Nella fucina il tempo si è fermato. Un appello per il suo recupero

C’è una vecchia, anzi antica, trafileria rimasta cristallizzata a settant’anni fa, quando venne chiusa e nessuno più vi mise mano, Dentro, il tempo si è fermato. Si trova in via Ramello, nella parte bassa di Laorca, quasi in riva al Gerenzone ed è indubbiamente uno dei siti di archeologia industriale ora diventato preziosissimo, dopo che molte testimonianze sulla culla dell’industrializzazione lecchese sono andate perdute.
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Un sito sul cui futuro nulla è ancora detto, ma intanto occorre intervenire per evitare che il degrado del tempo la cancelli definitivamente dopo il crollo del tetto avvenuto nel mese di febbraio. In prima fila, in questa operazione di salvaguardia, c’è ancora l’Officina Gerenzone, l’associazione messa in piedi da quel gruppo di matti che si è dato il compito di preservare un pezzo importante di memoria storica della città. E che naturalmente non ha la forza finanziaria per fare fronte a interventi dai costi proibitivi per sostenere i quali lancia un appello rivolto soprattutto a quelle industrie che magari nel Gerenzone hanno le loro radici prima di essere trasferite altrove per ragioni logistiche. Almeno per tamponare l’emergenza: rifare il tetto. Poi, si vedrà.
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Se ne è parlato l’altra sera all’Otolab di Rancio, dove l’Officina Gerenzone ha tenuto la propria assemblea annuale e poi una serata aperta al pubblico per presentare, da parte del presidente Paolo Colombo, di Carlo Brivio e di Silvia Negri, le attività svolte e in programma e mettere sotto i riflettori il problema della trafileria di via Ramello. Presenti anche tre dei cinque candidati sindaco: Giovanni Colombo, Mauro Fumagalli e l’uscente Mauro Gattinoni.
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Tra i progetti sui quali in questi ultimi tempi si è concentrato l’impegno dell’associazione c’è, come si ricorderà, quello del recupero della diga del Paradone con il casello del custode, nella zona di Malavedo. L’obiettivo della raccolta fondi è stato centrato e ora, tra il denaro raccolto con la sottoscrizione e quello messo a disposizione dalla Fondazione comunitaria del Lecchesi, i mezzi economici per intervenire ci sono e si potrà aprire il cantiere probabilmente già in estate.
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Intanto, però, altre iniziative sono in preparazione, in aggiunta a quelle diventate ormai “canoniche”: le passeggiate lungo il Gerenzone e gli interventi di pulizia e sistemazione in alcune zone particolarmente significative, la raccolta di testimonianze ma anche di “reperti”: vecchi macchinari dismessi e per il momento custoditi in magazzini improvvisati in attesa di definire una loro possibile valorizzazione. 
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In collaborazione con il Rotary club sta ora partendo il progetto “Acqua ferro città” che prevede l’installazione lungo il torrente Gerenzone dal cimitero alla Malpensata e poi lungo la Fiumicella ormai asciutta, di una settantina di pannelli i Italiano e in Inglese per raccontare la storia di quegli angoli significativi che hanno appunto fattoi la storia industriale della nostra città; sui pannelli sarà anche riportato un Qr code che consentirà ulteriori approfondimenti.
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Nel prossimo autunno, sarà inoltre allestita alla Torre Viscontea una mostra fotografica, con gli scatti di Alessio Volonté. La consulente dei musei Barbara Cattaneo ha ricordato come lei stessa negli anni Novanta effettuò un censimento dei siti di archeologia industriale lungo il Gerenzone in vista di progetti di recupero che poi non videro la luce, ma soprattutto sottolineando come in questi trent’anni il 95% di quello che allora c’era ancora oggi non c’è invece più. La testimonianza dunque si fa emergenza.
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E testimonianza è appunto il lavoro fotografico realizzato da Volonté che ha spiegato come si tratti di una ricerca avviata per interessi personali, dirigendo un’azienda che era stata avviata sul Gerenzone. “Custodire progettando” è lo slogan che accompagna l’iniziativa che ha l’intento di raccontare quella storia ai lecchesi più giovani che non la conoscono, ma anche di produrre una documentazione almeno per i luoghi non ancoeraa cancellati. Tra i quali c’è appunto la vecchia trafileria, chiusa tra il 1962 e il 1963 dopo tre secoli di attività; «Tutto è rimasto come allora – ha raccontato Colombo - Ci sono i sacchi, le panche sulle quali si riposavano, le pinze del tirabagia, la polvere di sapone…»
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Lo storico Francesco D’Alessio ha ripercorso le origini dell’azienda partendo dalla mappa catastale del 1721, quando risultava una fucina appartenente a un Carlo Mazzucconi, una fucina poi fallita. I Mazzucconi comunque non scomparvero: imparentandosi con gli Spreafico e i Gerosa, andarono i primi a fondare una fiorente trafileria in Argentina e i secondi a gestire le Ferriere Giovanni Gerosa con sedi a Lecco e Napoli. Nel frattempo, e cioè nel 1776, la fucina di Laorca passò ai Buttarelli di Milano che in realtà erano interessati ad affittare a terzi l’attività, affidata quindi a degli Airoldi del ramo degli Airoldi del “Paradiso” di Rancio: si trattava di una famiglia fino ad allora con interessi esclusivamente agricoli che a Rancio costruirono la casa di abitazione che vollero appunto battezzare “Paradiso”.
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Allargando i propri interessi all’industria, fecero funzionare la fucina che poi acquistarono nel 1840: a firmare l’atto di compravendita Giovanni Battista Airoldi, nonno di quel Valentino Gerosa Crotta che «salvò il Caleotto» quando, pochi anni dopo la sua fondazione nel 1897, rischiava già di chiudere «perché tutti volevano comandare e ciascuno faceva solo i propri interessi.» Infine, la trafileria di Laorca venne acquistata dai Baruffaldi che la mandarono avanti appunto fino al 1962 e che ne detengono ancora la proprietà.
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Nella piccola trafileria dei Baruffaldi, lavorò anche un giovanissimo Casimiro Ferrari, uno dei grandi alpinisti lecchesi che ha scritto pagine fondamentali in Patagonia.
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E proprio guardando a Ferrari, lo storico dell’alpinismo Alberto Benini ha detto come ciò spiega il motivo per cui negli anni Trenta Lecco produsse quella schiera di alpinisti che dettò legge sulle Alpi, quasi tutti operai: «La leggenda dice perché erano in grado di fabbricarsi i chiodi. Ma i chiodi potevi anche comprarli. La realtà è che se usi il martello per tutta la settimana in officina, poi quando arrampichi sai quello che stai facendo, sai come dare i colpi… E questo fa la differenza con i borghesi.»
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Dell’antica fucina, in questi anni si è anche occupato il Politecnico lecchese: molte tesi di laurea, infatti, sono state dedicate al possibile recupero del complesso, producendo disegni di un certo interesse.
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Adesso c’è la nuova scommessa dell’Officina Gerenzone, dettata appunto dall’emergenza del crollo del tetto avvenuto alle due del pomeriggio del 7 febbraio: «Il 16 aprile – ha spiegato Colombo – abbiamo firmato per prendere lo stabile in comodato d’uso per i primi interventi necessari a scongiurare il degrado e il crollo.
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I macchinari e gli arredi sono stati protetti con del cellophane, il solaio è stato puntellato. Bisognerebbe realizzare una copertura provvisoria, già siamo in possesso di preventivi. Vorremo organizzare visite guidate mirate al recupero, Non quindi aperte al pubblico anche per motivi di sicurezza, bensì a persone eh possano essere interessate al recupero. È certo che il tetto debba essere sistemato entro l’estate.
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Qualcuno si è già offerto per aiutarci a fare stare in piedi quello stabile. Non c’è stato il tempo di pensare come utilizzarlo. Sarebbe bello che questo posto diventasse visitabile. Se non sarà possibile, ci abbiamo comunque provato. Entreremo comunque nella schiera dei complici della distruzione della memoria, perché fino ad adesso la città ha girato le spalle al Gerenzone, visto che ormai resta poco. Ma noi siamo ostinati: tirabagia, non volteremo le spalle.»
D.C.
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