SCAFFALE LECCHESE/332: le memorie di un caporale sul fronte della Grande guerra

Nel 2015, in occasione delle celebrazioni per il centenario della Prima guerra mondiale, il Comune di Dervio pubblicava il diario di un caporale di fanteria che era stato schierato sul fronte del Carso e poi stato arrestato dagli austriaci e rinchiuso a Mauthausen destinato in seguito a diventare luogo ancora più sinistro. 
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Il caporale si chiamava Gaetano Algarotti: di origini bergamasche (nato ad Albano Sant’Alessandro nel 1897), il lavoro di cantoniere delle ferrovie lo aveva portato a Colico quale responsabile della manutenzione e del controllo della tratta Lecco-Colico. Successivamente, si trasferì a Dervio e poi a Bellano, dove morì nel 1971.
Il diario, di cui in famiglia si favoleggiava, sembrava scomparso, finché un giorno non venne alla luce grazie ai ladri. Lo spiega Gianfranco Algarotti, il direttore del derviese Coro Delphum e che di Gaetano è nipote. Egli stesso ha curato la trascrizione e la pubblicazione del diario.
I ladri, si diceva: «Che non tutti i mali vengano per nuocere è cosa certa – scrive Gianfranco nella prefazione - Non fosse stato per l’inattesa e sgradevole visita di qualche ladruncolo nella mia casa paterna, chissà quando, e in quali condizioni, avrei ritrovato il Diario scritto da mio nonno Gaetano ormai al termine della Grande Guerra a cui prese parte nella fila del 259° Reggimento Fanteria del Regio Esercito Italiano. (…) Sapevo che aveva scritto un diario e che l’aveva affidato a mio papà Luigi, suo primogenito, il quale lo custodiva come una reliquia, Ma col passare del tempo e con la morte di mio papà, il diario era andato dimenticato.» Finché, appunto, non sono arrivati i ladri a mettere a soqquadro la casa.
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Il diario, intitolato dall’autore “La mia vita militare. La prigione”, riporta la data del 20 dicembre 1919. Come detto, infatti, Gaetano Algarotti lo scrisse che la guerra era finita da circa un anno, per quanto si trovasse ancora sotto le armi in attesa del congedo. Era stato chiamato alle armi il 25 maggio 1916, preso servizio a Sacile (Udine) il 9 settembre, inviato sul fronte dell’Isonzo nell’aprile 1917 e arrestato dagli austriaci nel settembre di quello stesso anno dopo la battaglia nei pressi del celebre monte Hermada.
Il racconto comincia dall’arrivo al fronte: marce sono defatiganti sotto la minaccia delle granate e delle “pillole” sparate dai “signori Tugnì” e cioè i “Tugnitt”, come i lombardi chiamavano austriaci e tedeschi per motivi oscuri. La propaganda fa comunque il suo effetto perché il nemico è quasi sempre barbaro o bastardo.
Ci sono i momenti di confusione e sollievo, quando si accorge di essere «sano e salvo per la prima volta», riparandosi sotto una dolina dove i soldati si arrangiavano ciascuno per conto proprio «a cercare delle tane» per mettere al sicuro la testa. In prima linea, del resto, «era quello che si cercava di salvare e niente altro.» 
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E ci sono i momenti dell’orrore: «Alle 15, il rancio viene sospeso perché si riparte per Monfalcone, a ciascuno quattro o cinque bombe. E già «si doveva sfilare per i camminamenti ad uno per uno e zitti zitti, guardando con occhi lacrimanti ai nostri fratelli che ci facevano camminare sopra di essi» e cioè per uscire dalle trincee si era costretti a calpestare i corpi dei commilitoni morti o feriti.
Il 23 maggio 1917, in un assalto, quando «facemmo parecchie centinaia di prigionieri [che] dicevano “Buoni Italiani”». Seguì un’avanzata di due giorni, quando «verso le 19 una folla di austriaci si mosse contro gli italiani mezzo sfiniti» anche perché da quattro giorni non si mangiava né beveva; niente rancio e niente pane e per dissetarsi «si cercava qualsiasi fossa per bere, sia stato sangue, sia stato veleno, e giù le teste per servirsi di quella porcheria.» Si batté in ritirata e le «nostre signorine» cioè le mitragliatrici «singhiozzavano dalla rabbia e continuavano a strillare con il barbaro nemico invasore.»
Dopo altri due giorni passati nelle retrovie per riprendersi, il 3 giugno si ritornava al fronte «tutti strappati e pieni di fango» ma «in fretta e in furia si doveva andare perché i tugnit scendevano di bel nuovo» e le cannonate nemiche come «bibite di qualità e bottiglie di champagne,»
Gaetano Algarotti restò ferito, ma a un primo posto di medicazione decisero di rispedirlo in prima linea nonostante «un ginocchio che sembrava un proiettile da duecento ottanta». Riuscì comunque a farsi ricoverare in ospedale restando così lontano dal fronte. Vi ritornò a luglio per vedersi morire accanto due commilitoni e per assistere a un’autentica strage nel proprio battaglione.  Finché, il 5 settembre, venne catturato. «Scendemmo giù dal colle dell’Ermada, accompagnati da quattro facce di Barabba,» Trasferiti a Opicina, la fame cominciava a farsi sentire: «Ti ricordi di quelle pagnotte e gavette di riso che si gettava via in Italia! Ora andrebbero bene.» Il rancio era acqua calda mescolata con un po’ di farina gialla e un pezzo di pane che neppure i porci mangerebbero. Eppure lo si mangiò pensando alla famiglia e alla fidanzata che già lo aspettavano in licenza «per passare almeno qualche giorno felice.»
Il 9 settembre vennero caricati «sul treno come bestie chiuse dentro come sardelle imbarillate nei vagoni che si doveva far servire anche da gabinetto» ma era proibito sporcare altrimenti nerbate da parte di quei “barabbi”. Tre giorni di viaggio «senza vedere un pezzo di pane né quella poca acqua» alla volta di Oberlaibach e poi due chilometri a piedi, ancora senza mangiare e presi a bastonate. Al campo d’arrivo, il pasto consisteva in un mescolino di acqua calda e foglie di barbabietola con un quartino di pane. Tutti i giorni, così: «Lascio dire a voialtri come si poteva resistere con quella robaccia.» In compenso, non mancavano le legnate,»
Il 17 settembre nuova marcia: 25 chilometri fino a Lubiana: «Dietro la strada vi erano parecchie piante di mele, ma per noi erano solo da guardare e non toccare, altrimenti ci andava di mezzo la vita, come capitato a uno di noi [che] gettando un sasso fece staccare una mela. Non l’avesse mai fatto. Lo presero e lo fucilarono. E più si camminava, più la fame aumentava e nulla ci davano. E solo all’arrivo, in una baracca dove si vedevano i pidocchi camminare per terra - «ci diedero una mezza pagnotta.»
Infine, il trasferimento in treno a Mauthausen. E poi a Leibniz e quindi a Feldkirchen bei Graz. La neve, il gelo e la fame. Molti compagni di prigionia ne morivano. 
Una nota approfondisce: «La razione di cibo quotidiana che l’Austria riservava ai prigionieri era costituita da caffè d’orzo al mattino, una minestra di acqua con qualche foglia di rapa a mezzogiorno e a cena una patata con una fettina di pane integrale ed una aringa. Due, tre volte a settimana un minuscolo pezzo di carne.» E come registrava un ufficiale d’artiglieria prigioniero a Theresienstadt dopo Caporetto: «Al campo della truppa sono concentrati 15mila soldati; ne muoiono circa 70 al giorno per fame. Spesso questi morti non vengono denunciati subito per poter fruire della loro razione di rancio, i compagni li tengono nascosti sotto i pagliericci, finché il processo di decomposizione non rende insopportabile la loro presenza.»
Se i prigionieri italiani erano trattati particolarmente male dai soldati austriaci che li consideravano traditori, è altrettanto vero che lo Stato italiano ci metteva del suo, non inviando quegli aiuti alimentari che altri Paesi invece garantivano. E ciò perché, secondo l’intransigente e spietato orientamento del generale Luigi Cadorna, i prigionieri italiano altro non erano che disertori o vili che si erano arresi.
Da parte sua, Gaetano Algarotti tentò anche la fuga con altri prigionieri, tra cui due russi: «Valicando monti e valli, vivendo da cacciatori, armati come briganti si ammazzavano agnelli e vitelli» rubati alle famiglie locale, ma «si viveva meglio che a lavorare e prendere bastonate.» Si era ormai nel 1918, mese di marzo. Non durò molto, perché vennero ripresi. Però, si era riusciti a… migliorare il rancio e «d’allora in poi sono vissuto bene; patate se ne rubava a volontà come pure carne di animale, qualsiasi cosa si rubava per poter vivere e pensar di portar la pelle in Italia.» 
L’8 settembre è destinato all’esterno del campo a lavorare presso un contadino. Deve essere questo il periodo in cui riusciva a godere di una libertà maggiore, raggranellare qualche corona da poter addirittura mangiare di nascosto in un ristorante. Ma venne scoperte. E giù legnate.
Il 22 ottobre la guerra volgeva al termine, ma lui naturalmente non lo poteva sapere: quel giorno gli diagnosticarono la “spagnola”, la forma influenzale che fece milioni di vittime in tutta Europa. Tanto che, quando il 3 novembre venne siglato l’armistizio e tutti i prigionieri si misero in viaggio verso casa, lui restò a letto. Solo il 6 novembre riuscì ad alzarsi: pur cadendo per la debolezza, non si diede per vinto, Prese un treno e la mattina dell’8 novembre fu a Gorizia. Seguì la nuova odissea che interessò i prigionieri italiani ritornati in patria spediti da un campo all’altro, Gaetano fu destinato a Carpi. Ci viene spiegato in una nota a cura del nipote Gianfranco: «I soldati italiani fatti prigionieri durante la Prima Guerra Mondiale che ebbero la fortuna di sopravvivere agli stenti, la fame e le malattie e quindi rientrare in Patria, non poterono subito tornare alle proprie case a riabbracciare i propri cari; vennero infatti “concentrati” in campi appositi, distribuiti nelle retrovie delle linee italiane, per essere interrogati su quello che avevano vissuto.»
E finalmente l’11 dicembre la licenza, la prima da oltre un anno di naia: «Dopo tanti mesi andai a riprendere per po’ di giorni la vita borghese per ritrovare la mia amata famiglia che aveva sofferto tanto lungo. (…) Trovai la mia famiglia tale e quale l’avevo lasciata, la licenza la feci tranquilla e felice a fianco dei miei amati genitori.»
Un mese a casa, poi il 13 gennaio di nuovo in divisa, di nuovo a Sacile per quasi un anno, ma è una vita ormai tranquilla. Il 16 novembre andrà a Trieste «e qui attenderemo il sospirato congedo,» che arriverà probabilmente dopo pochi mesi. Nell’attesa metterà per iscritto le memorie pubblicate un secolo dopo.
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Da direttore del coro, il nipote Gianfranco Algarotti ha anche composto un canto, “Senti giù nella valle”: «Senti giù nella valle/ il rombo del cannon:/ sono i Tugnitt che spara/ sopra di Monfalcon. (…) Si deve camminare/ piangendo dal dolore/ sui corpi dei fratelli/ caduti per l’onor./ Sul monte dell’Hermada/ dove il nemico aspetta/ e con la baionetta/ noi vi vendicherem! (…) Oh, cara mamma mia,/ Madonna delle Rose, / fa’ che un bel dì possiam/ a casa ritornar!»
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Nonno Gaetano con il nipote Gianfranco

Spiega il maestro del coro Delphum: «Poiché mio nonno amava cantare spesso, nelle nostre passeggiate, mi canticchiava qualche ritornello sentito e imparato in trincea), terminata la trascrizione del Diario, ho voluto immaginare un canto con cui mi avrebbe raccontato quello che aveva vissuto. (…) Ho “inventato” una semplice melodia utilizzando come testo alcune espressioni ricorrenti nel diario, soffermandomi su alcuni aspetti che mi hanno colpito: dapprima la baldanza e il piglio con cui i nostri soldati affrontavano il “nemico”, poi le lacrime di dolore mentre, sfilando nei camminamenti, si calpestavano i “corpi dei fratelli” caduti in battaglia e non ancora rimossi; infine, l’accerchiamento del battaglione, lo spettro e l’incognita della prigionia, la preghiera e la speranza di ritornare a un tempo di pace e a una vita normale.»
Dario Cercek
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