SCAFFALE LECCHESE/ 324: La villeggiatura in Brianza Ecco gli svaghi dei nobili

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Era un venerdì 17. Di maggio, per la precisione. Anno 1811. Il conte milanese Giacomo Greppi acquistava da Galeazzo Arrigoni alcuni “beni e case” in Casate Vecchio di Monticello: prati a pascolo, orto, aratorio, bosco da legnatico, rustici e una casa civile con giardino. Che sarebbe diventata col tempo una villa prestigiosa. Villa Greppi, appunto. Decisamente, il conte Giacomo non poteva essere ritenuto superstizioso se sottoscrisse un contratto di compravendita in una data ritenuta infausta dai più.
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Ci informa il docente d’arte Andrea Spiriti (“Villa Greppi a Monticello. Una grande dimora neoclassica”, edito dalla Provincia di Lecco nel 2005): «Di origini lombarde e presenze a Crema, Como, Bergamo, la famiglia Greppi all’inizio del Settecento è un tipico caso di stirpe di media importanza, con un’abile gestione del commercio della lana, qualche attività finanziaria e un sistema di fornitura all’esercito che diviene rilevante durante la guerra di secessione austriaca (1740-1748).» Con un Antonio Greppi che, tra il 1750 e il 1770, gestì la Ferma generale austriaca e cioè la riscossione delle imposte accumulando «una fortuna – le parole dello scrittore milanese Guido Lopez – buona per cinque generazioni e per decine di eredi.»
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Come succede nei grandi lignaggi, di padre in figlio e nipote si tramando beni e nomi, così che nelle mappe genealogiche quei nomi vanno ripetendosi, Tanto che, per essere distinti, vengono contrassegnati con un numero ordinale. Come sovrani o papi.

Del resto, i Greppi contano. E «la costruzione di una grandiosa residenza in Brianza, voluta dal conte Giacomo Greppi all’inizio dell’Ottocento – scrive la professoressa brianzola Laura Caspani in “Villa Greppi. Un luogo la sua gente” pubblicato nel 2011 dallo stesso Consorzio Villa Greppi -, si pone, nel corso della storia della famiglia, come evento importante da “leggere” tenendo conto della peculiare mentalità pragmatica e laica che contrassegna i componenti di questa nobile casata, una delle più in vista della società milanese.»
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A noi, però, interessa un Greppi in particolare: Alessandro, nato nel 1828 e morto nel 1918. Era figlio di Antonio II che, nel 1820 aveva ereditato dallo zio celibe – appunto il conte Giacomo – la villa di Monticello. Questo Antonio II avrebbe avuto dodici figli: «Alessandro – le parole di Lopez – è il nono della covata. Lo potremmo definire, per certi versi, la pecora grigia della famiglia, che sembrerebbe priva di pecore nere. Non ha vocazione politica, non passione per le finanze e per gli affari, disdegna il giuoco, ama le cavalcate solitarie, le letture appartate, passa le ore e le ore spupazzettando genti e luoghi in casa, in giardino, in viaggio, per la strada, mette via e riprende di tanto in tanto i suoi albi, i suoi figli, così che in capo a tutta una vita (camperà 90 anni) ne avrà accumulato in cassetti e sacchi parecchie migliaia.»

“Spupattezzando” e cioè disegnando: schizzi su fogli volanti o su diari. Nei quali, peraltro, annota giorno per giorno quanto accade nei due mesi che la famiglia era solita trascorrere a Casate Vecchio, da settembre a novembre. 

Ci ha così lasciato un’accurata e anche ironica descrizione, scritta e disegnata, della stagione della villeggiatura delle facoltose famiglie milanesi nelle cosiddette ville di delizia costruite in Brianza.
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Si tratta di un autentico patrimonio: 2237 tra disegni e schizzi, 123 tra album e taccuini e diari illustrati con oltre 6mila disegni corredati da descrizioni e note, «diari in cui la voce dell’autore – scrive Caspani – pare risuonare viva e ironica alle orecchie della nostra mente, raccontando storie e vicende di ogni singolo giorno trascorso tra Milano, la Brianza e le terre lontane, come il Marocco o l’Egitto. In seguito al passaggio della villa e delle sue pertinenze alla Santa Sede, avvenuto alla fine degli anni Cinquanta del Novecento, dopo la morte dell’ultima discendente Greppi-Ponti e di suo nipote Fabio Ponti che aveva ereditato i beni. I disegni e quello che restava della biblioteca di famiglia furono acquistati nel 1971 dal libraio antiquario milanese Francesco Radaeli. Si dive a lui e alla moglie (Gigliola) una prima inventariazione sistematica del Fondo. (…) Una ventina d’anni più tardi, l’imprenditore brianzolo Walter Fontana diventò il nuovo proprietario del ricco patrimonio artistico da lui custodito con passione fino alla sua scomparsa, che ne decretò il passaggio agli eredi. Il Consorzio di Villa Greppi ha acquistato l’intero Fondo nel novembre 2007. Riportando “a casa” disegni, acquerelli, schizzi e tutto quello che ha preso vita dalla mano di Alessandro.»
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Nei suoi lavori – osserva la stessa Caspani – Greppi dimostra il forte attaccamento alla Brianza e «ci restituisce con poche parole l’immagine di un territorio magnifico e tuttavia ricco di contraddizioni. Ritroviamo la “povera umanità” di Casate che, come tutti gli altri abitanti dei paesi vicini, affrontava ogni giorno le fatiche del lavoro, ancora prettamente agricolo e accanto ad essa la figura di un uomo dall’animo profondo che, in quanto nobile, godeva di una sua vita comoda e di certo senza la preoccupazione di sbarcare il lunario, La capacità di “com-patire” le miserie altrui, quelle della maggior parte dei Brianzoli, Alessandro Greppi l’ha sempre lasciata trapelare, non solo nei suoi diari, ma anche attraverso la sua opera pittorica (…) nel desiderio di fermare la fuggevolezza della vita sulla carta e di regalare in questo modo un po’ di consolazione anche ai casatesi. Famiglie di nobili, che in Brianza possedevano case di villeggiatura, spesso di origini ancor più antiche di Villa Greppi, ce n’erano tante in quegli anni di pieno Ottocento. (…) I rintocchi della campana sul tetto della portineria, la bandiera con lo stemma di famiglia issata sulla torretta della villa, erano i segni che si ripetevano ogni qualvolta i Greppi arrivavano a Casatevecchio e che avvertivano i Casatesi e gli abitanti di Monticello della loro presenza.»
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Nel 1981 il fondo era ancora nelle mani dell’antiquario Redaelli, quando la Banca Popolare di Milano pubblicò “La Brianza vista da Alessandro Greppi” curato appunto da Guido Lopez (1924-2010) che scrive: «Questo libro è, in assoluto, una primizia. Negli anni 1850-51 Alessandro ha frequentato le aule di Brera, (…) A quanto ci risulta, una sola volta il nome di Alessandro Greppi esce per le stampe: è nei fascicoli dell’Archivio Storico Lombardo per un saggio storico su Francesco Sforza in Brianza, che nell’originale manoscritto è abbondantemente illustrato. In famiglia l’attività pittorica di Alessandro non desta particolare interesse; men che meno quella diaristica, visto che tenere un diario assiduo è abitudine diffusa in famiglia». In viaggio, tiene diari anche «Giustina moglie di Alessandro, che Alessandro ha impalmato il 29 dicembre del 1862 con fastosa cerimonia nella cappella privata di casa Sormani Andreani Verri, vero e proprio concentrato di storia e aristocrazia milanese. Lei anni ventuno, lui trentacinque: un matrimonio ben combinato e senza screzi, di buona intesa non proprio d’amore (…) a cui però la Provvidenza negherà i frutti che era lecito aspettarsi da una pluriquotidiana frequentazione di preghiera: figli, zero.»

Il libro sulla Brianza di Greppi è sostanzialmente uno dei tanti taccuini, quello relativo alla villeggiatura del 1864 a Casate Vecchio: «testo manoscritto che corre pagina dopo pagina senza quasi correzioni; e inframezzate le illustrazioni anche a guisa di capolettera, come nei codici miniati: schizzi ombreggiati a pennino con una sicurezza sbalorditiva. Il soggetto dei diari è sempre quello: i due mesi di campagna della famiglia Greppi in Brianza: la vita nella villa di Casate Vecchio, le gite e passeggiate, le visite a parenti e amici, le feste di paese. Un tema di sottofondo li collega in un “epos” all’incontrario, ed è l’“epos” dell’inazione, del Grande Tedio.» 
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Infatti, se il periodo della villeggiatura in Brianza fosse agognato – generalmente da settembre alla metà di novembre -, a quanto pare molto ci si annoiava. 

«Le sue pagine – scrive Spiriti - evocano, con ironia e acutezza, una vita fatta di noia, di riti puntualmente ripetuti, di passeggiate, di continui contatti sociali con le molte famiglie nobili presenti nell’area, di frequenti letture e di ancora più frequenti dormiveglia»

«Alessandro – ci racconta Lopez –, in occasione di una visita ai Melzi-Soragna (una giovane coppia con casa nuova a S. Maria la Molgora) si informa presso i padroni di casa: “Ma voi cosa fate prima di dormire?” Risposta: “Dormiamo”.»
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La giornata del nobile in campagna – secondo i ritmi di Villa Greppi – iniziava «alle 9 di mattina con la partecipazione alla messa celebrata nella cappella di casa (alla domenica, però, ci si fa vedere in chiesa, a Casatenovo) ben inteso a digiuno. Fra le 9 e mezza e le 10 suona la campana della colazione: un pasto di tutto rispetto. (…) Il pieno della giornata si svolge tra questa colazione e il pranzo del pomeriggio – si va a tavola prima delle cinque, possibilmente ad evitare l’accensione dei candelabri – ed è in quella prospettiva che ogni giorno si hanno da prendere le più gravi decisioni circa il modo di ammazzare il tempo in villeggiatura.» Poi, il rito del tè: ancora nel 1825 «non è ancora apparso all’orizzonte di Casate» ma cinquant’anni dopo «sarà invece entrato da padrone nel rituale della villeggiatura. (…) Fa la sua comparsa in sala dopo la recita del rosario, e perciò verso le 9 di sera, e si presenta con un rito complesso e accompagnato di paste e di castagne.» E alle undici tutti a nanna.

Attorno, c’è una famiglia numerosa: «Una ventina tra fratelli, sorelle, cognati, nipoti, senza contare i cugini, con i quali del resto non corrono molti rapporti; e, quei pochi, sopraccigliosi,»
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Eppure, come detto, l’arrivare in villa era una festa. ««Siamo a Casate dal 6 settembre – scrive Alessandro -… Tutti felici, ciascuno alla sua maniera: Gigia del Capouchon, Giulio dell’asino, Leopoldo dell’uva americana, Gabriele delle passeggiate, Paolino del caffè e latte. Babbo del finestrone, Carletto delle gite a Milano, l’Annetta dei Giardinieri, Lorenzo delle cravatte, Manolino dei libri vecchi, Giovanna dei paltorini, Giustina della sua camera, Alessandro dei suoi disegni, Maria del Gianluca e viceversa il Gianluca di Maria»

Oppure, altrove: «Siamo a Casate! Parole magiche, incantevoli, che rapiscono il cuore. Siamo a Casate vuol dire siamo in vacanza, in libertà, in allegria tutto il giorno. Vuol dire niente da fare e diritto di fare quello che piace: andare e venire di qualunque ora, vestiti di capriccio, discorsi in aria, e amicizia con tutti. Dormire, mangiare, vedere chi passa, ridere, pensare a nulla. Quanti godimenti in quelle due parole “Siamo Casate!!!” come si gustano quei giorni di Casate. Peccato che passino così presto.»
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Nel diario, Greppi annotava pressoché tutto: incontri, passeggiate, giochi, chiacchiere, problemi coi cavalli, malanni in famiglia.

Scrive del nuovo medico di Monticello, il dottor Carnazzi, una «persona goffa e impaurita», venuto a presentarsi: «È venuto l’altra mattina a presentare i suoi rispetti alla nobile famiglia e fece infelice impressione. Per timidezza o per difetto d’intelligenza non disse una parola: povero diavolo, era come una mosca in una ragnatela. Il prevosto che l’accompagnava fece presto a liberare lui e noi dalla visita, che come è stata la prima sarà anche l’ultima.»

Il 20 settembre scrive di un bel tramonto: «Le Alpi hanno l’azzurro tenero, il cielo dietro è di un verde dorato, una tinta indescrivibile», uno spettacolo pet il quale «la posizione di Casate Vecchio è eccellente» così che «l’effetto è triplicato» e ha anche ricadute benefiche sulla convivenza della numerosa famiglia perché «davanti a tante bellezze di natura si scancellano dall’animo i piccoli fastidi e le contraddizioni.»
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Un giorno si vanno a visitare le chiese di Besana e Oggiono che «sono in mano ai restauratori. I denari affluiscono dai parrocchiani e questi, d’accordo col clero, vogliono avere una bella Chiesa, Ma “una bella chiesa” adesso vuol dire una gibigianna di colori e dorature, stucchi veri e falsi, una festa da ballo di angioli. Fiori, gingilli d’ogni qualità. Besana ed Oggiono hanno ciascuna una chiesa di questo genere: mettono allegria e non si sente nessuna volontà di pregare. Chi va in chiesa pare abbia niente di meglio da fare che guardarsi attorno; e quelle cornicette dorate e i colorini gaj, e il tutto infine della decorazione devono ricordargli piacevolmente la sua trattoria prediletta, o il teatrino della sua città. A Oggiono il difetto è minore, la chiesa è più vasta e c’è maggiore sobrietà di ornati. (…) Il parroco spera di avere denari per rimettere il Battistero nello stato primitivo: è un edifizio prezioso dei primi secoli del Cristianesimo.»
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E se la domenica si sta «sui due piedi tutto il giorno», nelle giornate di pioggia si è consegnati in casa: «La compagnia sta riunita nella sala: per le signore i lavori d’ago, per gli uomini i giornali, pei ragazzi tutto: ora tocca alle sedie di essere messe in fila e scavalcata ad una ad una, ora ai fermaporta, ai cuscini, di far la cavallerizza. (…) Ricompare la Roulette: il gioco riunisce la compagnia attorno a un tavolo.»
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Agli appunti da «grande umorista, come lo definisce Lopez, Greppi unisce una gran mole di disegni e acquerelli e pastelli di particolare valore. Il libro del 1981 ce ne dà un nutrito assaggio. Ma sarebbero degne di un vero e proprio museo. Chissà che non possa trovare una collocazione proprio a Villa Greppi, da qualche anno in fase di restauro.
Dario Cercek
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