Malgrate: restituita alla collettività la Cappella delle ossa dei morti, con il suo alone di mistero

Ci sono luoghi che non hanno bisogno di essere grandi per raccontare una storia importante. A volte basta una piccola cappella, affacciata sulla strada, per custodire secoli di memoria, fede e vicende che si intrecciano con quelle di un’intera comunità. È il caso della Cappella dei morti alla Crocetta, a Malgrate, più conosciuta come Cappella delle ossa dei morti, che venerdì sera è stata ufficialmente restituita alla comunità dopo un intervento di restauro conservativo durato diversi mesi.
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A distanza di oltre un secolo dall’ultima importante manutenzione, la cappella è tornata a mostrare le proprie cromie e i propri apparati decorativi, mentre sono state risolte le problematiche legate alle infiltrazioni d’acqua. Un lavoro che ha permesso di conservare non soltanto un edificio religioso, ma un piccolo pezzo della storia di Malgrate, strettamente legato alle vicende delle grandi epidemie di peste e alla memoria dei morti.
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«Questa cappelletta è stata restaurata grazie ai contributi di tanti malgratesi e non solo», ha ricordato il sindaco Michele Peccati, ringraziando in particolare il Fondo di Comunità che ha avuto l’idea di avviare il progetto e lo ha portato avanti. «Il risultato devo dire che è veramente andato forse anche oltre le aspettative», ha aggiunto, prima di lasciare spazio al racconto della storia della cappella.
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Una storia che affonda le proprie radici molto indietro nel tempo. Don Andrea ha ricordato come la costruzione possa essere fatta risalire già al Cinquecento, quando il piccolo edificio sarebbe nato come cappella di pietà o di suffragio, lungo una strada che conduceva verso la chiesa. Solo successivamente sarebbe diventato anche luogo legato alla memoria delle vittime delle epidemie di peste che colpirono il territorio, in particolare quella devastante del 1630.
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Proprio la peste è infatti uno degli elementi che hanno maggiormente segnato la storia della cappella. Dopo l’epidemia, in diversi luoghi del territorio vennero costruite cappelle commemorative per ricordare le vittime. Quella di Malgrate è oggi una delle poche ancora esistenti e, nell’area lecchese, una delle meglio conservate.
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Il suo elemento più caratteristico è però quello che le ha dato il nome con cui ancora oggi viene comunemente identificata: all’interno sono conservati numerosi resti ossei, soprattutto crani, che la tradizione ha collegato alle vittime della peste. Una presenza che rende la cappella immediatamente riconoscibile e che, nel corso dei secoli, ha contribuito ad alimentare racconti e interrogativi sulla sua storia.
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Non tutto, infatti, può essere ricostruito con certezza. Una delle storie tramandate collega il luogo addirittura a una battaglia avvenuta nel 1532, quando Malgrate fu teatro dello scontro tra le forze di Gian Giacomo Medici, detto il Medeghino, e l’armata del Ducato di Milano. Secondo la leggenda, proprio sotto la cappella sarebbe stato sepolto Accorsino da Lodi, capitano dell’esercito sconfitto.
Una storia affascinante, ma che non ha trovato conferme documentali. E proprio durante il restauro è emerso un piccolo elemento che, per un momento, aveva fatto pensare che sotto il pavimento potesse esserci qualcosa da scoprire. Al centro della cappella era sempre stata collocata una fioriera e, rimuovendola, è comparso un gancio. Sembrava quasi l’indizio di una botola nascosta. Le verifiche e gli scavi hanno però escluso la presenza di strutture immediatamente sottostanti: il gancio, ormai deteriorato, potrebbe essere stato utilizzato semplicemente per fissare la lanterna presente nella cappella.
Il vero tesoro, insomma, era già tutto intorno: nelle pareti, nelle decorazioni, nei resti conservati e nella storia che il piccolo edificio continua a custodire.
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A raccontare quanto complesso sia stato restituire questo patrimonio alla comunità è stato Raffaele Luzzana, dello Studio Luzzana di Civate, che ha curato il restauro insieme alle professionalità coinvolte nell’intervento.
«Non è la grandezza di un monumento che ne fa l’importanza, ma è il ruolo che svolge all’interno di una comunità, è la storia che racconta e il ruolo che può ancora avere per le generazioni future», ha spiegato.
Il lavoro è partito innanzitutto dalla necessità di proteggere la struttura dall’acqua. Prima ancora di intervenire sulle decorazioni, è stato quindi necessario lavorare sulla copertura e sul sistema di raccolta e smaltimento delle acque meteoriche, così da evitare che le infiltrazioni potessero continuare a danneggiare gli apparati pittorici e decorativi.
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Una volta risolte queste problematiche, i restauratori hanno proceduto a una vera e propria mappatura delle condizioni della cappella, individuando di volta in volta le criticità sulle quali intervenire. La pulitura ha permesso di rimuovere ciò che nel tempo aveva finito per nascondere colori e dettagli, mentre intonaci e apparati decorativi sono stati consolidati e messi in sicurezza.
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Uno degli aspetti più delicati è stato trovare il giusto equilibrio tra conservazione e leggibilità. L’obiettivo non era ricostruire ciò che non esisteva più, ma rendere nuovamente visibile quello che la storia aveva consegnato alla comunità. «Senza che questo intervento facesse quel passo eccessivo di inventare o di mettere qualcosa che la storia non ci aveva consegnato», ha spiegato Luzzana.
Il restauro ha riguardato anche la corretta conservazione dei resti ossei presenti nella cappella, intervenendo nel rispetto della loro natura e del valore della memoria che rappresentano. Proprio quei resti, insieme alle raffigurazioni presenti sulle pareti, contribuiscono a restituire alla cappella il suo significato originario.
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Tra le immagini più suggestive ricordate durante la serata c’è quella dello scheletro con il copricapo sacerdotale, una rappresentazione che richiama un messaggio antico e universale: davanti alla morte, ogni differenza viene meno. Il potere, il ruolo sociale, persino quello ecclesiastico non possono sottrarre nessuno alla stessa sorte.
È il significato del «memento mori», il ricordare all’uomo la propria condizione mortale, ma anche un invito a vivere diversamente la propria esistenza e a non sentirsi superiori agli altri.
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Anche la storia più recente della cappella racconta, del resto, il legame con la comunità. Nei documenti della parrocchia è emersa una vertenza risalente al 1912, nata dopo che due fratelli, acquistando alcuni terreni confinanti, avevano ritenuto in buona fede di aver acquisito anche l’ossario. Una vicenda che portò a interrogarsi sulla proprietà dell’edificio e sulla sua origine.
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La risposta arrivò anche attraverso una lettera di monsignor Giuseppe Scatti, all’epoca vescovo, già parroco di Malgrate, che ricondusse la cappella alla storia delle confraternite e delle fabbricerie. Documenti successivi raccontano inoltre di interventi sulle ossa dell’ossario e della presenza di resti attribuiti anche a sacerdoti, aggiungendo un ulteriore elemento di mistero alla storia del luogo.
Un piccolo «giallo», insomma, che don Andrea non ha voluto risparmiare ai presenti, tra leggende, documenti e ipotesi rimaste senza risposta certa.
A rendere possibile il recupero è stata però una storia molto concreta e tutta contemporanea: quella di una comunità che ha scelto di investire nella propria memoria.
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Il costo complessivo dell’intervento è stato di 31.700 euro. La somma è stata raccolta attraverso il bando della Fondazione Comunitaria del Lecchese: 11.500 euro sono arrivati dalla sottoscrizione pubblica alla quale hanno aderito circa cinquanta tra cittadini e aziende locali, altri 13mila euro sono stati messi a disposizione dalla Fondazione Comunitaria del Lecchese e 7.200 euro dal Fondo Comunitario Malgratese.
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«La cosa molto bella è che tante persone hanno dato», ha sottolineato Donatella Crippa, presidente del Fondo Comunitario Malgratese. E proprio questo, per il Fondo, rappresenta uno degli aspetti più significativi dell’intervento: aver potuto restaurare «qualcosa che comunque è della comunità».
Il Fondo è attivo dal 2007 e negli anni ha sostenuto soprattutto progetti di carattere sociale. Questa volta la scelta è caduta su un bene storico e religioso, con l’idea di coinvolgere direttamente la cittadinanza nel suo recupero.
«Ci siamo noi, c’è la parrocchia, il Comune, le associazioni, i fondi vari che hanno supportato e aiutato perché fosse possibile fare questo restauro», ha ricordato Crippa, indicando nella collaborazione tra realtà diverse la strada per continuare a promuovere nuovi progetti.
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È proprio questo il significato che Luzzana ha voluto affidare alla conclusione del suo intervento. Il compito del restauratore, ha spiegato, non è semplicemente riportare un edificio alle condizioni precedenti, ma «riconsegnare alla comunità» un bene che possa continuare a raccontare la propria storia e, allo stesso tempo, scriverne di nuove.
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La Cappella delle ossa dei morti torna così ad aprire le proprie porte con i segni del tempo ancora visibili, ma nuovamente leggibili. Non un monumento isolato, ma un luogo che appartiene alla comunità e che proprio grazie alla comunità è stato recuperato.
Gloria Draghi
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