SCAFFALE LECCHESE/322: vent’anni in vetta al Grignone. I ricordi del rifugista del Brioschi
Milanese, 84 anni, Fulvio Aurora è ancora impegnato politicamente e socialmente: con Medicina democratica e con altre associazioni umanitarie e assistenziali. Da giovane, era entrato in seminario poi, entrando in contatto con il “movimento” dei preti-operai, andò a lavorare in fabbrica: operaio per due anni in Svizzera e per sette anni in una carpenteria metallica di Settimo Milanese dove cominciò anche il suo impegno sindacale e quello politico in Rifondazione comunista.
Noialtri lecchesi, però, lo conosciamo soprattutto quale rifugista al “Brioschi” in vetta al Grignone, che ha gestito dal 1990 al 2010. Quando nel 2010, quasi settantenne, ha passato il testimone ad Alex Torricini nella conduzione della “capanna” più alta dei nostri monti, Aurora ha anche voluto consegnare alla pagina scritta i ricordi della propria esperienza di rifugista. pubblicando con l’editore Bellavite di Missaglia il libro “20 anni in Grigna”: vissuti intensamente – dice - ma abbastanza duri «perché la quotidianità di un rifugio, pur in cima a una montagna, non è poi così romantica.»
Il salire e lo scendere e il risalire e via andando, certo. Ma ci sono anche le condizioni climatiche. L’escursionista può rimandare la salita, il rifugista no. E le stagioni: se nelle luminose giornate estive la vetta brulica di escursionisti, l’inverno ha tutt’altro aspetto con le sue bufere, con la neve che si fa ghiaccio facendo della croce di vetta e del rifugio quasi delle sculture di cristallo. Che saranno anche una magia, ma quanto sacrificio.
I vecchi cronisti ricordano quando il rifugio fungeva ancora da stazione meteorologica dell’aeronautica (fino al 1980) e pertanto dovesse essere presidiata tutti i giorni (altra tecnologia). E come in certe giornate nevose e fredde, consuetudine delle redazioni era una telefonata al rifugista del “Brioschi” per sapere che aria tirasse lassù. Si era accolti con cortesia: una volta tanto, non si era dei rompiscatole, ma una voce con cui scambiare quattro chiacchiere e rompere l’isolamento, la solitudine, la malinconia.
D’inverno, infatti non sono in molti a salire: «Si fa più fatica, la neve rallenta la marcia e a volte, in caso di maltempo, raggiungere il rifugio diventa pericoloso» e «c’era anche la possibilità di perdere la strada». E allora «saranno forse una ventina circa gli alpinisti che, anche se alternativamente, il sabato o, più spesso, la domenica, salgono al rifugio con qualsiasi tempo. Occorre proprio una gran bufera di neve, neve fresca da battere, freddo e vento, per impedire che qualcuno salga.»

Tra i fedelissimi, il mandellese Amedeo Azzoni, detto “zio Pettine”, morto il 14 luglio 2006 alla vigilia degli 80 anni che avrebbe dovuto festeggiare proprio al “Brioschi” il 28 agosto: il rifugio era la sua seconda casa, vi era salito 1300 volte e per anni è stato lui a preparare la polenta perché «quello che meglio sa mischiare la farina gialla con quella nera di grano saraceno, quello che riesce a scodellare, dopo un’ora di cottura, una bella luna gialla fumante, non troppo dura, ma nemmeno troppo molle da debordare dal legno.»
E poi «c’è uno che sale anche nelle peggiori condizioni e non rinuncia – unico – ad aprire il rifugio. Si tratta di Claudio, di Missaglia.» Si tratta di Claudio Ghezzi detto il “Claudio della Grigna” o “il re del Grignone” perché in vetta è salito la bellezza di quasi seimila volte. Aurora ne parla al presente perché nel 2010, Ghezzi c’era ancora: sarebbe morto il 12 giugno 2011 all’età di 70 anni, proprio sul Grignone per una caduta lungo la ferrata del Sasso dei Carbonari. Una figura quasi leggendaria, la sua, tra i frequentatori delle Grigne. E l’editore Paolo Bellavite ha voluto dedicargli un libro, intitolato appunto “Il Claudio della Grigna”: curato da Domenico Flavio Ronzoni è stato pubblicato pochi mesi dopo la morte di Ghezzi, nel novembre 2022.
Vi si raccontano la vita, le imprese alpinistiche, le amicizie, l’impegno con il Gsa, il Gruppo sportivi alpini del suo paese, e naturalmente di quella sua passione per il Grignone: «È dal 1986 che il ritmo delle sue presenze sul Grignone sale con una costanza impressionante - annota Ronzoni -: lo sappiamo grazie a un foglio di quaderno e ad altri foglietti sparsi sui quali Claudio sui appuntava le salite anno per anno, dal 1986 al 2015. (…) La sua media di ascensioni al Grignone si attesta attorno alle 116 salite all’anno (…) che è come dire una salita ogni tre giorni, All’inizio del 2002 superava le 200 ascensioni; numero che già allora sembrava incredibile. (…) Nel 2009 fa registrare il suo record di salite annuali, ben 251, e in quello stesso anno supera quota 3000. (…) la ditta per cui lavorava a Giussano lo mette in mobilità proprio nel 2009; dal 2013, poi, si potrà godere finalmente la pensione,» Nel giugno 2015 festeggia le quattromila salite sulla Grigna Settentrionale: «Ma un record del genere va festeggiato come si deve e allora Claudio e alcuni suoi amici si inventano una salita del tutto speciale, con partenza da Missaglia, che da quella cima dista più di quaranta chilometri.» Partenza a piedi alle 2,30 del mattino del 21 giugno, tappa alle 6 a Lecco per la colazione e alle 10,30 l’arrivo in vetta passando per Balisio.
«Claudio è denominato l’uomo più veloce della Grigna – scrive Aurora nel suo libro -, capace, nei giorni di ferie o di vacanza, di salire e scendere un giorno via l’altro per nove volte di fila (l’anno scorso 2009 è salito 271 volte). Piccolo e magro, abbronzato anche a Natale, dalla neve prima che dal sole, che si insinua fra neve e vento, quasi senza essere toccato. (…) Claudio ha rinunciato a salire solo il giorno di fine d’anno 2003, quando è tradizione fare il cenone aspettando mezzanotte» e Aurora pensava che non sarebbe salito nessuno: «Gli ultimi giorni di quell’anno sono stati caratterizzati da continue bufere di neve. Io sono salito il 26 dicembre, per stare fino all’Epifania o alla domenica successiva, tenendo aperto il rifugio per tutto il periodo, e sono rimasto solo per tre giorni. Il rischio, si fa per dire, era quello di rimanere in solitudine anche il 31, considerando che la gran parte dei clienti non avrebbe potuto salire. Invece un gruppo di ardimentosi si è aperta la strada nella neve, quasi nuotando, e dopo circa sette ore e mezzo di cammino o di nuoto in mezzo alla neve è arrivato al rifugio. Erano già le tre del pomeriggio.» Da parte sua, “il Claudio” sarebbe arrivato il giorno dopo, il Capodanno del 2004.
Proprio sul Grignone, tra l’altro, Ghezzi aveva perduto un caro amico alpinista di soli tre anni più giovane, quel Giacomo Scaccabarozzi, morto il 2 agosto 1998 cadendo con il parapendio.
È’ una delle “giornate nere” raccontate da Flavio Aurora: «Anche quella mattina, come era solito fare quasi tutte le volte che saliva in Grigna, si era apprestato a lanciarsi con il parapendio. (…) Quella domenica, al pomeriggio, ero rimasto solo al rifugio. Il tempo non era dei migliori, ma mi sembrava che tutto fosse normale, fino a quando mi chiamò, nel tardo pomeriggio, la moglie di Giacomo: era ancora rientrato a casa, Qualcosa dove essere successo. (…) Fu il giorno dopo, la mattina presto, che ricevetti una telefonata dai pastori che stazionavano presso la loro baita, appena sopra il Pialleral, sulla costa di fonte al Grignone. (…) La vela del parapendio di Giacomo era proprio su quello che chiamano il Costone, circa 200 metri più in basso. ASSvvertii immediatamente la squadra di soccorso (…) arrivammo insieme al punto dove Giacomo era finito; era lì, avvinghiato alla roccia, quasi la dovesse abbracciare. Chissà a quale velocità è andato a sbatterci contro. Ora, una croce di legno massiccio è lì a ricordare Giacomo.»
Le altre giornate da dimenticare che l’es rifugista racconta sono il 17 dicembre 2000 e l’8 febbraio 2009. La prima è quella del “verglas”, «un fenomeno che in vent’anni non si è verificato più di tre volte: un rialzo di temperatura improvviso che ha portato pioggia invece di neve, un successivo abbassamento della temperatura, durante la notte, che ha gelato la superficie nevosa rendendola liscia come un biliardo.» Su quel “biliardo” scivolarono e morirono in quattro «nel giro di un paio d’ore»,
La seconda è la “grande valanga” caduta dal Grignone «su un fronte di 800 metri: per dire meglio è rovinata, piombata in basso, fino a raggiungere la valle dei Grassi Lunghi. Una valanga simile era scesa nel 1986, quella che aveva spazzato via il rifugio Tedeschi. (…) Nessuno è stato colpito e sommerso dal pur eccezionale distacco della massa di neve, che, si badi bene, nella valle dove si è incanalata ha distrutto un intero bosco ed ha strappato solo quel poco di opere umane che ha trovato sulla sua strada.»
Ai drammi aggiungono problemi più prosaici, ma non per questo secondari. Come il “sogno” di una teleferica dopo la dismissione di quella costruita artigianalmente negli anni Settanta coi carrelli trainati da motori agricoli a benzina con le frizioni di una Fiat Seicento. Ma una nuova teleferica non sarebbe infine mai arrivata.

C’è poi la quotidianità: «Il rifugio, prima di essere un luogo dove si preparano e si servono minestre e polente e si alloggiano escursionisti ed alpinisti, è un luogo di incontro e di relazioni» e il momento migliore «è la sera, quando non c’è il grosso gruppo che ha fatto la traversata alta a cui bisogna assegnare i posti, preparare da mangiare, ecc, (…) Quando ci sono pochi frequentatori, soprattutto se non è la prima volta che vengono, si intavola un discorso a seguito del quale si finisce col sapere chi è il gestore, da quanto tempo è al rifugio, come se la cava, quali sono i problemi e altro. (…) Stare al rifugio mi è sempre piaciuto, sia quando mi trovavo a convivere con pochi o tanti clienti, sia quando mi capitava di rimanere solo. Ma non si può vivere sempre in cima a una montagna, per gli affetti, le relazioni che si hanno e per la necessità di svolgere un lavoro sociale e politico che dovrebbe essere ritenuto utile, Un lavoro che oggi è meno compreso, considerato che il “ciascuno fa per sé” e l’ “io mi faccio gli affari miei” sono purtroppo dominanti. Sono i ricchi e i potenti quelli che contano, chi non ha avuto questa possibilità, chi è povero, non conta niente. E non parliamo di coloro che sono considerati uno scandalo solo per il fatto di esistere, come gli immigrati o i nomadi, che molti tranquillamente vorrebbero cancellare.»

In quanto a lui, «come si concilia l’apertura di un rifugio con un altro lavoro. Più volte me lo sono chiesto, ma non ho trovato una risposta molto convincente. Sono riuscito a conciliarlo nella pratica piuttosto che in un discorso organico. I miei giorni e le mie settimane si confondevano tra l’andare in giro per l’Italia, a volte anche all’estero, e poi trovarmi non si sa come al rifugio per il sabato e la domenica o per la settimana che mi spettava durante il periodo estivo. (…) Devo aggiungere prima di tutto che, salvo per periodi limitati, avevo l’aiuto di qualcuno. C’era chi mi sostituiva e, specialmente quando nel periodo estivo l’affluenza degli escursionisti era grande, pure chi volontariamente restava.»
E allora il ricordo va, per esempio, ad Antonio Mariani, il gestore del rifugio Buzzoni sulle pendici del Pizzo dei Tre Signori, morto sotto una valanga nel 2010: «Nel 2005, Antonio, avendo perso il lavoro a causa di una crisi aziendale, aveva accettato di lavorare per alcuni giorni la settimana al Rifugio Brioschi, regolarmente assunto. Un lavoro nuovo per lui, tecnico chimico, che comunque lo ha appassionato tanto» e che ha deciso di continuare andando a gestire il Buzzoni.
Ciò che Aurora sottolinea è che il rifugio di montagna va considerato un “presidio culturale”: il discorso si allarga dunque alla possibilità di una corretta alimentazione anche in quota, all’organizzazione di iniziative culturali che in effetti in questi ultimi anni si sono sempre più diffuse.
Tra le varie promosse al “Brioschi”, lo stesso Aurora ricorda proprio le serate con Giacomo Scaccabarozzi che «quando tornava da una delle sue spedizioni, era invitato a presentare la scalata. Ci si accordava sulla serata, considerato che al Brioschi veniva molto spesso. (…) Ma il racconto della montagna di Giacomo Scaccabarozzi (preferirei dire così piuttosto che quello delle sue spedizioni), non è finito, perché ci sono i suoi libri, editi dall’amico e concittadino di Missaglia Paolo bellavite e perché ancora è stato realizzato dai suoi amici un video che ne racconta la storia, fatta non solamente di scalate, ma di incontri con le persone che partecipavano, con le popolazioni delle valli in cui si trovavano le montagne da salire; insomma, qualcosa di più completo e di più umano, di più vicino anche a chi non è in grado, come lo era lui, di affrontare grandi difficoltà alpinistiche.»


I vecchi cronisti ricordano quando il rifugio fungeva ancora da stazione meteorologica dell’aeronautica (fino al 1980) e pertanto dovesse essere presidiata tutti i giorni (altra tecnologia). E come in certe giornate nevose e fredde, consuetudine delle redazioni era una telefonata al rifugista del “Brioschi” per sapere che aria tirasse lassù. Si era accolti con cortesia: una volta tanto, non si era dei rompiscatole, ma una voce con cui scambiare quattro chiacchiere e rompere l’isolamento, la solitudine, la malinconia.
D’inverno, infatti non sono in molti a salire: «Si fa più fatica, la neve rallenta la marcia e a volte, in caso di maltempo, raggiungere il rifugio diventa pericoloso» e «c’era anche la possibilità di perdere la strada». E allora «saranno forse una ventina circa gli alpinisti che, anche se alternativamente, il sabato o, più spesso, la domenica, salgono al rifugio con qualsiasi tempo. Occorre proprio una gran bufera di neve, neve fresca da battere, freddo e vento, per impedire che qualcuno salga.»

Tra i fedelissimi, il mandellese Amedeo Azzoni, detto “zio Pettine”, morto il 14 luglio 2006 alla vigilia degli 80 anni che avrebbe dovuto festeggiare proprio al “Brioschi” il 28 agosto: il rifugio era la sua seconda casa, vi era salito 1300 volte e per anni è stato lui a preparare la polenta perché «quello che meglio sa mischiare la farina gialla con quella nera di grano saraceno, quello che riesce a scodellare, dopo un’ora di cottura, una bella luna gialla fumante, non troppo dura, ma nemmeno troppo molle da debordare dal legno.»
E poi «c’è uno che sale anche nelle peggiori condizioni e non rinuncia – unico – ad aprire il rifugio. Si tratta di Claudio, di Missaglia.» Si tratta di Claudio Ghezzi detto il “Claudio della Grigna” o “il re del Grignone” perché in vetta è salito la bellezza di quasi seimila volte. Aurora ne parla al presente perché nel 2010, Ghezzi c’era ancora: sarebbe morto il 12 giugno 2011 all’età di 70 anni, proprio sul Grignone per una caduta lungo la ferrata del Sasso dei Carbonari. Una figura quasi leggendaria, la sua, tra i frequentatori delle Grigne. E l’editore Paolo Bellavite ha voluto dedicargli un libro, intitolato appunto “Il Claudio della Grigna”: curato da Domenico Flavio Ronzoni è stato pubblicato pochi mesi dopo la morte di Ghezzi, nel novembre 2022.

«Claudio è denominato l’uomo più veloce della Grigna – scrive Aurora nel suo libro -, capace, nei giorni di ferie o di vacanza, di salire e scendere un giorno via l’altro per nove volte di fila (l’anno scorso 2009 è salito 271 volte). Piccolo e magro, abbronzato anche a Natale, dalla neve prima che dal sole, che si insinua fra neve e vento, quasi senza essere toccato. (…) Claudio ha rinunciato a salire solo il giorno di fine d’anno 2003, quando è tradizione fare il cenone aspettando mezzanotte» e Aurora pensava che non sarebbe salito nessuno: «Gli ultimi giorni di quell’anno sono stati caratterizzati da continue bufere di neve. Io sono salito il 26 dicembre, per stare fino all’Epifania o alla domenica successiva, tenendo aperto il rifugio per tutto il periodo, e sono rimasto solo per tre giorni. Il rischio, si fa per dire, era quello di rimanere in solitudine anche il 31, considerando che la gran parte dei clienti non avrebbe potuto salire. Invece un gruppo di ardimentosi si è aperta la strada nella neve, quasi nuotando, e dopo circa sette ore e mezzo di cammino o di nuoto in mezzo alla neve è arrivato al rifugio. Erano già le tre del pomeriggio.» Da parte sua, “il Claudio” sarebbe arrivato il giorno dopo, il Capodanno del 2004.
Proprio sul Grignone, tra l’altro, Ghezzi aveva perduto un caro amico alpinista di soli tre anni più giovane, quel Giacomo Scaccabarozzi, morto il 2 agosto 1998 cadendo con il parapendio.


La seconda è la “grande valanga” caduta dal Grignone «su un fronte di 800 metri: per dire meglio è rovinata, piombata in basso, fino a raggiungere la valle dei Grassi Lunghi. Una valanga simile era scesa nel 1986, quella che aveva spazzato via il rifugio Tedeschi. (…) Nessuno è stato colpito e sommerso dal pur eccezionale distacco della massa di neve, che, si badi bene, nella valle dove si è incanalata ha distrutto un intero bosco ed ha strappato solo quel poco di opere umane che ha trovato sulla sua strada.»


C’è poi la quotidianità: «Il rifugio, prima di essere un luogo dove si preparano e si servono minestre e polente e si alloggiano escursionisti ed alpinisti, è un luogo di incontro e di relazioni» e il momento migliore «è la sera, quando non c’è il grosso gruppo che ha fatto la traversata alta a cui bisogna assegnare i posti, preparare da mangiare, ecc, (…) Quando ci sono pochi frequentatori, soprattutto se non è la prima volta che vengono, si intavola un discorso a seguito del quale si finisce col sapere chi è il gestore, da quanto tempo è al rifugio, come se la cava, quali sono i problemi e altro. (…) Stare al rifugio mi è sempre piaciuto, sia quando mi trovavo a convivere con pochi o tanti clienti, sia quando mi capitava di rimanere solo. Ma non si può vivere sempre in cima a una montagna, per gli affetti, le relazioni che si hanno e per la necessità di svolgere un lavoro sociale e politico che dovrebbe essere ritenuto utile, Un lavoro che oggi è meno compreso, considerato che il “ciascuno fa per sé” e l’ “io mi faccio gli affari miei” sono purtroppo dominanti. Sono i ricchi e i potenti quelli che contano, chi non ha avuto questa possibilità, chi è povero, non conta niente. E non parliamo di coloro che sono considerati uno scandalo solo per il fatto di esistere, come gli immigrati o i nomadi, che molti tranquillamente vorrebbero cancellare.»

In quanto a lui, «come si concilia l’apertura di un rifugio con un altro lavoro. Più volte me lo sono chiesto, ma non ho trovato una risposta molto convincente. Sono riuscito a conciliarlo nella pratica piuttosto che in un discorso organico. I miei giorni e le mie settimane si confondevano tra l’andare in giro per l’Italia, a volte anche all’estero, e poi trovarmi non si sa come al rifugio per il sabato e la domenica o per la settimana che mi spettava durante il periodo estivo. (…) Devo aggiungere prima di tutto che, salvo per periodi limitati, avevo l’aiuto di qualcuno. C’era chi mi sostituiva e, specialmente quando nel periodo estivo l’affluenza degli escursionisti era grande, pure chi volontariamente restava.»
E allora il ricordo va, per esempio, ad Antonio Mariani, il gestore del rifugio Buzzoni sulle pendici del Pizzo dei Tre Signori, morto sotto una valanga nel 2010: «Nel 2005, Antonio, avendo perso il lavoro a causa di una crisi aziendale, aveva accettato di lavorare per alcuni giorni la settimana al Rifugio Brioschi, regolarmente assunto. Un lavoro nuovo per lui, tecnico chimico, che comunque lo ha appassionato tanto» e che ha deciso di continuare andando a gestire il Buzzoni.

Tra le varie promosse al “Brioschi”, lo stesso Aurora ricorda proprio le serate con Giacomo Scaccabarozzi che «quando tornava da una delle sue spedizioni, era invitato a presentare la scalata. Ci si accordava sulla serata, considerato che al Brioschi veniva molto spesso. (…) Ma il racconto della montagna di Giacomo Scaccabarozzi (preferirei dire così piuttosto che quello delle sue spedizioni), non è finito, perché ci sono i suoi libri, editi dall’amico e concittadino di Missaglia Paolo bellavite e perché ancora è stato realizzato dai suoi amici un video che ne racconta la storia, fatta non solamente di scalate, ma di incontri con le persone che partecipavano, con le popolazioni delle valli in cui si trovavano le montagne da salire; insomma, qualcosa di più completo e di più umano, di più vicino anche a chi non è in grado, come lo era lui, di affrontare grandi difficoltà alpinistiche.»
Dario Cercek




















