SCAFFALE LECCHESE/311: storie di amore e pirateria all’ombra del Medeghino

Giovambattista Bazzoni, nato nel 1803 e morto nel 1850, era un magistrato di origini novaresi in servizio a Milano e a Bergamo. Si dilettava di letteratura e frequentava il salotto della contessa Clara Maffei dimostrando così d’essere ben inserito nel mondo intellettuale milanese. Si dedicò al romanzo storico esordendo nel 1827, l’anno in cui andava concludendosi la pubblicazione della prima edizione dei “Promessi sposi”. A testimoniare come l’opera manzoniana cominciò fin da subito a influenzare la cultura dell’epoca e generare emuli. Si scoprivano Walter Scott e il romanzo storico. Ne avrebbe accennato lo stesso Bazzoni raccontando delle accese discussioni su quella nuova “moda”. 
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Per il suo primo cimento letterario, il nostro magistrato scelse il XIV secolo, innestando una storia d’amore sulla vicenda storica di Gian Galeazzo e Bernabò Visconti. Nel romanzo “Il castello di Trezzo”, pubblicato appunto nel 1827 con l’editore milanese Antonio Fortunato Stella, Bazzoni ci racconta le peripezie amorose di Palamede e della figlia di Bernabò, Ginevra. Peripezie che non staremo a seguire. Però ci soffermiamo su un certo Giuseppe di Mandello, personaggio che compare fin nel primo capitolo; locandiere e traghettatore è soprannominato “il Mandellone” perché proveniente appunto da Mandello: «Era costui uomo pingue e di gaio aspetto, ma astuto ed amico del denaro. Guidava egli le zattere, e s’era per ciò costruito in mezzo all’isola (lungo l’Adda, presso Canonica, ndr) una casuccia ove dimorava con sua figlia ed un famiglio; vendeva anche vino e cibi a’ viandanti, i quali astretti a passare per di là, vi si fermavano volentieri, attratti dalle sue lusinghe a vuotare il bicchiere.» Colmo, naturalmente «del vino brianzesco più eccellente.»
Il romanzo ebbe comunque una certa fortuna, resistita nel tempo: nell’anno 2000, il romanzo è stato infatti ripubblicato dall’editore missagliese Bellavite.
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Nel 1829, sempre con l’editore Stella, Bazzoni pubblicò invece “Falco della Rupe o la guerra di Musso” sugli ultimi momenti del cinquecentesco “regno” lariano di Giangiacomo Medici detto il Medeghino. Il libro uscì con la dedica a un discendente dello stesso Medeghino e cioè il marchese don Pietro Medici di Marignano, al quale l’autore aveva sottoposto il romanzo, ottenendone «parole piene di bontà».
Come per i “Promessi sposi” manzoniani, anche in questo caso c’è di mezzo un manoscritto “misterioso che “gira”, in quello scorcio di Ottocento, tra i partecipanti a una gita in battello che Bazzoni descrive con i colori del bozzettista in una lunga introduzione che è anche guida turistica e bibliografica del Lario.
Del Medeghino e delle sue imprese, di quell’effimero regno del Lario e del quadro storico e politico del XVI secolo, abbiamo avuto modo di sapere da “La mala guerra” di Franco Minonzio.
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Giambattista Bazzoni ce la racconta invece attraverso le vicende di un pirata che dominava la sua parte di lago dalla rocca di Nesso: «II maggiore spavento però che assalisse il cuore del pacifico navigante che arrischiava avanzarsi in quelle acque, era la fama d'un uomo che s'era fatto un nome formidabile assalendo armato le barche, depredando e spogliando i viaggianti, facendo in somma pel lago il terribile mestiero del pirata. Come avviene d'ordinario, e più di frequente accadeva in quell' età d’ignoranza, in cui le menti si prestavano ad ogni falso terrore, s'erano attribuiti a costui fatti, scelleraggini e poteri affatto straordinari e quasi soprannaturali; talché il nome di Falco (cosi egli s'appellava) era il terrore de’ remiganti che s’affidavano al tragitto senza la scorta d'una nave armata, benché talora gli armati stessi non aveano potuto opporgli valida resistenza.»
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E ancora: «Era Falco l'uno degli indipendenti uomini di Nesso, intrepido, fiero e vigoroso, che la brama di vendetta d’un sanguinoso oltraggio aveva spinto ad armeggiare in molte battaglie contro gl’Imperiali. Ricacciate d'Italia le squadre di Francia, tra cui egli aveva combattuto, era tornato alla patria Terra, dove insofferente di riposo, spinto da un’indole audace, da guerresche abitudini e dall’astio che gli durava vivissimo per gli Spagnuoli e gli Svizzeri che uniti ai Ducali mantenevano la guerra sul lago contro il Castellano di Musso, aveva trascelti alcuni robusti compagni, co’ quali, armato all' usanza de’ tempi, scorreva il lago corseggiando. Conoscitore espertissimo di tutti gli scogli e i seni del lido, agilissimo rematore, sfidatore ardito dei venti e delle burrasche, sapea appiattarsi per tutto e piombare improvviso sulla preda. Se coglieva soldati nemici alla spicciolata, gli assaliva sostenendo contro di loro regolari combattimenti; e fuggendo poscia se il loro numero aumentava, si conduceva a sicuro salvamento ne’ porti occupati dagli uomini di Musso che avevano barche armate pronte ad azzuffarsi ad ogni scontro. Falco venia detto della Rupe, poiché il suo casolare trovavasi sur una rupe a poca distanza del borgo di Nesso, e l'avea dovuta costruire colà in sito quasi inaccessibile per guarentirsi da tradimento e da improvviso nemico assalto. A mezzodì di quel villaggio vedesi un fendimento nel monte che s'interna un trar di balestra, in fondo al quale piomba da molta altezza il torrente, la cui spumeggiante caduta scorgesi da lungi per entro quegli oscuri massi come una candida striscia, e vien nomato l’orrido di Nesso.»
I destini di Falco, della moglie Orsola e della figlia Rina, si intrecciano strettamente con quelli dello stesso Medeghino che con il fratello Gabrio domina il lago dalla Rocca di Musso. Dove trova riparo anche Falco con la famiglia, così che tra Gabrio e Rina sboccia l’amore. Sennonché Gabrio deve partire per quella che sarà l’ultima battaglia, appunto quella guerra di Musso che il Medeghino perderà contro il duca milanese Francesco II Sforza, così da dover lasciare la “signoria” sul Lario, ottenendo in cambio il feudo di Marignano.
Se il Medeghino avrà vita ancora lunga, sappiamo che Gabrio perderà la vita  proprio in quella battaglia, in uno scontro navale davanti a Mandello il giorno 14 gennaio 1532.
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Così scriveva, a ridosso degli eventi, Galeazzo Capra (o Capella) nel suo “De bello Mussiano” (un’edizione moderna è curata ancora da Franco Minonzio e pubblicata nel 2019 per la sua Polyhistor: “L’altro Medici. Come il Medeghino s’insignorì del Lario”): «Mentre alcune navi del Medici costeggiavano Mandello, Vistarini (il comandante dello Sforza, ndr), dal momento che non era stato in grado di impedire con la sua flotta il passaggio al nemico, non cessava di infliggere danni da lontano con l’artiglieria alle navi nemiche, e il caso volle che una palla di ferro uccidesse Gabriele Medici, il fratello di Giovan Giacomo, che si trovava su una nave.»
Naturalmente, la morte di Gabrio così come la liquida Capra non poteva soddisfare il nostro Bazzoni che quindi ci ricama a lungo: «Veleggiavano i legni del Medici rapidamente, abbenchè sobbalzati dalle onde che scagliavano i loro spruzzi a bagnare persino la sommità delle vele; correva innanzi a tutti il Brigantino veloce e snello come un generoso destriero che anela ad essere il primo a giungere alla meta. (…) Il giovine Medici, giunto co' suoi presso le case di Mandello, si scontrò in vari soldati Ducali; non potendoli evitare, piombò loro addosso e ne fece macello.»
Il racconto, degno di una sceneggiatura cinematografica, prosegue: «Dopo esser egli riuscito combattendo all'altra parte del villaggio, cacciossi tosto contro la batteria che aveva sempre avuto di mira di conquistare ; ma affrontato quivi dal nuovo corpo di Ducali mandato dal Vestarino, dovette impegnarsi nel più ineguale dei combattimenti: quante prove può fare un disperato coraggio per giungere alla prefissa meta, egli tutte le adoperò; ma inutilmente, chè soverchiato dalle forze nemiche, e scemata d'una metà la sua schiera, fu troppo tardi persuaso dell'impossibilità di quell' impresa: tentò allora retrocedere sperando di scontrarsi negli altri amici, e porsi in salvo col loro soccorso; ma ogni via di scampo per esso era chiusa.»
In quella mischia, spunta anche Falco che «s'avvide con sommo dolore del grave periglio in che esso trovavasi avvolto. (…) Egli lo chiama ad alta voce, e sente allora gridarsi alle spalle: “Medici è sul terreno ... lo trascinano a Mandello”. Cieco di rabbia e d'affanno supera ogni ostacolo, ogni resistenza, si spinge più avanti, e, spettacolo atroce! vede due Ducali che abbrancato ciascuno per un piede il corpo esangue del valoroso giovine lo trascinavano col capo nella polvere fuori del campo. La testa d’un d’essi è spiccata dal busto, la somma destrezza dell'altro può da terra, la sostiene col sinistro braccio, e sempre rotando il ferro tenta trasportarla verso il lido. Il capo del giovine estinto sobbalzando grondava sangue sul petto anelante di Falco, quel sangue di cui aveva tutta bagnata e lorda la chioma. Falco, ferito in più parti, impedito da quel peso, non trovava forza per sostenere il combattimento fuor che nell'estrema energia che in lui destavano a vicenda lo sdegno e la pietà. (…) Un gran colpo che di dietro lo colse sul capo, e glielo avrebbe spezzato se non l'avesse avuto saldamente difeso dalla fitta rete d'acciaio, gli fece allentare le braccia, per cui lasciò cadere col cadavere di Gabriele anche il proprio ferro, e vacillando piombò al suolo avendo perduti i sensi. Mentre i Ducali s'assicuravano del caduto Falco, i Mussiani irrompendo tutti ad un tratto pervennero al luogo ove era il corpo di Gabriele, e presolo, retrocedettero rapidamente difendendosi, e risalirono la barca non senza aver sofferta molta strage.»
I lecchesi ricorderanno che il corpo di Gabrio, prima di essere trasferito al Duomo di Milano, restò sepolto per qualche tempo a Lecco, sepoltura all’origine di quella controversia tra il Borgo a lago e Castello proseguita nei secoli. Si tratta di quel “perdono conteso” sul quale ha diffusamente scritto il compianto Aloisio Bonfanti
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Da parte sua, Bazzoni fa morire anche Falco e la moglie, vittime dell’assalto degli sforzeschi al castello di Musso: «Venuti allo spianato sul baluardo, qual orrida scena! vi stavano ammucchiati i cadaveri decapitati degli altri prigionieri già spenti: a tal vista mancò la voce ad Orsola, e cadde tramortita su quei corpi stessi. Falco non se ne avvide, poiché aveva rivolto lo sguardo al lago, su cui una nave veleggiava spinta lontano da Musso da prospero vento: era il Castellano (il Medeghino, ndr) che abbandonava per sempre quel lido. Il Montanaro di Nesso mandò appena un sospiro, che il suo capo spiccò dal tronco, e dall’uno degli sgherri afferrato pei capegli venne squassato in segno di trionfo. Uno scoppio orrendo ed una pioggia di sassi seguirono d’appresso quell’atroce fatto: furono i Grigioni che, impazienti di mandare a ruina il Castello, appiccarono il fuoco, senza darne avviso, alla mina più alta. I Ducali fuggirono di là a rompicollo, nessuno si curando di Orsola, che rimase sotto i cadenti massi uccisa e sepolta. (…) La bella e sventurata figlia di Falco, condotta ad Arona da Margherita Medici fatta sposa al conte Giberto Borromeo, si chiuse in un chiostro, e consunta dalle lagrime incessanti e dal dolore morì tra quelle mura prima dello spirare di un anno.»
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Come  “Il castello di Trezzo” anche  “Il Falco della Rupe” ebbe all’uscita un discreto successo e ha anche un’edizione moderna, stampata nel 2007 per i tipi dell’editrice comasca Lariologo, col testo del Bazzoni “tradotto” in italiano moderno da Gigliola Foglia.
Giovambattista Bazzoni avrebbe continuato a scrivere cronachette, racconti e romanzi, restando sempre nello stesso solco e ambientati tra Milano e la Bergamasca, i luoghi dove appunto esercitava la professione di magistrato. Alcune opere sarebbero state pubblicate solo dopo la morte, nel 1850, causata ai una polmonite fulminante.
Dario Cercek
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