SCAFFALE LECCHESE/ 321: Quando il popolo canta tra osterie, filande e guerra
Il canto popolare, ormai, non c’è più. Nella seconda metà del Novecento è andato declinando fino a scomparire. Qualche brano sopravvive, qualcun altro è stato recuperato e riadattato, ma la gran parte del patrimonio è materia d’archivio. Fortuna ha voluto che – negli anni di riscoperta delle tradizioni popolari spazzate via dalla società industriale - alcuni ricercatori siano andati raccogliendo testi e melodie. Armati di quel mitico mangiacassette diventato ormai modernariato.
Per esempio, Massimo Pirovano, direttore del Museo dell’Alta Brianza di Camporeso, dal 1974 e per trent’anni è andato percorrendo la Brianza in lungo e in largo incontrando quegli anziani, soprattutto donne, ancora in grado di tramandare i canti della tradizione; il frutto della sua ricerca è condensato in un volume edito nel 2002 dall’editore Cattaneo nella collana delle Ricerche di etnografia e storia: “Cari signori che state ad ascoltare. Il canto popolare tradizionale nella Brianza lecchese”.
La necessità di “salvare il salvabile” s’era fatta pressante, dopo che già da tempo era stato lanciato l’allarme sul rischio di perdere quello che oggi sarebbe definito un “patrimonio immateriale” di grande portata. E su questo fronte la Lombardia, lanciata com’era stata verso il futuro e il “progresso”, si dimostrava in notevole ritardo rispetto ad altre regioni italiane.
Ne dava conto Maria Adelaide Spreafico, autrice di “Canti popolari della Brianza” pubblicato nel 1959 (e riproposto in seconda edizione nel 1971) dallo scomparso Istituto della propaganda libraria, una casa editrice milanese di orientamento cattolico. Non a caso: l’intento di Spreafico era quello di bilanciare una raccolta uscita vent’anni prima e cioè “Canzoni popolari milanesi, a cura di Attilio Frescura e Giovanni Re per il Dopolavoro provinciale di Milano, pubblicato da Ceschina nel 1939. Si rilevava infatti come tra quelle canzoni “patriottiche, amorose, burle e gaie” – oltretutto «scialbe e a volte scurrili» - mancasse «qualsiasi canto religioso». E, dunque, si chiedeva Spreafico: «Possibile che il Milanese abbia solo un cuore capace di amare e non una mente che si sollevi agli alti ideali della fede. E allora, i Milanesi (e i Lombardi in generale) sono un popolo senza sentimento religioso o il Frescura e il Re non hanno minimamente esplorato questo campo,» E infatti, nella descrizione di una Brianza quasi idilliaca spuntano una ciminiera e un campanile che «stanno a testimoniare la vita laboriosa e religiosa di questo popolo attivo, ancora molto attaccato alla fede dei suoi padri.»
A questo proposito, nella prefazione, il manzonista lecchese Giancarlo Vigorelli, a proposito della quartina di un canto ascoltata dalla nonna olatese, scrive: «La nonna raccontava che il nonno, da me non conosciuto, la recitava ogni sera, insieme, lei, lui, figlie e figli (mia mamma che poi probabilmente la tramandò ai ragazzi della sua scuola), e i contadini che chiusa la giornata, massacrata di fatiche ma non inserena, sotto la pergola di cinto in cortile tra una boccata di mosto, qualche bestemmia e il santo rosario, venivano a dare la buonanotte al regiú e alla regiúra coi bambini mezzo addormentati in braccio o attaccati alle sottane. In questi versi so di non sbagliare a leggervi ed a vedervi il ritratto, non soltanto religioso, dell’uomo lombardo: “O Signore, sono il vostro uomo; - voi sapete bene, se ho bisogno – tanto in questo, quanto in quell’altro mondo; - ebbene, mi butto giù sul letto, e non vi dico nient’altro.” Non trovo altrove un esempio così esatto di sobrietà di sentimenti e di parola. Sobrietà, ma anche dignità. (…) È una preghiera dove disperazione, speranza, reticenza, fiducia, si danno la mano in parità, stendendola ed estendendola verso tutti i bisogni dell’uomo; e mai rapporto tra Dio e l’Uomo pare a me sia stato configurato con maggiore semplicità ed intensità.»
I momenti del “cantare” popolare erano comunque i più diversi, non li si confinava in un luogo o in un’occasione. Si cantava sul lavoro e nei momenti di riposo. Per la festa e nelle situazioni più comuni, per la preghiera e la burla. E infine sarebbe arrivato anche il canto politico.
«I luoghi e le occasioni di cui i nostri testimoni parlano più spesso – fa rilevare Massimo Pirovano – confermano ciò che si sapeva del mondo contadino in Brianza: il cortile e il portico, raramente il prato dove si svolgeva la fienagione, forse anche il campo e l’orto dove avvenivano i lavori meno faticosi di raccolta, quelli che si svolgevano in piedi.»
Si cantava in casa, nelle stalle, all’osteria, negli asili e nelle scuole, negli oratori, durante le mascherate carnevalesche e riti religiosi.
Si cantava nelle filande. «S’incontrano spesso attraversando i paesetti di Brianza – scrive Spreafico – questi edifici lunghissimi ed austeri, sormontati dall’alta ciminiera. (…) Il canto ha trovato proprio in queste filande la sua più propizia atmosfera. “Non c’erano, allora, le macchine assordanti – ci dicono oggi le brave Brianzole -. Il lavoro lungo e monotono aveva bisogno di svago e si trovava sollievo cantando a squarciagola le più lunghe e più belle canzoni.” È vero che talvolta questi canti risentivano degli orari estenuanti a cui venivano sottoposte, fin quasi all’esaurimento, le nostre donne del popolo. Alcuni, infatti, sono così soggettivi e malinconici che vi si sente spesso uno sfogo di pianto.»
Osserva Pirovano: «Tuttora il senso comune ritiene che basti avere lavorato in filanda per saper cantare o per conoscere almeno delle “vecchie canzoni”. Alla fine dell’800 le filande nel Lecchese erano ancora oltre cinquanta e sono stati questi opifici ad avere fornito fino alla vigilia della seconda guerra mondiale i luoghi e le occasioni più importanti per la concentrazione di una consistente mano d’opera femminile, impegnata nella trattura della seta e al tempo stesso nell’esercizio del canto corale.»
E si cantava nei campi, nelle aie durante la spannocchiatura, in occasione delle feste campestri che spesso diventavano “baldoria” con tanto di reprimenda del parroco. Si cantava delle sagre, si cantava nelle ricorrenze: «I santuari – scrive Spreafico - divengono, nei giorni di festa, il centro verso cui convergono tutte le popolazioni vicine. Partono di notte, intere famiglie e grosse comitive, generalmente a piedi, qualche volta sul carro trainato dall’asinello parato a festa, pennacchi tricolori, alle orecchie ed una ricca sonagliera al collo, e mentre tutto intorno è ancora immerso nelle tenebre e nel sonno, qualche lieto richiamo o qualche tiepida melodia rompe il profondo silenzio della notte come l’eco di una musica lontana.» Verso i santuari della Madonna del Bosco, della Madonna d’Imbevera e di quella della Noce a Inverigo, San Michele sul monte Barro, San Gerolamo a Vercurago, la rocchetta di Airuno.
E fino agli anni Cinquanta – aggiunge Pirovano – la strada per andare al lavoro si percorreva ancora a piedi ed era quindi occasione per cantare
Si cantavano canzoni, «il cui contenuto essenziale è l’amore – nota Spreafico -, frammisto però a fatti d’armi, a truci vicende, a tragiche vendette di spada e di sangue. (,,,) Vi sono temi che, nella poesia popolare, possono dirsi inesauribile come quello della giovane che cerca marito, della ragazza sposata o monacata per forza, dell’amante confessore, della maledizione materna che ovunque minaccia la giovane sposa, della bella pastora che sa resistere alle insistenti proposte del ricco cavaliere che le vuol togliere l’onore, del soldato che torna al paesello natio dopo parecchi mesi d’assenza per vedere la “morosa” e la incontra morta, mentre la portano a seppellire. Ma se gli argomenti sono quasi sempre gli stessi, quante sfumature, quanti nuovi tocchi e ritocchi subisce la canzone in ogni paese. (…) Essi stanno a testimoniare che il popolo non riceve mai passivamente un qualsiasi canto, ma lo adatta, lo trasforma e lo appropria dandogli così un’impronta ed un colorito locale.»
C’erano poi le “canzunet de ben” o “stori”, «poesie religiose che, sgorgate dall’animo profondamente ardente del popolo nostro, associano all’antichità dell’origine una reale e rustica bellezza di contenuto. [Vi] sfocia tutta la poesia dei sentimenti di fede, di morale e di superstizione che costituiscono il ricco patrimonio spirituale delle nostre umili popolazioni.» E le “uraziun”, cioè antiche preghiere e invocazioni tramandante dagli antenati. O i “versari”, brevi componimenti annoverati tra i canti delle allegre brigate di giovani.
Da parte sua, Pirovano scrive che «è necessario parlare di canti popolare raccolti “in” Brianza e non di canti “della” Brianza, dato che, come le fiabe, anche i canti e in genere le credenze, le conoscenze, le tecniche, in prodotti culturali – e perciò anche quelli folklorici – viaggiano con gli uomini, e si diffondono trasformandosi, spesso in aree molto vaste.» Se ne rendevano già conto Frescura e re: «Qualche canzone la si canta anche in altro modo, qualcuna ha versi non originali. (…) Altre volte ci siamo trovati in dubbio se una determinata canzone fosse originaria milanese, o piuttosto un adattamento.»
Oggi, molto è cambiato. Dei moderni “canti popolari” (che è poi il repertorio dei cori, quelli alpini o di montagna), spesso conosciamo gli autori. Andando indietro nel tempo, le origini sfumano e nel diffondersi, i brani si modificano, a volte per adattarsi a nuovi usi o realtà. E la stessa custodia del patrimonio di canti è diffusa, non è prerogativa di qualcuno in particolare. Pirovano fa notare che il cantore «non deriva automaticamente le sue conoscenze e i suoi interessi dagli anni vissuti. Spesso è invece la provenienza familiare a pesare positivamente, laddove si è conservata a lungo l’abitudine a cantare insieme.»
Nel 1997 anche Virginia Favaro Lanzetti che i lecchesi conoscono come “nonna Gina” assieme al direttore di coro Francesco Sacchi, l’una per i testi e l’altro per le musiche, ha portato il suo contributo con “Nonna Gina canta. La canzone popolare e il suo tempo” (Cattaneo Editore): «Le canzoni che presento in questa raccolta sono le stesse che ho cantato fin da bambina; alcune le ho imparate stando vicina alle lavandaie che prone su “l’ass e la bredela”, in una sosta dal faticoso lavare, intonavano una canzone. A volte, a loro si univa un pescatore uno scaricatore a rafforzare il coro.» E «durante le vacanze scolastiche noi ragazze frequentavamo la scuola di cucito che aveva sede nell’oratorio femminile. (…) Oltre a cucire e ricamare, durante la ricreazione, le suore ci insegnavano piacevoli giochi accompagnati da allegre canzoni e lunghe filastrocche.» Anche lavorando con gli operai «ho imparato molte delle loro canzoni che si cantavano in coro per superare con le nostre voci il monotono e snervante rumore della macchine,»
Da parte sua, Francesco Sacchi, per anni direttore del coro Nives di Premana, nel 1986 aveva pubblicato un volume proprio sui canti di Premana, autentico scrigno che ha conservato una singolare tradizione culturale altrove scomparsa (“Canto corale premanese. Repertorio tradizionale”, edito dalla Cassa rurale e artigiana di Premana).
Ci risulta difficile estrarre pochi versi a mo’ d’esempio dalla gran mole di canti fortunatamente salvati da queste pubblicazioni.
«Dobbiamo dire grazie – sono le parole di Sacchi – a tutti quegli oscuri poeti e musicisti popolari che hanno contribuito alla formazione di un repertorio di canzoni religiose, leggendarie, novellistiche, satiriche, di protesta e soprattutto d’amore. Il canro popolare è come una grande macchia d’olio che galleggia sulla superficie di un lago: le sue sfumature sono infinite come infinite sono state le mutazioni che i depositari del canto popolare hanno contribuito a sviluppare nel corso dei secoli.»

La necessità di “salvare il salvabile” s’era fatta pressante, dopo che già da tempo era stato lanciato l’allarme sul rischio di perdere quello che oggi sarebbe definito un “patrimonio immateriale” di grande portata. E su questo fronte la Lombardia, lanciata com’era stata verso il futuro e il “progresso”, si dimostrava in notevole ritardo rispetto ad altre regioni italiane.

A questo proposito, nella prefazione, il manzonista lecchese Giancarlo Vigorelli, a proposito della quartina di un canto ascoltata dalla nonna olatese, scrive: «La nonna raccontava che il nonno, da me non conosciuto, la recitava ogni sera, insieme, lei, lui, figlie e figli (mia mamma che poi probabilmente la tramandò ai ragazzi della sua scuola), e i contadini che chiusa la giornata, massacrata di fatiche ma non inserena, sotto la pergola di cinto in cortile tra una boccata di mosto, qualche bestemmia e il santo rosario, venivano a dare la buonanotte al regiú e alla regiúra coi bambini mezzo addormentati in braccio o attaccati alle sottane. In questi versi so di non sbagliare a leggervi ed a vedervi il ritratto, non soltanto religioso, dell’uomo lombardo: “O Signore, sono il vostro uomo; - voi sapete bene, se ho bisogno – tanto in questo, quanto in quell’altro mondo; - ebbene, mi butto giù sul letto, e non vi dico nient’altro.” Non trovo altrove un esempio così esatto di sobrietà di sentimenti e di parola. Sobrietà, ma anche dignità. (…) È una preghiera dove disperazione, speranza, reticenza, fiducia, si danno la mano in parità, stendendola ed estendendola verso tutti i bisogni dell’uomo; e mai rapporto tra Dio e l’Uomo pare a me sia stato configurato con maggiore semplicità ed intensità.»
I momenti del “cantare” popolare erano comunque i più diversi, non li si confinava in un luogo o in un’occasione. Si cantava sul lavoro e nei momenti di riposo. Per la festa e nelle situazioni più comuni, per la preghiera e la burla. E infine sarebbe arrivato anche il canto politico.

Si cantava in casa, nelle stalle, all’osteria, negli asili e nelle scuole, negli oratori, durante le mascherate carnevalesche e riti religiosi.
Si cantava nelle filande. «S’incontrano spesso attraversando i paesetti di Brianza – scrive Spreafico – questi edifici lunghissimi ed austeri, sormontati dall’alta ciminiera. (…) Il canto ha trovato proprio in queste filande la sua più propizia atmosfera. “Non c’erano, allora, le macchine assordanti – ci dicono oggi le brave Brianzole -. Il lavoro lungo e monotono aveva bisogno di svago e si trovava sollievo cantando a squarciagola le più lunghe e più belle canzoni.” È vero che talvolta questi canti risentivano degli orari estenuanti a cui venivano sottoposte, fin quasi all’esaurimento, le nostre donne del popolo. Alcuni, infatti, sono così soggettivi e malinconici che vi si sente spesso uno sfogo di pianto.»
Osserva Pirovano: «Tuttora il senso comune ritiene che basti avere lavorato in filanda per saper cantare o per conoscere almeno delle “vecchie canzoni”. Alla fine dell’800 le filande nel Lecchese erano ancora oltre cinquanta e sono stati questi opifici ad avere fornito fino alla vigilia della seconda guerra mondiale i luoghi e le occasioni più importanti per la concentrazione di una consistente mano d’opera femminile, impegnata nella trattura della seta e al tempo stesso nell’esercizio del canto corale.»
E si cantava nei campi, nelle aie durante la spannocchiatura, in occasione delle feste campestri che spesso diventavano “baldoria” con tanto di reprimenda del parroco. Si cantava delle sagre, si cantava nelle ricorrenze: «I santuari – scrive Spreafico - divengono, nei giorni di festa, il centro verso cui convergono tutte le popolazioni vicine. Partono di notte, intere famiglie e grosse comitive, generalmente a piedi, qualche volta sul carro trainato dall’asinello parato a festa, pennacchi tricolori, alle orecchie ed una ricca sonagliera al collo, e mentre tutto intorno è ancora immerso nelle tenebre e nel sonno, qualche lieto richiamo o qualche tiepida melodia rompe il profondo silenzio della notte come l’eco di una musica lontana.» Verso i santuari della Madonna del Bosco, della Madonna d’Imbevera e di quella della Noce a Inverigo, San Michele sul monte Barro, San Gerolamo a Vercurago, la rocchetta di Airuno.

Si cantavano canzoni, «il cui contenuto essenziale è l’amore – nota Spreafico -, frammisto però a fatti d’armi, a truci vicende, a tragiche vendette di spada e di sangue. (,,,) Vi sono temi che, nella poesia popolare, possono dirsi inesauribile come quello della giovane che cerca marito, della ragazza sposata o monacata per forza, dell’amante confessore, della maledizione materna che ovunque minaccia la giovane sposa, della bella pastora che sa resistere alle insistenti proposte del ricco cavaliere che le vuol togliere l’onore, del soldato che torna al paesello natio dopo parecchi mesi d’assenza per vedere la “morosa” e la incontra morta, mentre la portano a seppellire. Ma se gli argomenti sono quasi sempre gli stessi, quante sfumature, quanti nuovi tocchi e ritocchi subisce la canzone in ogni paese. (…) Essi stanno a testimoniare che il popolo non riceve mai passivamente un qualsiasi canto, ma lo adatta, lo trasforma e lo appropria dandogli così un’impronta ed un colorito locale.»
C’erano poi le “canzunet de ben” o “stori”, «poesie religiose che, sgorgate dall’animo profondamente ardente del popolo nostro, associano all’antichità dell’origine una reale e rustica bellezza di contenuto. [Vi] sfocia tutta la poesia dei sentimenti di fede, di morale e di superstizione che costituiscono il ricco patrimonio spirituale delle nostre umili popolazioni.» E le “uraziun”, cioè antiche preghiere e invocazioni tramandante dagli antenati. O i “versari”, brevi componimenti annoverati tra i canti delle allegre brigate di giovani.

Oggi, molto è cambiato. Dei moderni “canti popolari” (che è poi il repertorio dei cori, quelli alpini o di montagna), spesso conosciamo gli autori. Andando indietro nel tempo, le origini sfumano e nel diffondersi, i brani si modificano, a volte per adattarsi a nuovi usi o realtà. E la stessa custodia del patrimonio di canti è diffusa, non è prerogativa di qualcuno in particolare. Pirovano fa notare che il cantore «non deriva automaticamente le sue conoscenze e i suoi interessi dagli anni vissuti. Spesso è invece la provenienza familiare a pesare positivamente, laddove si è conservata a lungo l’abitudine a cantare insieme.»


Ci risulta difficile estrarre pochi versi a mo’ d’esempio dalla gran mole di canti fortunatamente salvati da queste pubblicazioni.
«Dobbiamo dire grazie – sono le parole di Sacchi – a tutti quegli oscuri poeti e musicisti popolari che hanno contribuito alla formazione di un repertorio di canzoni religiose, leggendarie, novellistiche, satiriche, di protesta e soprattutto d’amore. Il canro popolare è come una grande macchia d’olio che galleggia sulla superficie di un lago: le sue sfumature sono infinite come infinite sono state le mutazioni che i depositari del canto popolare hanno contribuito a sviluppare nel corso dei secoli.»
Dario Cercek




















