affrontare quando diminuiscono le occasioni di confronto diretto e di condivisione. La parola, l’ascolto e la presenza degli altri restano quindi elementi essenziali nel percorso di crescita.
Pellai ha tenuto a precisare di non essere contrario alla tecnologia. Si è definito, anzi, un «tecno-entusiasta» quando il digitale rappresenta uno strumento capace di facilitare il lavoro e migliorare le attività quotidiane. La questione cambia, però, quando un dispositivo diventa un ambiente sempre accessibile, difficile da controllare e nel quale un minore può incontrare contenuti o persone che non è ancora pronto a gestire. Per questo il medico ha raccontato le regole adottate nella propria famiglia: niente smartphone prima dei 14 anni e niente social network prima dei 16. Una scelta che ha comportato anche momenti di confronto e la necessità di accettare la contrarietà dei figli, soprattutto di fronte alle abitudini dei coetanei. Ma, ha spiegato, il compito dei genitori non è eliminare ogni frustrazione, bensì accompagnare i ragazzi nella costruzione di alternative e di una progressiva autonomia.
Il confronto con il pubblico ha permesso di affrontare proprio le difficoltà che molte famiglie incontrano nella vita quotidiana. Una madre ha raccontato di aver consegnato il telefono alla figlia durante le scuole medie, anche a causa della pressione esercitata dal gruppo dei compagni. Un altro genitore ha invece sollevato il tema della privacy, spiegando di non voler controllare la cronologia del figlio per rispettarne gli spazi personali. Su quest’ultimo punto Pellai ha distinto la privacy dalla supervisione. Nel mondo reale, ha osservato, i genitori possono conoscere gli ambienti frequentati dai figli e avere una percezione dei rischi che incontrano. Online, invece, l’accesso a contenuti e contatti è molto più ampio e non sempre visibile agli adulti. Da qui il suggerimento di accompagnare i ragazzi, soprattutto nei primi anni di utilizzo dello smartphone, anche attraverso momenti condivisi di verifica, senza trasformarli in un controllo costante di ogni conversazione. La responsabilità educativa, tuttavia, non può ricadere soltanto sulle singole famiglie. Pellai ha sottolineato l’importanza di costruire una comunità di adulti capace di condividere alcune regole, così da ridurre la pressione che i ragazzi esercitano sui genitori quando si confrontano con coetanei che hanno già libero accesso ai dispositivi. È proprio in questa direzione che si inserisce l’esperienza dei Patti Digitali, chiamati a promuovere un confronto tra famiglie e a favorire scelte educative condivise.
Tra gli altri temi affrontati, anche il rapporto tra smartphone e relazioni affettive. La possibilità di controllare la posizione di una persona, verificare se ha letto un messaggio o attendere una risposta immediata può alimentare, secondo Pellai, dinamiche di gelosia e di ipercontrollo. In adolescenza, ha ricordato, è importante che le relazioni di coppia non diventino l’unico riferimento affettivo: il gruppo degli amici e le esperienze condivise contribuiscono a costruire autonomia e a ridimensionare le difficoltà.
La riflessione si è poi spostata sulla scuola e sull’intelligenza artificiale. Pellai non ha escluso che gli strumenti digitali possano avere un’utilità didattica, purché siano inseriti in un progetto educativo preciso. Ha però invitato a interrogarsi sui risultati della digitalizzazione, richiamando studi e dati sugli apprendimenti e sottolineando l’importanza di tutelare competenze fondamentali come la lettura, la scrittura, il linguaggio e la capacità di concentrazione. Una cautela che, secondo il medico, dovrebbe valere anche per l’intelligenza artificiale, il cui ingresso nella vita scolastica andrebbe accompagnato da sperimentazioni e verifiche prima di un’estensione generalizzata. «Non è che ogni nuova novità digitale noi la dobbiamo mettere nel cervello dei nostri figli», ha osservato, invitando a non confondere la familiarità con le tecnologie con la capacità di utilizzarle in modo consapevole.
A preoccupare Pellai è anche il rapporto tra stimoli immediati e desiderio. L’adolescenza, ha spiegato, dovrebbe essere un «tempo desiderante»: una fase della vita nella quale si impara a immaginare un obiettivo, a impegnarsi per raggiungerlo e ad accettare anche la fatica necessaria. Un ambiente nel quale ogni gratificazione è immediatamente disponibile può rendere più difficile allenare la pazienza e la capacità di affrontare le difficoltà. Non perché la fatica debba essere ricercata fine a se stessa, ma perché imparare a superare piccoli ostacoli contribuisce a costruire fiducia nelle proprie capacità.
La domanda sull’età giusta per avvicinare i minori alla tecnologia si è così trasformata in una riflessione più ampia sul ruolo degli adulti. Non basta stabilire quando consegnare un telefono o quanto tempo concedere ai videogiochi: occorre chiedersi quali esperienze accompagnino la crescita e quale spazio venga lasciato alle relazioni, al gioco, allo sport, alla lettura e alla scoperta del mondo.
La serata si è conclusa dopo quasi due ore di confronto, senza proiezioni o supporti digitali, affidandosi alla parola e all’ascolto. Un dettaglio che Pellai ha ripreso nel saluto finale, osservando come il pubblico fosse rimasto coinvolto per tutto l’incontro.
Un modo concreto per tornare alla questione da cui tutto era iniziato: la tecnologia può certamente far parte della vita dei ragazzi, ma non dovrebbe sostituire le esperienze attraverso le quali imparano a conoscere se stessi e gli altri. Perché accompagnarli nel mondo digitale significa, prima di tutto, aiutarli a diventare grandi anche fuori dallo schermo.




















