Lecco: cercasi mecenate per l'ultima trafileria ad acqua. Dove il tempo si è fermato
L’indirizzo è via Ramello. Ma se non ti ci accompagnano, non ci arrivi. Ed è inutile fare affidamento a chiuse e cascatelle. Qui a Laorca, di fiumicelle e ruote idrauliche ne trovi a ogni angolo. Il nostro, di angolo, è un piccolo edificio di due piani dove il tempo si è fermato a sessant’anni fa quasi d’incanto. Come se una magia avesse fatto scomparire l’uomo all’improvviso per lasciare a futura memoria il luogo così come si trovava in un giorno imprecisato degli anni Sessanta del Novecento. Quando, dopo due secoli, la vecchia trafileria cessò la produzione.

Si parla della Trafileria Baruffaldi e qui ci troviamo, su invito dell’Officina Gerenzone che oggi (sabato 26 settembre) ha organizzato alcune visite “mirate” per ridare vigore alla campagna lanciata ormai qualche mese fa perché l’antica trafileria sia recuperata, conservata come testimonianza di archeologia industriale dopo che troppo è andato perso e distrutto negli ultimi decenni.

Con Paolo Colombo dell’Officina Gerenzone, ci sono anche Francesco D’Alessio e Umberto Calvi dell’Associazione Bovara, c’è la consulente dei musei civici Barbara Cattaneo, arrivano gli assessori comunali Lorella Cesana e Simone Brigatti.
La trafileria venne realizzata nel Settecento da uno dei tanti rami della famiglia Mazzucconi che, per vicissitudine varie, nel 1780 la vendette ai Buttarelli di Milano, più che altro come investimento immobiliare: la affittarono infatti agli Airoldi di Rancio, i quali, con Giovanni Battista, ne divennero proprietari nel 1840.

Gli Airoldi proseguirono fino agli anni Cinquanta del Novecento, quando la cedettero ai Baruffaldi che la mantennero in funzione per una decina di anni. Ma ormai i sistemi di lavorazione erano completamente cambiati, la piccola trafileria era ormai superata ed era antieconomico riammodernarla in quel modesto spazio. La si abbandonò e abbandonata è rimasta fino a oggi così com’era: coi suoi vecchi macchinari fermi ma in qualche caso ancora funzionanti, gli attrezzi appoggiati sui banconi, la bicicletta usata dagli operai rimasta a prendere polvere, alla parete un calendario Renault con auto ormai finite nell’oblio e, nell’annesso locale di servizio, un poster di Marylin Monroe, un quadro di papa Giovanni XXIII, trofei di caccia a tante bottiglie vuote di varie fogge. Un’immagine uscita dal passato, una fotografia d’epoca.
Si tratta tra l’altro dell’ultima trafileria ad acqua rimasta forse addirittura in tutta Italia. Di per sé, dunque, è già un monumento.

Da anni, la struttura era in qualche modo sotto osservazione proprio come un bene da tutelare. Un’operazione che naturalmente richiede un grosso intervento finanziario.
Nel febbraio di quest’anno, tra l’altro, è crollato il tetto e ha cominciato a piovere all’interno del complesso, mettendo a rischio la tenuta della soletta tra il primo piano e quello terreno, minacciandola completa rovina dei macchinari e dei reperti rimasti.

A darsi da fare per scongiurare il peggio è stata appunto l’Officina Gerenzone che ha siglato con la proprietà un contratto di comodato d’uso per la durata di un anno così da potere intervenire in sicurezza e raccogliere il denaro necessario per tamponare la situazione, grazie al contributo della Banca della Valsassina e della Airoldi Metalli, l’azienda che proprio in questi giorni ha festeggiato i suoi 190 anni e che, risalando l’albero genealogico, ha legami proprio con gli Airoldi di questa trafileria.

L’Officina Gerenzone è quindi intervenuta per dare all’edificio una copertura provvisoria, evitando così il degrado ulteriore dello stabile. I lavori si sono conclusi a luglio. Nel frattempo è anche partita una vera e propria campagna di sensibilizzazione lanciata della stessa associazione in occasione dell’assemblea annuale.

Proprio a scopo di sensibilizzazione è stato organizzato più un sopralluogo che una visita, coinvolgendo stampa, amministratori e imprenditori.
Il presidente dell’Officina Gerenzone, Paolo Colombo, ha i piedi per terra e non si lascia andare a voli pindarici, a sogni di qualsiasi sorta. Si rende conto che la strada per salvare la trafileria sarà lunga e faticosa. In una città che, del resto, fino a oggi poco ha considerato il proprio passato, soprattutto a quello industriale.

Ma dice, Colombo, che con il tutto il parlare di turismo che si fa a Lecco di questi tempi, non c’è proprio niente da inventare: il patrimonio lecchese è qua, in questa vallata dove dal Trecento si trafila il ferro. E dunque alla sua valorizzazione vanno mirati gli sforzi.

Di là di uno un progetto del tutto accademico messo a punto dagli studenti del Politecnico lecchese, non c’è nemmeno un’ipotesi reale sul possibile futuro della trafileria. Anche se ciò che rimane non può che far pensare a uno spazio museale. Che parla, davvero. «Perché – osserva ancora Colombo – se questi macchinari fossero stati portati via e magari esposti al museo della scienza e della tecnica, avrebbero perduto senso.» E fascino. O, vien da dire, addirittura l’anima.

Se la proprietà, per evidenti ragioni finanziarie, non è intenzionata a farsi carico del recupero, lo sguardo va rivolto altrove: ad altri imprenditori, magari una cordata di mecenati che da queste parti sono ormai solo un ricordo di tempi andati, agli enti pubblici che sono il Comune, la Provincia, la Regione e su anche lo Stato.
Le possibilità di finanziamento e di intervento, oltre che di riconversione, sono tutta da individuare. Ciò che conta – è il senso dell’appello rilanciato dall’Officina Gerenzone – è la volontà.
Si parla della Trafileria Baruffaldi e qui ci troviamo, su invito dell’Officina Gerenzone che oggi (sabato 26 settembre) ha organizzato alcune visite “mirate” per ridare vigore alla campagna lanciata ormai qualche mese fa perché l’antica trafileria sia recuperata, conservata come testimonianza di archeologia industriale dopo che troppo è andato perso e distrutto negli ultimi decenni.
Con Paolo Colombo dell’Officina Gerenzone, ci sono anche Francesco D’Alessio e Umberto Calvi dell’Associazione Bovara, c’è la consulente dei musei civici Barbara Cattaneo, arrivano gli assessori comunali Lorella Cesana e Simone Brigatti.
Gli Airoldi proseguirono fino agli anni Cinquanta del Novecento, quando la cedettero ai Baruffaldi che la mantennero in funzione per una decina di anni. Ma ormai i sistemi di lavorazione erano completamente cambiati, la piccola trafileria era ormai superata ed era antieconomico riammodernarla in quel modesto spazio. La si abbandonò e abbandonata è rimasta fino a oggi così com’era: coi suoi vecchi macchinari fermi ma in qualche caso ancora funzionanti, gli attrezzi appoggiati sui banconi, la bicicletta usata dagli operai rimasta a prendere polvere, alla parete un calendario Renault con auto ormai finite nell’oblio e, nell’annesso locale di servizio, un poster di Marylin Monroe, un quadro di papa Giovanni XXIII, trofei di caccia a tante bottiglie vuote di varie fogge. Un’immagine uscita dal passato, una fotografia d’epoca.
Si tratta tra l’altro dell’ultima trafileria ad acqua rimasta forse addirittura in tutta Italia. Di per sé, dunque, è già un monumento.
Da anni, la struttura era in qualche modo sotto osservazione proprio come un bene da tutelare. Un’operazione che naturalmente richiede un grosso intervento finanziario.
Nel febbraio di quest’anno, tra l’altro, è crollato il tetto e ha cominciato a piovere all’interno del complesso, mettendo a rischio la tenuta della soletta tra il primo piano e quello terreno, minacciandola completa rovina dei macchinari e dei reperti rimasti.
A darsi da fare per scongiurare il peggio è stata appunto l’Officina Gerenzone che ha siglato con la proprietà un contratto di comodato d’uso per la durata di un anno così da potere intervenire in sicurezza e raccogliere il denaro necessario per tamponare la situazione, grazie al contributo della Banca della Valsassina e della Airoldi Metalli, l’azienda che proprio in questi giorni ha festeggiato i suoi 190 anni e che, risalando l’albero genealogico, ha legami proprio con gli Airoldi di questa trafileria.
L’Officina Gerenzone è quindi intervenuta per dare all’edificio una copertura provvisoria, evitando così il degrado ulteriore dello stabile. I lavori si sono conclusi a luglio. Nel frattempo è anche partita una vera e propria campagna di sensibilizzazione lanciata della stessa associazione in occasione dell’assemblea annuale.
Proprio a scopo di sensibilizzazione è stato organizzato più un sopralluogo che una visita, coinvolgendo stampa, amministratori e imprenditori.
Il presidente dell’Officina Gerenzone, Paolo Colombo, ha i piedi per terra e non si lascia andare a voli pindarici, a sogni di qualsiasi sorta. Si rende conto che la strada per salvare la trafileria sarà lunga e faticosa. In una città che, del resto, fino a oggi poco ha considerato il proprio passato, soprattutto a quello industriale.
Ma dice, Colombo, che con il tutto il parlare di turismo che si fa a Lecco di questi tempi, non c’è proprio niente da inventare: il patrimonio lecchese è qua, in questa vallata dove dal Trecento si trafila il ferro. E dunque alla sua valorizzazione vanno mirati gli sforzi.
Di là di uno un progetto del tutto accademico messo a punto dagli studenti del Politecnico lecchese, non c’è nemmeno un’ipotesi reale sul possibile futuro della trafileria. Anche se ciò che rimane non può che far pensare a uno spazio museale. Che parla, davvero. «Perché – osserva ancora Colombo – se questi macchinari fossero stati portati via e magari esposti al museo della scienza e della tecnica, avrebbero perduto senso.» E fascino. O, vien da dire, addirittura l’anima.
Se la proprietà, per evidenti ragioni finanziarie, non è intenzionata a farsi carico del recupero, lo sguardo va rivolto altrove: ad altri imprenditori, magari una cordata di mecenati che da queste parti sono ormai solo un ricordo di tempi andati, agli enti pubblici che sono il Comune, la Provincia, la Regione e su anche lo Stato.
Le possibilità di finanziamento e di intervento, oltre che di riconversione, sono tutta da individuare. Ciò che conta – è il senso dell’appello rilanciato dall’Officina Gerenzone – è la volontà.
D.C.





















