SCAFFALE LECCHESE/312: una famiglia sacrificata sull’altare della fabbrica

La ricordiamo, certo. Una struggente e folgorante poesia di Piera Badoni: «È subito detto un anno/ ma un anno è fatto di mesi/ e i mesi son fatti di giorni/ e i giorni son lunghi da vivere/ son faticosi da vivere/ uno per uno/ senza nemmeno un tuo segno/ felicità, che pure esisti .»
Piera Badoni scriveva di sé e per sé, ma in questi versi possono essere anche accomunate le sorelle, ben dieci, e un’intera famiglia. La famiglia Badoni, appunto: ricca, invidiata, tra le più blasonate di Lecco, una famiglia industriale che è parte della storia della città. Ma che è stata anche attraversata da un senso di incompiutezza, una malinconia, Un’infelicità, appunto. La cogliamo nelle pagine di “Una casa di ferro e di vetro”, il romanzo scritto dai giornalisti lecchesi Lorenzo Bonini e Paolo Valsecchi e uscito nel 2024 per le Edizioni Nord.
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È quel che viene definito un romanzo famigliare. Ci consente di entrare nell’intimità domestica dei Badoni, coglierne ritualità e dinamiche, tensioni e legami. Ma non è solo un romanzo, questo: squaderna argomenti in passato elusi. Significa che ora, anche gli storici dovranno tenerne conto nel raccontarci la figura di Giuseppe Riccardo Badoni, andando oltre il mito del grande capitano d’industria. Patriarca di una cerchia pressoché interamente femminile: la prima e la seconda moglie, le undici figlie e un solo figlio maschio, Antonio, l’erede designato che morirà in guerra. Una cerchia per la quale, il “patriarca” tutto decide e dispone, prefigurando e preparando d’autorità anche i destini personali di ciascuno dei suoi componenti. Tormentato.  A sua volta infelice.
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Il romanzo copre un arco di circa mezzo secolo, dagli anni Venti ai Settanta del Novecento, ma non è un racconto che si sviluppa in maniera esattamente cronologica. Il tempo infatti è scandito da singoli episodi, momenti di svolta per la vita famigliare e quella aziendale, vissuti o visti e raccontati da alcune delle figlie Badoni: Laura, Sofia, Adriana, Piera, Marta. Loro è lo sguardo, loro le parole, loro le sensazioni.
Gli autori si sono affidati ai documenti conservati nell’archivio famigliare ora di proprietà comunale e conservato al Politecnico lecchese, al libro di memorie di Sofia Badoni, ad alcune lettere di Antonio; al diario giovanile di Badoni padre, chiamato semplicemente GRB, un diario «rinvenuto solo di recente nello scomparto di uno scrittoio (una circostanza che abbiamo ritenuto troppo romanzesca persino per un romanzo)»; ma soprattutto ai ricordi raccolti dalla viva voce di Marta Badoni, l’ultima delle figlie di Giuseppe Riccardo e l’unica ancora in vita quando Bonini e Valsecchi hanno messo mano a questo lavoro: sarebbe deceduta nel 2024, pochi mesi prima dall’uscita del libro «che a lei, necessariamente, è dedicato».
Poi, naturale, un romanzo va anche di fantasia, per quanto nulla è inventato in quanto a vicende, si precisa. Nemmeno la “Mina” è inventata, la domestica che dispensa proverbi in dialetto in qualsiasi occasione e pare una macchietta inserita per alleggerire il racconto: si tratta invece dell’autentica governante di Villa Badoni dai primi anni del secolo fino al 1984. E anche lei sepolta nella tomba di famiglia.
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Piccola premessa: l’ingegnere Giuseppe Riccardo Badoni, nato nel 1882 e morto nel 1974, era entrato giovanissimo nell’azienda di famiglia, fondata a metà Ottocento e andata ingrandendosi col tempo. Egli stesso l’avrebbe portata a livelli di eccellenza con realizzazioni che sono pagine di storia industriale: dai locomotori alle grandi infrastrutture come ponti, stazioni ferroviarie, funivie e altri manufatti di grande carpenteria. E – ci viene ricordato - fu personaggio di primo piano anche nella vita pubblica: fondatore e presidente dell’Associazione Goliardica Milanese, presidente della Società Canottieri Lecco per quarant’anni, a capo della Camera di commercio, consigliere comunale, presidente delle mostre Quinquennali Lecchesi, fondatore e presidente dell’Istituto Vittorio Emanuele III per la cura e profilassi della tubercolosi, artefice di interventi per la realizzazione di nuove scuole e istituti professionali e sostenitore d’iniziative di promozione sociale.
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Il racconto di “Una casa di ferro e di vetro” parte dal suo secondo matrimonio. La prima moglie Adriana Molteni era morta nel 1918, contagiata dalla febbre spagnola mentre operava come volontaria all’ospedale di Lecco: da lei aveva avuto cinque figli, quattro femminile e un maschio chiamato Antonio come il nonno e che fin dalla nascita era stato visto come l’erede ufficiale, il continuatore dell’azienda Badoni. In seconde nozze avrà altre sette figlie. La nuova moglie di GRB, Emilia Gattini, suscita inevitabilmente diffidenze tra i figli che dovrebbero chiamarla mamma. 
La prima grande frattura famigliare avviene nel 1934 quando la figlia Laura fugge, ma fugge davvero, negli Stati Uniti inseguendo l’amore impossibile per il suo professore Giuseppe Antonio Borgese che da tre anni aveva preferito lasciare l’Italia fascista. E sulla quale avrebbe scritto un libro ancora oggi fondamentale (“Golia. Marcia del fascismo”) per spiegare agli stranieri quanto stesse accadendo nel suo Paese (pubblicato per la prima volta in Italia nel 1946 da Mondadori).
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Ma Borgese è sposato e Laura ritorna con il capo chino nel seno della famiglia Badoni. Quella fuga, però, «non era stata una follia, un colpo di testa. Solo una disperata ricerca di felicità.» Per “riallinearla”, il padre la iscrive all’Università di Francoforte, dove la ragazza incontra Rudi Kramer, peraltro socialisteggiante, rimane incinta ed è necessario un matrimonio riparatore. Il figlio si chiamerà Giuseppe e in futuro avrà un ruolo importante.
C’è poi la vicenda di Sofia che si laurea in architettura nel 1935 e nel 1938 sposa un compagno di studi dal futuro promettente, Giuseppe Mazzoleni, ma che resta gravemente ferito in un incidente in biciletta durante il viaggio di nozze e due anni dopo morirà.
Anche Piera Badoni fa i conti con un amore infelice, quello per lo scrittore Antonio Delfini. Scrive poesie, bellissime, ne pubblica alcune e poi si ritira in silenzio all’ombra del padre, al quale fa da segretaria in azienda. 
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Dei loro amori, le tre sorelle parlano tra loro a margine di un “raduno” di famiglia nel salone liberty del Grande Hotel Lecco sul lungolago e i nostri autori le ascoltano, ne raccolgono le parole, i ricordi, certi segreti svelati la prima volta; un bacio rubato, la giovinezza che svanisce. Con Laura che sospira: «A volte mi domando cosa ne sarà dei nostri sogni, quando noi non ci saremo. Che fine farà questa foresta di pensieri e di lacrime, di bellezza e tenacia. Sapete, baratterei volentieri un pezzo di vita con la certezza che tutto questo possa rimanere. In un modo o nell’altro. (…) Senza presunzione, solo perché qualcuno le trovi utili, solo per ricordare alla gente che non siamo passati di qui senza amare, senza sognare, senza soffrire.» E Piera che sussurra: «Senza vivere.»
La grande tragedia famigliare si compie nel 1943, quando l’unico figlio maschio, Antonio, l’erede designato, muore in guerra nel canale di Sicilia. Una morte alla quale GRB non vuole rassegnarsi, rifugiandosi nell’ossessiva attesa di un possibile ritorno: impiegherà anni a convincersi che non è possibile, ad accettare quindi la realtà. «Avrebbe scambiato la vita di Antonio con quella di qualunque delle sue figlie» sarà il pensiero di Marta.
Intanto, però, decide che Adriana dovrà prendere il posto di Antonio e la iscrive alla facoltà di ingegneria. La figlia ne è lusingata, si impegna, apporta novità in azienda. Ma GRB non rinuncia alla figura di un uomo. Si fa letteralmente consegnare dalla figlia Laura il piccolo Giuseppe Kramer, intrallazza coi ministeri romani perché gli consentano di aggiungere a quel cognome tedesco quello dei Badoni, lo fa crescere e studiare, da ingegnere naturalmente, finché gli consegnerà l’azienda. Un affiancamento che distrugge Adriana, la quale abbandonerà il mondo per farsi suora di clausura.
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Davvero, sembra che la trama di un romanzo fosse già scritta. Bonini e Valsecchi ne hanno tirato le fila, entrando nell’intimità di una famiglia legata da un’autentica ritualità rimasta immutata nel tempo e alla quale GRB esigeva che la famiglia si attenesse scrupolosamente: le tradizioni natalizie, la mongolfiera del Lunedì dell’Angelo, la lavagna nella sala di colazione perché le comunicazioni – anche le più delicate come il ritiro in convento di Adriana - potessero raggiungere tutti i numerosi componenti della famiglia: «Un incredibile senso di ritualità pervade GRB. L’ingegnere è profondamente legato agli istanti nei quali il caleidoscopio di quella dozzina di persone (…) pare incastonarsi dentro un unico ritratto familiare. E quelle esistenze sconnesse e centrifughe farsi melodia domestica. È l’ultima illusione di una vita alla quale molti pezzi di anima sono stati sottratti senza pietà.»
 In quel mondo circoscritto costituito dalla fabbrica e della villa padronale. Almeno, questi sono i confini che si sono dati gli autori del libro, lasciando all’esterno la città e il mondo e soprassedendo anche alla vita mondana che pure c’era, per cercare di entrare nel profondo delle coscienze, leggere il pensiero e i sentimenti dei protagonisti, ciascuno per la propria parte, di questa grandiosa storia famigliare. Sentendosi tutti parte di quella storia. Tra la fabbrica e la villa. L’una legata indissolubilmente all’altra. O, meglio, l’una che fagocitava i destini dell’altra: «A Emilia accade talvolta di osservare la fabbrica intimorita, come fosse il mostro di quei racconti fantastici. E lo è stato un mostro, in effetti. La famiglia del marito ha visto pezzi interi di esistenza divorati e sacrificati alla causa dell’azienda.» E ciò secondo il desiderio di GRB e delle sue ossessioni: «sacrificato all’altare dell’azienda» è infatti, anche il piccolo Giuseppe diventato Kramer Badoni, nel quale in verità il patriarca che va ormai invecchiando cerca di vedere ben altro: «non vuole un’Adriana e non vuole un Giuseppe. Suo padre vuole solo un altro Antonio.». Adriana e Giuseppe, «due anime chiuse nella stessa gabbia, la fabbrica, la successione, i piani incontestabili di GRB». Mentre le altre figlie riflettono: «Dovere e libertà. Libertà, e poi dovere. Tutte le nostre vite sono state scandite dall’oscillazione del pendolo. Siamo Badoni». Come dire, un destino.
Con il tempo che passa, con le figlie di primo letto «che hanno ormai tracciato i solchi delle loro rispettive esistenze», quel microcosmo sembra andare in pezzi, «in questa casa tante cose si sono rotte». Come può succedere alla ghisa e allora è un bel problema. E la convinzione «che nemmeno lui può farcela.»
«In quanti pezzi può rompersi un’anima», si chiede Marta tornando dopo tanti anni a rivedere la villa di Castello, ormai trasformata, quando la fabbrica non c’è nemmeno più. Riprende in mano il diario adolescenziale del padre, ascoltando ciò che restituisce il passato: «Sono spifferi, pensa Marta, sussurri. Echi di voci che si perdono nella ruggine degli oggetti e nei fili delle vecchie federe.» Marta che, da piscoanalista quel era diventata, aveva pensato a ciascuno dei propri famigliari come «a un caso clinico, un cubo trasparente senza più i tratti inestricabili e misteriosi di una scatola opaca», ora legge quel diario ritrovato e ripensa al padre: «Tanti piccoli segni ci avevano mostrato quel suo pezzo di anima. Ma era così difficile crederci di fronte alla sua presenza vigorosa, ai suoi occhi sicuri, ai suoi sorrisi brillanti. A quel modo che aveva di agguantare per la collottola la vita sua e quella degli altri era così difficile che hai finito per dimenticare. E invece bastava scavare più a fondo. Non erano state solo la morte di Antonio e la fuga di Adriana ad amputare pezzi d’animo del cuore di papà. Persino dover affrontare la scomparsa della prima Adriana, sua moglie, non era stata una prova nuova per GRB. Il gioco dei dolori e delle illusioni era iniziato presto per lui. Troppo presto.»
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La psicoanalista più che la figlia rilegge quindi la vita adulta di GRB alla luce di quel diario: «“Angoscia abbandonica”, scriverebbe Marta sulla cartella clinica, se solo si trattasse di un suo paziente in analisi. (…) Per tutta la sua esistenza GRB non ha fatto altro che provare a tenere saldate a sé le sue creature. Tutte, pur di non dover più fare i conti, ancora, con il dolore degli addii.» Laura fuggita, Adriana in convento e «Antonio, l’unico maschio, sepolto nel cuore del mare.»
Ecco, Antonio; «Chi era stato – si chiede Marta – a negarne pubblicamente la sorte per oltre quattro anni, a fare della sua morte una parola innominabile? Di chi era stata quell’ostinazione rabbiosa e ingenua? Di GRB, del capitano d’azienda esperto e autoritario? Oppure del piccolo GRB, quel ragazzino vestito di nero, con gli occhi cerchiati e i capelli bagnati di pioggia, che aveva accompagnato al cimitero sei fratelli e i suoi due genitori?». Perché è questo quanto accaduto a un Giuseppe Riccardo ancora bambino: la morte prematura dei genitori e quella dei fratelli. Ciò lo segna per la vita intera. «In tutto questo, forse una cosa sola poteva salvarlo. E suo padre, Marta ora se ne rende conto, ci si era aggrappato come a un galleggiante nel mare in tempesta. Il lavoro. Il sacrificio. La dinastia. La fabbrica. Ora non c’è più nemmeno quella. (…) La fabbrica Badoni è fallita nel 1993. Non ci è voluto molto perché le ruspe e le betoniere invadessero gli stabilimenti, divorandoli come termiti e ricostruendoci sopra i loro assurdi formicai. Poco importa, però, La città è un’altra città, la gente è gente diversa. Tutto è mutato, e forse fare piazza pulita di tutto è stata una delle licenze più oneste che il tempo abbia concesso ai Badoni, e alle Officine. Di tutto quanto, rimane solo la vecchia mensa aziendale con i suoi profili gotici e le sue arcate. E la villa, ovviamente. Ma il legame che le univa si è spezzato, si può dire vivano storie separate. Nuove storie, nuovi inizi.»
Dario Cercek
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