SCAFFALE LECCHSE/318: non soltanto nell’architettura le tracce di Mario Cereghini
Il 23 luglio 1966 l’architetto lecchese Mario Cereghini moriva sorpreso da un infarto nella sua casa di villeggiatura a Madesimo. Aveva 63 anni, essendo nato nel 1903, e lasciava un’impronta significativa nell’architettura cittadina, ma anche nella vita culturale e sportiva.
Progettò e realizzò edifici, fu tra gli esponenti di punta del razionalismo, sognò una città modernissima, dipinse, scolpì, disegnò. E scrisse: di architettura e di storia lecchese, d’arte, scrisse memorie, racconti umoristici e di sport, la biblioteca conserva anche un libretto giovanile di modeste poesie («Oggi ho vent’anni/ e senza malanni/ faccio il bilancio/ dal dì che a Rancio/ nel mese dei fiori/ me ne venni fuori»: “Sotto le rocce”, Milano, Edizioni di “Libro e moschetto”, 1930).
Fu anche il primo presidente dello Sci club Lecco, quando lo sport era ancora di nicchia. Politicamente si schierò apertamente con il Fascismo per poi ritrarsi all’8 settembre non seguendo l’avventura saloina. Dopo la guerra diventerà anche il primo presidente dell’Ordine degli architetti di Lecco.
Era un artista. Di lui ha infatti scritto Maria Grazia Furlani, in uno studio dedicato al periodo razionalista e pubblicato sulla rivista “Archivi di Lecco” (luglio-settembre 1983): «A differenza di quanto accade oggi, in cui nelle facoltà di Architettura si privilegiano le conoscenze tecniche e scientifiche su quelle culturali, negli anni ’20 e ’30 chi usciva dalle scuole di Architettura possedeva un bagaglio di conoscenze umanistiche e artistiche che prevaleva su quelle tecniche, che invece erano proprie degli ingegneri. Gli architetti, quindi, venivano considerati degli artisti. Mario Cereghini appartiene a questa generazione e conseguentemente oltre che alla professione si cimenta in altre espressioni d’arte, come dipingere, disegnare oggetti preziosi o di uso quotidiano e scrivere poesie.» Del resto, tra le immagini più celebri vi è un autoritratto a olio dipinto nel 1943.
La stessa Furlani completa il ritratto: «Ama le cose raffinate, veste elegantemente, pratica sport alla moda (vince il campionato italiano universitario di sci nel 1926 e lo “sci d’oro del Re” nel 1927) e possiede automobili d’avanguardia. Appartiene insomma a un’élite e questo crea un alone di fascino intorno alla sua figura. (…) Ha un carattere impulsivo e se rimane famoso per le sue ire, che a volte si concludono con qualche ceffone, è però generoso e sa perdonare anche quando il torto subito l’ha ferito profondamente. Ama comunque polemizzare, “punzecchiare” i colleghi. (…), Possiede un gusto sottile dell’umorismo che lo porta a scrivere articoli scherzosi come “il dizionario del tonto”».
Vent’anni dopo la morte, nel 1987, attraverso l’Ordine degli architetti e la Banca Popolare, la città rese omaggio a Cereghini con una mostra che ne metteva in luce la poliedricità. Ci resta l’agevole catalogo, curato da più autori e stampato dall’Editrice Stefanoni. In copertina, appunto l’autoritratto del 1943.
Di Cereghini, noi lecchesi ricordiamo soprattutto il periodo del razionalismo che si sviluppò negli anni Trenta e del quale fu uno dei massimi esponenti.

A Lecco progettò diverse case di abitazione, anche se le sue opere più riconosciute sono il palazzo di giustizia, la chiesa degli istituti Airoldi-Muzzi che per la troppa modernità ebbe qualche problema, la stazione di servizio alle Caviate.
Inoltre, da “artista”, «Mario Cereghini – ci dice ancora Patani - ha amato e incoraggiato l’arte aiutando molti artisti allora sconosciuti comprando e inserendo le loro opere anche alla sua architettura.» Il critico d’arte cita l’affresco di Ennio Morlotti alla chiesa degli Airoldi-Muzzi. Prima di quell’affresco vi fu però la celebre “Mostra del paesaggio lecchese” tenutasi nel 1937 nell’ambito delle iniziative della Quinquennale e che fu il trampolino il punto di svolta nella vita del pittore lecchese, fino ad allora un impiegato frustrato, proprio grazie all’aiuto anche economico ricevuto da Cereghini.
Ma il nome dell’architetto è legato anche al progetto di piano regolatore visionario per il centro della città che avrebbe completamente cambiato il vecchio borgo e il lungolago. Correva l’anno 1938. La relazione di Cereghini è contenuta nel volume “Verso il nuovo centro di Lecco”, pubblicato nello stesso anno dalla rivista “Lecco”.

Cereghini guardava decisamente avanti. Constatava come il traffico automobilistico sarebbe notevolmente aumentato negli anni e decenni successivi, immaginava un aeroporto e un idroscalo nella zona del Bione, rilevava l’ormai insufficienza del “Ponte Grande e cioè del ponte Visconti, lamentava il taglio effettuato dalla ferrovia e proponeva il trasferimento di diversi opifici. Ancora, proponeva un nuovo stadio comunale nella zona di Santo Stefano allora non ancora urbanizzata (ipotesi, peraltro, ancora in auge nel 1947) prevedendo che quello dei Cantarelli sarebbe stato d’ingombro e infatti la città ne soffre ancora oggi.

Non solo. Il colle di Santo Stefano, «l’unica località che possa competere per bellezza con la rocca di S. Dionigi a Malgrate» viene indicato come il grande belvedere per la città, meta delle gite domenicali e servito da uno chalet-ristorante per gli automobilisti di passaggio sulla Nazionale,» Allora infatti la strada statale attraversava la città, saliva da largo Montenero e diventava via Col di Lana e poi Pasubio e Stelvio per tornare al lago.
La parte destinata a passare alla storia è però quella relativa alla riqualificazione dell’area centrale: la sistemazione della contrada del Pozzo e cioè il cuore del vecchio borgo, interessando le piazze Cermenati e venti Settembre, il lungo. Si ipotizzava soprattutto di isolare la Torre Viscontea: «Siamo sinceri. Questo è il monumento antico più importante di Lecco; fuori, in bella mostra, e che ci onori della sua venustà.» Dunque, scrostarla da tutti gli edifici che la circondavano aggrappandovisi.

E soprattutto la realizzazione di case-giardino poste a corona sul golfo che avrebbero completamente modificato il profilo della città. Naturalmente, qui non possiamo dettagliare un piano ambizioso al quale Cereghini pensava da tempo, un piano che inoltre generava perplessità nelle autorità dell’epoca, faceva inalberare i “manzonisti”, appariva eccessivo. Non se ne fece niente anche per lo scoppiare della guerra.

Ma stava anche cambiando il clima culturale: «Il razionalismo ha vita breve – scrive Furlani - Il Fascismo, che in un primo tempo, l’aveva sostenuto in quanto rivoluzionario, si accorge delle istanze sociali e internazionali di questo movimento e condanna l’architettura moderna come “internazionalista, bolscevica, ebraica”. (…) Verso la fine degli anni ’30 la vivacità culturale che aveva caratterizzato quel decennio si va smorzando e alla Triennale che si apre a Milano nel 1940, trionfa un’architettura monumentale e celebrativa.»

Non si può però dire che stia stata la svolta architettonica del Regime a minarne le convinzioni politiche. Cereghini «era dichiaratamente fascista» ricordava Raffaele Ripamonti, a lungo presidente degli alpini lecchesi. Un fascista se non proprio della prima ora, quasi: aderì al movimento nel 1921 e l’anno seguente prese parte alla cosiddetta marcia su Roma, nel 1931 fu vicepodestà di Lecco e durante la guerra partì volontario per le campagne di Albania e Grecia prima, poi in quella di Russia.
Ufficiale degli alpini, tornato dai Balcani e prima di partire per la Russia, nel 1942 Cereghini era tornato ad occuparsi dell’Acropoli Alpina che si stava realizzando a Trento. Ci racconta nel catalogo l’architetto Gian Luigi Reggio: Doveva essere una suggestiva opera monumentale che avrebbe ricordato non soltanto i fasti delle truppe alpine del nostro esercito a partire dalla loro istituzione, (…) L’idea di questa opera era dui Cereghini che l’aveva dapprima concepita come museo militare alpino. (…) L’armistizio dell’8 settembre 1943 ha provocato la repentina interruzione dei lavori. (…) Tutto il lavoro dell’Acropoli Alpina restò così interrotto: l’inevitabile saccheggio distrusse progetti, plastici, documenti dei lavori: in qualche ora tutto fu annullato.»
Intanto però c’era stata la Russia: « In Russia con il “Morbegno c’ero anch’io – il ricordo di Ripamonti - ma non lo incontrai se non fuggevolmente: ebbi vicino invece suo fratello Giovanni che insieme a moltissimi altri scomparve nella infinita steppa di gelo, di fuoco e di fame».
Da parte sua, Cereghini avrebbe pubblicato anche il proprio diario (“Alpini in Russia”, uscito nel 1952 dalle Edizioni del Milione di Milano), in cui descrive ciò che vede. C’è poca guerra nelle sue note, sembra più il taccuino di un viaggiatore. Non eccede in commenti, ironizza sul giorno della partenza, il venerdì 17 del luglio 1942. Sarebbe rientrato nel dicembre dello stesso anno, appena in tempo per non essere coinvolto nella tragica “Ritirata”. In quanto alle considerazioni politiche, accomuna fascismo e comunismo, lamenta l’assenza di critica sia in Italia che in Germania, ma non fa testo: il diario venne appunto pubblicato all’indomani della Liberazione e qualcosa avrà certamente rivisto e corretto.
«Ma quando, al ritorno dal fronte – scrive Furlani - l’ideologia forse non lo convince più, non aderisce alla repubblica di Salò e si apparta dalla vita pubblica, dedicandosi, per qualche anno, prevalentemente alla pittura». Del resto «con la guerra è finita per Cereghini anche l’esperienza razionalista e negli anni che seguono dedica il suo interesse culturale e progettuale all’architettura alpina, al cui tema si applicherà fino all’ultimo»
La montagna era uno dei suoi amori. Per la montagna progetto molto tra Val d’Aosta, Piemonte, Lombardia e Trentino: alberghi, case di villeggiatura, strutture pubbliche delle quali noi lecchesi ricordiamo la Proloco dei Piani Resinelli e il bivacco-igloo in vetta alla Grignetta (proprio in questi giorni al centro della cronaca); scrisse inoltre più d’una pubblicazione sull’architettura alpina.
«La montagna era il suo strapaese» dice di lui il critico d’arte Osvaldo Patani che definisce Cereghini «poeta della montagna.» E aggiunge: «Quello che più colpiva nelle sue opere era l’eleganza di una architettura inserita nello spazio per l’uomo d’oggi. Una architettura spartana con eleganza frizzante e sprezzante, funzionale e pulita da ogni fronzolo, un’architettura che nasceva come una bella giornata. (…) Anche perché Cereghini sapeva che al di là del buono c’è il meglio e a ciò che già esiste bisogna preferire ciò che accade e ciò che comincia.»
Iconica è la chiesetta degli alpini ai Piani delle Betulle sopra Margno: «Scoprimmo – le parole di Ripamonti - che quelli del battaglione “Morbegno aviotrasportato in Grecia avevano espresso un voto per costruire una chiesetta sulle nostre montagne dedicata alla Madonna. Cereghini scriveva ricordando il voto: “Volevamo ringraziare la Madonna per averci protetto nelle bufere invernali. Volevamo un rifugio sicuro per il nostro raccoglimento. Volevamo una Chiesetta nostra sui nostri monti di noi Morbegnini. (…) Si presentò con uno splendido disegno di una Chiesetta fatta a mo’ di tenda, con un campanile mozzo (le penne mozze per noi rappresentano i nostri morti.» Venne realizzata in tre o quattro anni e inaugurata nel 1959.
Sognava inoltre di compilare una sorta di atlante. Lo ricorda l’architetto Agnoldomenico Pica: «”Il gran teatro delle Alpi” era il titolo, o meglio epigrafe, che con Cereghini si era divisato di apporre all’opera a cui, da tempo, pensava e che avrebbe dovuto raccogliere la sterminata collezione di fotografie, disegni, documenti, relativi alla regione alpina messa insieme da Cereghini in anni di assidua frequentazione e di indomita passione.»

Mario Cereghini
Progettò e realizzò edifici, fu tra gli esponenti di punta del razionalismo, sognò una città modernissima, dipinse, scolpì, disegnò. E scrisse: di architettura e di storia lecchese, d’arte, scrisse memorie, racconti umoristici e di sport, la biblioteca conserva anche un libretto giovanile di modeste poesie («Oggi ho vent’anni/ e senza malanni/ faccio il bilancio/ dal dì che a Rancio/ nel mese dei fiori/ me ne venni fuori»: “Sotto le rocce”, Milano, Edizioni di “Libro e moschetto”, 1930).



Uno dei suoi quadri
La stessa Furlani completa il ritratto: «Ama le cose raffinate, veste elegantemente, pratica sport alla moda (vince il campionato italiano universitario di sci nel 1926 e lo “sci d’oro del Re” nel 1927) e possiede automobili d’avanguardia. Appartiene insomma a un’élite e questo crea un alone di fascino intorno alla sua figura. (…) Ha un carattere impulsivo e se rimane famoso per le sue ire, che a volte si concludono con qualche ceffone, è però generoso e sa perdonare anche quando il torto subito l’ha ferito profondamente. Ama comunque polemizzare, “punzecchiare” i colleghi. (…), Possiede un gusto sottile dell’umorismo che lo porta a scrivere articoli scherzosi come “il dizionario del tonto”».
Vent’anni dopo la morte, nel 1987, attraverso l’Ordine degli architetti e la Banca Popolare, la città rese omaggio a Cereghini con una mostra che ne metteva in luce la poliedricità. Ci resta l’agevole catalogo, curato da più autori e stampato dall’Editrice Stefanoni. In copertina, appunto l’autoritratto del 1943.Di Cereghini, noi lecchesi ricordiamo soprattutto il periodo del razionalismo che si sviluppò negli anni Trenta e del quale fu uno dei massimi esponenti.

La stazione di servizio alle Caviate
A Lecco progettò diverse case di abitazione, anche se le sue opere più riconosciute sono il palazzo di giustizia, la chiesa degli istituti Airoldi-Muzzi che per la troppa modernità ebbe qualche problema, la stazione di servizio alle Caviate.

Casa di via Cairoli
Inoltre, da “artista”, «Mario Cereghini – ci dice ancora Patani - ha amato e incoraggiato l’arte aiutando molti artisti allora sconosciuti comprando e inserendo le loro opere anche alla sua architettura.» Il critico d’arte cita l’affresco di Ennio Morlotti alla chiesa degli Airoldi-Muzzi. Prima di quell’affresco vi fu però la celebre “Mostra del paesaggio lecchese” tenutasi nel 1937 nell’ambito delle iniziative della Quinquennale e che fu il trampolino il punto di svolta nella vita del pittore lecchese, fino ad allora un impiegato frustrato, proprio grazie all’aiuto anche economico ricevuto da Cereghini.


Cereghini guardava decisamente avanti. Constatava come il traffico automobilistico sarebbe notevolmente aumentato negli anni e decenni successivi, immaginava un aeroporto e un idroscalo nella zona del Bione, rilevava l’ormai insufficienza del “Ponte Grande e cioè del ponte Visconti, lamentava il taglio effettuato dalla ferrovia e proponeva il trasferimento di diversi opifici. Ancora, proponeva un nuovo stadio comunale nella zona di Santo Stefano allora non ancora urbanizzata (ipotesi, peraltro, ancora in auge nel 1947) prevedendo che quello dei Cantarelli sarebbe stato d’ingombro e infatti la città ne soffre ancora oggi.

Non solo. Il colle di Santo Stefano, «l’unica località che possa competere per bellezza con la rocca di S. Dionigi a Malgrate» viene indicato come il grande belvedere per la città, meta delle gite domenicali e servito da uno chalet-ristorante per gli automobilisti di passaggio sulla Nazionale,» Allora infatti la strada statale attraversava la città, saliva da largo Montenero e diventava via Col di Lana e poi Pasubio e Stelvio per tornare al lago.


E soprattutto la realizzazione di case-giardino poste a corona sul golfo che avrebbero completamente modificato il profilo della città. Naturalmente, qui non possiamo dettagliare un piano ambizioso al quale Cereghini pensava da tempo, un piano che inoltre generava perplessità nelle autorità dell’epoca, faceva inalberare i “manzonisti”, appariva eccessivo. Non se ne fece niente anche per lo scoppiare della guerra.

Ma stava anche cambiando il clima culturale: «Il razionalismo ha vita breve – scrive Furlani - Il Fascismo, che in un primo tempo, l’aveva sostenuto in quanto rivoluzionario, si accorge delle istanze sociali e internazionali di questo movimento e condanna l’architettura moderna come “internazionalista, bolscevica, ebraica”. (…) Verso la fine degli anni ’30 la vivacità culturale che aveva caratterizzato quel decennio si va smorzando e alla Triennale che si apre a Milano nel 1940, trionfa un’architettura monumentale e celebrativa.»

Non si può però dire che stia stata la svolta architettonica del Regime a minarne le convinzioni politiche. Cereghini «era dichiaratamente fascista» ricordava Raffaele Ripamonti, a lungo presidente degli alpini lecchesi. Un fascista se non proprio della prima ora, quasi: aderì al movimento nel 1921 e l’anno seguente prese parte alla cosiddetta marcia su Roma, nel 1931 fu vicepodestà di Lecco e durante la guerra partì volontario per le campagne di Albania e Grecia prima, poi in quella di Russia.

Mario Cereghini al Pian delle Betulle
Ufficiale degli alpini, tornato dai Balcani e prima di partire per la Russia, nel 1942 Cereghini era tornato ad occuparsi dell’Acropoli Alpina che si stava realizzando a Trento. Ci racconta nel catalogo l’architetto Gian Luigi Reggio: Doveva essere una suggestiva opera monumentale che avrebbe ricordato non soltanto i fasti delle truppe alpine del nostro esercito a partire dalla loro istituzione, (…) L’idea di questa opera era dui Cereghini che l’aveva dapprima concepita come museo militare alpino. (…) L’armistizio dell’8 settembre 1943 ha provocato la repentina interruzione dei lavori. (…) Tutto il lavoro dell’Acropoli Alpina restò così interrotto: l’inevitabile saccheggio distrusse progetti, plastici, documenti dei lavori: in qualche ora tutto fu annullato.»
Intanto però c’era stata la Russia: « In Russia con il “Morbegno c’ero anch’io – il ricordo di Ripamonti - ma non lo incontrai se non fuggevolmente: ebbi vicino invece suo fratello Giovanni che insieme a moltissimi altri scomparve nella infinita steppa di gelo, di fuoco e di fame».
Da parte sua, Cereghini avrebbe pubblicato anche il proprio diario (“Alpini in Russia”, uscito nel 1952 dalle Edizioni del Milione di Milano), in cui descrive ciò che vede. C’è poca guerra nelle sue note, sembra più il taccuino di un viaggiatore. Non eccede in commenti, ironizza sul giorno della partenza, il venerdì 17 del luglio 1942. Sarebbe rientrato nel dicembre dello stesso anno, appena in tempo per non essere coinvolto nella tragica “Ritirata”. In quanto alle considerazioni politiche, accomuna fascismo e comunismo, lamenta l’assenza di critica sia in Italia che in Germania, ma non fa testo: il diario venne appunto pubblicato all’indomani della Liberazione e qualcosa avrà certamente rivisto e corretto.
«Ma quando, al ritorno dal fronte – scrive Furlani - l’ideologia forse non lo convince più, non aderisce alla repubblica di Salò e si apparta dalla vita pubblica, dedicandosi, per qualche anno, prevalentemente alla pittura». Del resto «con la guerra è finita per Cereghini anche l’esperienza razionalista e negli anni che seguono dedica il suo interesse culturale e progettuale all’architettura alpina, al cui tema si applicherà fino all’ultimo»

Il plastico del Bivacco della Grignetta
La montagna era uno dei suoi amori. Per la montagna progetto molto tra Val d’Aosta, Piemonte, Lombardia e Trentino: alberghi, case di villeggiatura, strutture pubbliche delle quali noi lecchesi ricordiamo la Proloco dei Piani Resinelli e il bivacco-igloo in vetta alla Grignetta (proprio in questi giorni al centro della cronaca); scrisse inoltre più d’una pubblicazione sull’architettura alpina.

Casa a Madesimo
«La montagna era il suo strapaese» dice di lui il critico d’arte Osvaldo Patani che definisce Cereghini «poeta della montagna.» E aggiunge: «Quello che più colpiva nelle sue opere era l’eleganza di una architettura inserita nello spazio per l’uomo d’oggi. Una architettura spartana con eleganza frizzante e sprezzante, funzionale e pulita da ogni fronzolo, un’architettura che nasceva come una bella giornata. (…) Anche perché Cereghini sapeva che al di là del buono c’è il meglio e a ciò che già esiste bisogna preferire ciò che accade e ciò che comincia.»

La chiesetta delle Betulle
Iconica è la chiesetta degli alpini ai Piani delle Betulle sopra Margno: «Scoprimmo – le parole di Ripamonti - che quelli del battaglione “Morbegno aviotrasportato in Grecia avevano espresso un voto per costruire una chiesetta sulle nostre montagne dedicata alla Madonna. Cereghini scriveva ricordando il voto: “Volevamo ringraziare la Madonna per averci protetto nelle bufere invernali. Volevamo un rifugio sicuro per il nostro raccoglimento. Volevamo una Chiesetta nostra sui nostri monti di noi Morbegnini. (…) Si presentò con uno splendido disegno di una Chiesetta fatta a mo’ di tenda, con un campanile mozzo (le penne mozze per noi rappresentano i nostri morti.» Venne realizzata in tre o quattro anni e inaugurata nel 1959.

Dario Cercek




















