Dervio: l'Arcivescovo ricorda frate Antonio Bargiggia, assassinato a Burundi
Una chiesa gremita ha accolto, nella serata di ieri, l’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, arrivato a Dervio per celebrare una messa in suffragio di frate Antonio Bargiggia, missionario laico consacrato di Milano, nato a Lacchiarella e volontario del VISPE, appartenente all’associazione “Fratelli dei poveri”.


Bargiggia, all’età di 43 anni, venne ucciso a colpi d’arma da fuoco il 3 ottobre 2000 in Burundi, mentre era in viaggio con la sua automobile. A 26 anni dalla sua morte, la comunità di Dervio ha voluto ricordarlo con una celebrazione nella chiesa parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo.


Alla messa hanno partecipato numerosi sacerdoti, tra cui il parroco don Andrea Molteni, il sindaco di Dervio Stefano Cassinelli, accompagnato da alcuni membri dell’amministrazione comunale, i volontari del VISPE e i fedeli provenienti dalle diverse parrocchie che compongono la Comunità pastorale San Carlo Borromeo dell’Alto Lario.


“Antonio deve rappresentare per noi un esempio. Quella che celebriamo oggi non è solo una commemorazione, ma un momento di riflessione sulla nostra vita di cristiani e sulla qualità della nostra fede: oggi vediamo un cristianesimo spesso spento, triste, concentrato sui numeri e i risultati; questo non era lo spirito di Antonio”, ha detto Delpini.

L’arcivescovo ha poi proseguito ricordando la vita di Bargiggia in Africa: “Egli viveva tra carcerati, poveri, emarginati, miserabili, che tuttavia, grazie a lui, riuscivano a non perdere la speranza. Era un uomo sensibile e generoso, per quello che ho potuto leggere e ascoltare dalle testimonianze di chi lo conosceva personalmente: una persona che un giorno si commosse quando un carcerato gli chiese di portare ai suoi figli un maglione fatto a mano da lui nella propria cella. Il suo spirito era quello non solo di pregare per loro, ma di vivere con loro”.


Conclusa la celebrazione liturgica, è stata data anche una testimonianza da parte di un caro amico di frate Antonio sul tipo di persona che fosse. Un appassionato e grande conoscitore dei fiori, passione che portò con sé anche nei suoi 20 anni trascorsi in Africa.


Una testimonianza ripresa dall’arcivescovo di Milano nel suo intervento conclusivo: “Voi, qui a Dervio, conservate nel campo santo del paese le spoglie di Antonio, dev’essere una provocazione: riuscire a coltivare, come faceva lui, i fiori non solo nei terreni fertili, ma anche in quelli rocciosi e più impervi”.
Bargiggia, all’età di 43 anni, venne ucciso a colpi d’arma da fuoco il 3 ottobre 2000 in Burundi, mentre era in viaggio con la sua automobile. A 26 anni dalla sua morte, la comunità di Dervio ha voluto ricordarlo con una celebrazione nella chiesa parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo.

Alla messa hanno partecipato numerosi sacerdoti, tra cui il parroco don Andrea Molteni, il sindaco di Dervio Stefano Cassinelli, accompagnato da alcuni membri dell’amministrazione comunale, i volontari del VISPE e i fedeli provenienti dalle diverse parrocchie che compongono la Comunità pastorale San Carlo Borromeo dell’Alto Lario.
“Antonio deve rappresentare per noi un esempio. Quella che celebriamo oggi non è solo una commemorazione, ma un momento di riflessione sulla nostra vita di cristiani e sulla qualità della nostra fede: oggi vediamo un cristianesimo spesso spento, triste, concentrato sui numeri e i risultati; questo non era lo spirito di Antonio”, ha detto Delpini.
L’arcivescovo ha poi proseguito ricordando la vita di Bargiggia in Africa: “Egli viveva tra carcerati, poveri, emarginati, miserabili, che tuttavia, grazie a lui, riuscivano a non perdere la speranza. Era un uomo sensibile e generoso, per quello che ho potuto leggere e ascoltare dalle testimonianze di chi lo conosceva personalmente: una persona che un giorno si commosse quando un carcerato gli chiese di portare ai suoi figli un maglione fatto a mano da lui nella propria cella. Il suo spirito era quello non solo di pregare per loro, ma di vivere con loro”.
Conclusa la celebrazione liturgica, è stata data anche una testimonianza da parte di un caro amico di frate Antonio sul tipo di persona che fosse. Un appassionato e grande conoscitore dei fiori, passione che portò con sé anche nei suoi 20 anni trascorsi in Africa.

Una testimonianza ripresa dall’arcivescovo di Milano nel suo intervento conclusivo: “Voi, qui a Dervio, conservate nel campo santo del paese le spoglie di Antonio, dev’essere una provocazione: riuscire a coltivare, come faceva lui, i fiori non solo nei terreni fertili, ma anche in quelli rocciosi e più impervi”.
T.P.




















