Confindustria: una riflessione sul ‘Codice di guerra’ con la prof.ssa Mariarosaria Taddeo
La guerra non si combatte più soltanto sul campo, attraverso eserciti, armi e conquista dei territori. Oggi il conflitto si estende anche allo spazio digitale, dove un attacco informatico può paralizzare infrastrutture e servizi essenziali, la disinformazione può compromettere la stabilità di un Paese e gli algoritmi possono contribuire a individuare obiettivi militari, fino ad assumere un ruolo nelle decisioni operative. Una trasformazione profonda, che pone interrogativi non soltanto tecnologici e strategici, ma soprattutto etici e politici: chi controlla questi strumenti? Chi risponde delle loro conseguenze? E quali limiti è necessario stabilire affinché l’innovazione non finisca per compromettere i diritti e la dignità delle persone?

Sono stati questi alcuni dei temi al centro dell’incontro «Codice di guerra», appuntamento della rassegna «Libri liberi – Letture riflesse sul Lario», ospitato giovedì 29 ottobre nell’auditorium Plinio Agostoni di Confindustria Lecco e Sondrio. A guidare la riflessione è stata Mariarosaria Taddeo, professoressa di Etica Digitale e Tecnologie della Difesa all’Oxford Internet Institute dell’Università di Oxford, introdotta dal presidente di Confindustria Lecco e Sondrio, Marco Campanari.

Nel suo intervento introduttivo, Campanari ha evidenziato come il concetto stesso di guerra stia cambiando. Accanto alla dimensione tradizionale, fatta di eserciti, territori e confronto armato, si è affermato uno spazio digitale dai confini meno riconoscibili e dalle conseguenze non sempre immediatamente comprensibili. Un attacco informatico può mettere in difficoltà un sistema industriale o interrompere servizi essenziali; una campagna di disinformazione può destabilizzare una comunità senza che venga sparato un colpo; gli algoritmi possono contribuire alla selezione degli obiettivi e, con livelli crescenti di autonomia, alle decisioni di attacco. Una trasformazione che riguarda da vicino anche il mondo produttivo. La sicurezza delle imprese, delle catene di approvvigionamento, delle infrastrutture e delle tecnologie è ormai strettamente connessa alla sicurezza nazionale e alla competitività economica. L’intelligenza artificiale, ha osservato Campanari, è diventata un elemento centrale tanto negli strumenti di difesa quanto in quelli offensivi, mentre le regole e le categorie morali e istituzionali faticano a tenere il passo con la velocità dell’innovazione.
Da qui il paradosso che accompagna il rapporto tra etica e guerra: se la prima richiama principi di giustizia, imparzialità e tutela delle persone, la seconda risponde alla logica del confronto e della prevalenza sull’avversario. La questione, dunque, non è soltanto stabilire che cosa la tecnologia sia in grado di fare, ma interrogarsi su ciò che dovrebbe essere autorizzata a fare.

Taddeo ha invitato a superare le rappresentazioni fantascientifiche dell’intelligenza artificiale, spesso concentrate su scenari estremi e lontani, per concentrarsi sulle applicazioni già esistenti e sulle trasformazioni in corso. La digitalizzazione della difesa, ha spiegato, non è un fenomeno recente: dagli strumenti informatici impiegati durante la Guerra del Golfo del 1991 per coordinare le forze militari, agli attacchi informatici che nel 2007 colpirono l’Estonia, fino alla guerra in Ucraina iniziata nel 2022, il rapporto tra tecnologia e conflitto si è progressivamente intensificato. Proprio il conflitto ucraino rappresenta un passaggio significativo nell’integrazione degli strumenti digitali nelle operazioni militari. Droni, sistemi di analisi dei dati e applicazioni di intelligenza artificiale hanno assunto un’importanza crescente, accelerando un processo che negli ultimi anni ha coinvolto anche le tecnologie generative. La distinzione tra dimensione fisica e digitale, ha sottolineato la docente, è ormai sempre meno netta: i due ambiti si intrecciano e si condizionano reciprocamente.
Uno dei problemi principali riguarda però il ritardo degli strumenti normativi. Le operazioni informatiche non producono necessariamente danni fisici immediati e questo rende più complessa la loro classificazione attraverso categorie giuridiche nate per disciplinare forme di conflitto differenti. Anche il diritto internazionale si trova quindi a dover interpretare fenomeni nuovi attraverso regole già esistenti, come nel caso del Tallinn Manual, elaborato da esperti per approfondire l’applicazione del diritto internazionale alle operazioni informatiche.

A complicare ulteriormente il quadro è la natura stessa del dominio digitale, nel quale l’attacco può risultare più semplice e meno costoso della difesa. Non esiste una vittoria definitiva sul fronte informatico: anche un sistema considerato sicuro può presentare vulnerabilità, mentre l’intelligenza artificiale rende più rapida l’individuazione delle debolezze. La difesa diventa così un’attività continua, che richiede aggiornamento, controllo e capacità di adattamento.

Taddeo ha ricondotto le applicazioni dell’intelligenza artificiale in ambito militare a tre grandi categorie: il supporto alle attività di difesa, dall’amministrazione alla logistica e all’analisi delle informazioni; l’impiego in operazioni informatiche offensive e difensive; infine, le applicazioni direttamente connesse alle operazioni militari, compresi i sistemi d’arma autonomi e gli strumenti di supporto alla selezione degli obiettivi. È soprattutto quest’ultimo ambito a sollevare gli interrogativi più delicati. Sistemi capaci di individuare, seguire e selezionare un bersaglio, riducendo progressivamente l’intervento umano, impongono di interrogarsi sulla possibilità di mantenere un controllo effettivo sulle decisioni. In guerra, ha ricordato la docente, restano fondamentali principi come la necessità, secondo cui la forza deve essere limitata a quanto strettamente richiesto per raggiungere un obiettivo, e la distinzione, che impone di proteggere i civili e i non combattenti.

Non si tratta, tuttavia, di immaginare che le forze armate possano semplicemente rinunciare all’intelligenza artificiale. La quantità di dati prodotta dalle società contemporanee rende questi strumenti sempre più rilevanti anche per la sicurezza. Il punto è stabilire condizioni e limiti per il loro utilizzo. Taddeo ha individuato due ragioni fondamentali per farlo: una strategica, perché un impiego regolato della tecnologia può contribuire a contenere la brutalità dei conflitti e favorire condizioni di stabilità; l’altra morale e politica, perché le democrazie liberali si fondano sulla tutela della dignità umana e dei diritti, principi che non possono essere abbandonati quando si opera al di fuori dei propri confini.

Le istituzioni militari e le organizzazioni internazionali hanno già elaborato principi etici per l’intelligenza artificiale, ma secondo la docente questi rimangono spesso troppo generici. Non basta dichiarare che un sistema debba essere affidabile, trasparente o controllabile: occorre tradurre tali indicazioni in criteri operativi, standard tecnici, procedure di verifica e forme di supervisione indipendente. L’etica, in altre parole, non può limitarsi a formulare domande: deve contribuire a individuare risposte concrete e verificabili. Come ha sottolineato Taddeo, «l’etica prima o poi deve comunque trovare un’applicazione nella vita quotidiana», altrimenti rischia di rimanere una riflessione astratta.

Un aspetto emerso anche durante il confronto con il pubblico, a partire dalla domanda di un giovane imprenditore attivo nel settore della difesa, che ha portato l’attenzione sulle difficoltà incontrate dalle aziende chiamate a integrare l’intelligenza artificiale in sistemi e componenti destinati a diversi contesti operativi. A fronte di tecnologie in rapida evoluzione, molte normative di riferimento risalgono infatti a epoche molto diverse da quella attuale. Il quesito ha riguardato anche la dipendenza delle imprese dai grandi fornitori tecnologici e la necessità di trasmettere ai collaboratori un approccio etico concreto. Nella risposta, Taddeo ha richiamato proprio il valore degli standard tecnici condivisi. La robustezza di un sistema, la capacità di reagire correttamente a condizioni impreviste e la possibilità di verificarne il comportamento sono elementi che rendono più concreto il controllo e, di conseguenza, l’attribuzione delle responsabilità. La dimensione etica, dunque, può trovare applicazione anche attraverso requisiti ingegneristici e procedure di validazione. «Il controllo facilita la responsabilità», ha evidenziato, indicando nella definizione di standard condivisi uno dei passaggi necessari per rendere più affidabili le tecnologie.

Il confronto si è poi spostato sul rapporto tra intelligenza artificiale, informazione e democrazia. Nell’intervento é stato richiamato il caso Cambridge Analytica e le vicende politiche del 2016, interrogandosi sugli strumenti a disposizione delle democrazie liberali per contrastare le ingerenze digitali e le campagne capaci di condizionare il dibattito pubblico. Taddeo ha ricondotto il tema alla cosiddetta guerra cognitiva, un fenomeno che non si limita alla diffusione di notizie false, ma punta a compromettere la possibilità stessa di distinguere il vero dal falso e di riconoscere una base di fatti condivisa.

La docente ha osservato come la Russia abbia compreso precocemente la rilevanza strategica dello spazio informativo, mentre le democrazie occidentali abbiano impiegato più tempo a riconoscerne la portata. Ha però messo in guardia anche da un rischio opposto: reagire alle minacce aumentando indiscriminatamente la sorveglianza e il controllo sulle informazioni che circolano online. Tra gli strumenti da valorizzare ha indicato la responsabilità degli operatori digitali e delle piattaforme, insieme alla formazione dei cittadini e allo sviluppo di una maggiore consapevolezza critica. «Non è cercare di convincerci del falso: è rendere il falso distinto dal vero, così che non esista più un dato di fatto sul quale possiamo discutere», ha spiegato, descrivendo il pericolo più profondo della disinformazione.

Alla domanda se non si stia progressivamente normalizzando l’idea della guerra, anche attraverso il linguaggio delle istituzioni, Taddeo ha chiarito di non considerare il conflitto una prospettiva desiderabile, pur riconoscendo il diritto degli Stati e delle popolazioni a difendersi. Un diritto che, ha precisato, non può però diventare illimitato né trasformarsi in una giustificazione per qualsiasi impiego della forza. «Il diritto alla difesa non dà diritto a tutto», ha rimarcato. Il rafforzamento delle capacità difensive europee risponde a un contesto internazionale sempre più instabile, ma richiede investimenti, programmazione e soprattutto volontà politica: non è possibile recuperare in pochi anni ritardi accumulati nel corso di decenni.

L’ultima domanda ha affrontato una questione ancora più ampia: come individuare principi etici condivisi in un mondo nel quale i riferimenti culturali e politici non sono gli stessi. Se l’etica della tecnologia viene spesso ricondotta ai valori delle democrazie occidentali, come possono essere coinvolti Paesi che non condividono il medesimo impianto? Taddeo ha indicato nella Dichiarazione universale dei diritti umani una base di riferimento che deve valere universalmente, indipendentemente dai confini nazionali. «I diritti umani sono diritti umani universali e valgono in Cina come in Russia, come in Italia», ha affermato, ribadendo la necessità di non rinunciare a un tentativo di individuare principi comuni. Più difficile, secondo la docente, immaginare un’unica regolamentazione globale dell’intelligenza artificiale. Ha quindi proposto un approccio progressivo, fondato anche su sedi di cooperazione regionali, come l’Unione europea e la NATO, e sul dialogo con altri attori internazionali. L’obiettivo non deve essere attendere un accordo universale prima di intervenire, ma iniziare a costruire regole e punti di contatto, estendendo gradualmente il confronto.

Una riflessione che ha riportato al centro il senso dell’incontro: la difesa digitale non riguarda soltanto gli eserciti o gli specialisti del settore, ma investe il funzionamento delle società, la tutela dei diritti e la qualità delle democrazie. Perché le tecnologie sviluppate per proteggere uno Stato possono incidere anche sulla vita dei suoi cittadini, e il confine tra sicurezza e controllo non è sempre così distante come potrebbe sembrare.

Sono stati questi alcuni dei temi al centro dell’incontro «Codice di guerra», appuntamento della rassegna «Libri liberi – Letture riflesse sul Lario», ospitato giovedì 29 ottobre nell’auditorium Plinio Agostoni di Confindustria Lecco e Sondrio. A guidare la riflessione è stata Mariarosaria Taddeo, professoressa di Etica Digitale e Tecnologie della Difesa all’Oxford Internet Institute dell’Università di Oxford, introdotta dal presidente di Confindustria Lecco e Sondrio, Marco Campanari.

Nel suo intervento introduttivo, Campanari ha evidenziato come il concetto stesso di guerra stia cambiando. Accanto alla dimensione tradizionale, fatta di eserciti, territori e confronto armato, si è affermato uno spazio digitale dai confini meno riconoscibili e dalle conseguenze non sempre immediatamente comprensibili. Un attacco informatico può mettere in difficoltà un sistema industriale o interrompere servizi essenziali; una campagna di disinformazione può destabilizzare una comunità senza che venga sparato un colpo; gli algoritmi possono contribuire alla selezione degli obiettivi e, con livelli crescenti di autonomia, alle decisioni di attacco. Una trasformazione che riguarda da vicino anche il mondo produttivo. La sicurezza delle imprese, delle catene di approvvigionamento, delle infrastrutture e delle tecnologie è ormai strettamente connessa alla sicurezza nazionale e alla competitività economica. L’intelligenza artificiale, ha osservato Campanari, è diventata un elemento centrale tanto negli strumenti di difesa quanto in quelli offensivi, mentre le regole e le categorie morali e istituzionali faticano a tenere il passo con la velocità dell’innovazione.
Da qui il paradosso che accompagna il rapporto tra etica e guerra: se la prima richiama principi di giustizia, imparzialità e tutela delle persone, la seconda risponde alla logica del confronto e della prevalenza sull’avversario. La questione, dunque, non è soltanto stabilire che cosa la tecnologia sia in grado di fare, ma interrogarsi su ciò che dovrebbe essere autorizzata a fare.

Taddeo ha invitato a superare le rappresentazioni fantascientifiche dell’intelligenza artificiale, spesso concentrate su scenari estremi e lontani, per concentrarsi sulle applicazioni già esistenti e sulle trasformazioni in corso. La digitalizzazione della difesa, ha spiegato, non è un fenomeno recente: dagli strumenti informatici impiegati durante la Guerra del Golfo del 1991 per coordinare le forze militari, agli attacchi informatici che nel 2007 colpirono l’Estonia, fino alla guerra in Ucraina iniziata nel 2022, il rapporto tra tecnologia e conflitto si è progressivamente intensificato. Proprio il conflitto ucraino rappresenta un passaggio significativo nell’integrazione degli strumenti digitali nelle operazioni militari. Droni, sistemi di analisi dei dati e applicazioni di intelligenza artificiale hanno assunto un’importanza crescente, accelerando un processo che negli ultimi anni ha coinvolto anche le tecnologie generative. La distinzione tra dimensione fisica e digitale, ha sottolineato la docente, è ormai sempre meno netta: i due ambiti si intrecciano e si condizionano reciprocamente.
Uno dei problemi principali riguarda però il ritardo degli strumenti normativi. Le operazioni informatiche non producono necessariamente danni fisici immediati e questo rende più complessa la loro classificazione attraverso categorie giuridiche nate per disciplinare forme di conflitto differenti. Anche il diritto internazionale si trova quindi a dover interpretare fenomeni nuovi attraverso regole già esistenti, come nel caso del Tallinn Manual, elaborato da esperti per approfondire l’applicazione del diritto internazionale alle operazioni informatiche.

A complicare ulteriormente il quadro è la natura stessa del dominio digitale, nel quale l’attacco può risultare più semplice e meno costoso della difesa. Non esiste una vittoria definitiva sul fronte informatico: anche un sistema considerato sicuro può presentare vulnerabilità, mentre l’intelligenza artificiale rende più rapida l’individuazione delle debolezze. La difesa diventa così un’attività continua, che richiede aggiornamento, controllo e capacità di adattamento.

Taddeo ha ricondotto le applicazioni dell’intelligenza artificiale in ambito militare a tre grandi categorie: il supporto alle attività di difesa, dall’amministrazione alla logistica e all’analisi delle informazioni; l’impiego in operazioni informatiche offensive e difensive; infine, le applicazioni direttamente connesse alle operazioni militari, compresi i sistemi d’arma autonomi e gli strumenti di supporto alla selezione degli obiettivi. È soprattutto quest’ultimo ambito a sollevare gli interrogativi più delicati. Sistemi capaci di individuare, seguire e selezionare un bersaglio, riducendo progressivamente l’intervento umano, impongono di interrogarsi sulla possibilità di mantenere un controllo effettivo sulle decisioni. In guerra, ha ricordato la docente, restano fondamentali principi come la necessità, secondo cui la forza deve essere limitata a quanto strettamente richiesto per raggiungere un obiettivo, e la distinzione, che impone di proteggere i civili e i non combattenti.

Non si tratta, tuttavia, di immaginare che le forze armate possano semplicemente rinunciare all’intelligenza artificiale. La quantità di dati prodotta dalle società contemporanee rende questi strumenti sempre più rilevanti anche per la sicurezza. Il punto è stabilire condizioni e limiti per il loro utilizzo. Taddeo ha individuato due ragioni fondamentali per farlo: una strategica, perché un impiego regolato della tecnologia può contribuire a contenere la brutalità dei conflitti e favorire condizioni di stabilità; l’altra morale e politica, perché le democrazie liberali si fondano sulla tutela della dignità umana e dei diritti, principi che non possono essere abbandonati quando si opera al di fuori dei propri confini.

Le istituzioni militari e le organizzazioni internazionali hanno già elaborato principi etici per l’intelligenza artificiale, ma secondo la docente questi rimangono spesso troppo generici. Non basta dichiarare che un sistema debba essere affidabile, trasparente o controllabile: occorre tradurre tali indicazioni in criteri operativi, standard tecnici, procedure di verifica e forme di supervisione indipendente. L’etica, in altre parole, non può limitarsi a formulare domande: deve contribuire a individuare risposte concrete e verificabili. Come ha sottolineato Taddeo, «l’etica prima o poi deve comunque trovare un’applicazione nella vita quotidiana», altrimenti rischia di rimanere una riflessione astratta.

Un aspetto emerso anche durante il confronto con il pubblico, a partire dalla domanda di un giovane imprenditore attivo nel settore della difesa, che ha portato l’attenzione sulle difficoltà incontrate dalle aziende chiamate a integrare l’intelligenza artificiale in sistemi e componenti destinati a diversi contesti operativi. A fronte di tecnologie in rapida evoluzione, molte normative di riferimento risalgono infatti a epoche molto diverse da quella attuale. Il quesito ha riguardato anche la dipendenza delle imprese dai grandi fornitori tecnologici e la necessità di trasmettere ai collaboratori un approccio etico concreto. Nella risposta, Taddeo ha richiamato proprio il valore degli standard tecnici condivisi. La robustezza di un sistema, la capacità di reagire correttamente a condizioni impreviste e la possibilità di verificarne il comportamento sono elementi che rendono più concreto il controllo e, di conseguenza, l’attribuzione delle responsabilità. La dimensione etica, dunque, può trovare applicazione anche attraverso requisiti ingegneristici e procedure di validazione. «Il controllo facilita la responsabilità», ha evidenziato, indicando nella definizione di standard condivisi uno dei passaggi necessari per rendere più affidabili le tecnologie.

Il confronto si è poi spostato sul rapporto tra intelligenza artificiale, informazione e democrazia. Nell’intervento é stato richiamato il caso Cambridge Analytica e le vicende politiche del 2016, interrogandosi sugli strumenti a disposizione delle democrazie liberali per contrastare le ingerenze digitali e le campagne capaci di condizionare il dibattito pubblico. Taddeo ha ricondotto il tema alla cosiddetta guerra cognitiva, un fenomeno che non si limita alla diffusione di notizie false, ma punta a compromettere la possibilità stessa di distinguere il vero dal falso e di riconoscere una base di fatti condivisa.

La docente ha osservato come la Russia abbia compreso precocemente la rilevanza strategica dello spazio informativo, mentre le democrazie occidentali abbiano impiegato più tempo a riconoscerne la portata. Ha però messo in guardia anche da un rischio opposto: reagire alle minacce aumentando indiscriminatamente la sorveglianza e il controllo sulle informazioni che circolano online. Tra gli strumenti da valorizzare ha indicato la responsabilità degli operatori digitali e delle piattaforme, insieme alla formazione dei cittadini e allo sviluppo di una maggiore consapevolezza critica. «Non è cercare di convincerci del falso: è rendere il falso distinto dal vero, così che non esista più un dato di fatto sul quale possiamo discutere», ha spiegato, descrivendo il pericolo più profondo della disinformazione.

Alla domanda se non si stia progressivamente normalizzando l’idea della guerra, anche attraverso il linguaggio delle istituzioni, Taddeo ha chiarito di non considerare il conflitto una prospettiva desiderabile, pur riconoscendo il diritto degli Stati e delle popolazioni a difendersi. Un diritto che, ha precisato, non può però diventare illimitato né trasformarsi in una giustificazione per qualsiasi impiego della forza. «Il diritto alla difesa non dà diritto a tutto», ha rimarcato. Il rafforzamento delle capacità difensive europee risponde a un contesto internazionale sempre più instabile, ma richiede investimenti, programmazione e soprattutto volontà politica: non è possibile recuperare in pochi anni ritardi accumulati nel corso di decenni.

L’ultima domanda ha affrontato una questione ancora più ampia: come individuare principi etici condivisi in un mondo nel quale i riferimenti culturali e politici non sono gli stessi. Se l’etica della tecnologia viene spesso ricondotta ai valori delle democrazie occidentali, come possono essere coinvolti Paesi che non condividono il medesimo impianto? Taddeo ha indicato nella Dichiarazione universale dei diritti umani una base di riferimento che deve valere universalmente, indipendentemente dai confini nazionali. «I diritti umani sono diritti umani universali e valgono in Cina come in Russia, come in Italia», ha affermato, ribadendo la necessità di non rinunciare a un tentativo di individuare principi comuni. Più difficile, secondo la docente, immaginare un’unica regolamentazione globale dell’intelligenza artificiale. Ha quindi proposto un approccio progressivo, fondato anche su sedi di cooperazione regionali, come l’Unione europea e la NATO, e sul dialogo con altri attori internazionali. L’obiettivo non deve essere attendere un accordo universale prima di intervenire, ma iniziare a costruire regole e punti di contatto, estendendo gradualmente il confronto.

Una riflessione che ha riportato al centro il senso dell’incontro: la difesa digitale non riguarda soltanto gli eserciti o gli specialisti del settore, ma investe il funzionamento delle società, la tutela dei diritti e la qualità delle democrazie. Perché le tecnologie sviluppate per proteggere uno Stato possono incidere anche sulla vita dei suoi cittadini, e il confine tra sicurezza e controllo non è sempre così distante come potrebbe sembrare.
G.D.




















