SCAFFALE LECCHESE/ 301: Lecchesi padroni della stampa già vent’anni dopo Gutenberg
La rivoluzione della stampa a caratteri mobili attribuita al tedesco Gutenberg si fa risalire al 1453, quando a Magonza avviò la pubblicazione della “Bibbia”. E se è nel 1465 che, a Subiaco nel Lazio, appare il primo libro italiano, già nel 1471 incontriamo invece il nome del primo lecchese, Stefano Merlini (o Stefano di Andrea de’ Merlini «habitator loci Leuchi duchatus Mediolani») che quell’anno, in società con il comasco Dionigi da Parravicino, avvia una tipografia a Cremona. La società si scioglie in poco tempo, se nel 1474 Dionigi, pur continuando nell’arte tipografica, risulta essere tornato a Como. Da parte sua Merlini si trasferirà poi a Bologna e successivamente a Rimini. Un episodio storico significativo per una città raccontata eminentemente come poco letterata, vocata com’era alla lavorazione del ferro.
Di stampatori lecchesi abbiamo già accennato qualche tempo fa a proposito degli scritti di Enrico Gandola, l’ingegnere comunale tra i promotori dei musei civici.
Prima di Gandola, a occuparsi di stampatori lecchesi era stato Pino Tocchetti nelle sue “Cronache”, opera del 1939 di cui pure abbiamo già parlato. «E’ motivo di orgoglio per noi – scriveva Tocchetti – che diciassette anni dopo l’apparizione della prima stampa di Gutenberg a caratteri mobili d’acciaio, a soli sei anni dall’introduzione dell’arte tipografica delle principali città d’Italia, un lecchese abbia iniziato a Cremona “l’ars omnium artium conservatrix”.»
Ma gli stampatori lecchesi più conosciuti furono i Penci «buon artigiani- osservava ancora Tocchetti - ma non altrettanto buoni letterati» che operarono in Venezia nel XVI secolo sui quali si è poi concentrata l’attenzione di Gandola.
A Venezia l’arte della stampa era arrivata nel 1469 portata da Giovanni da Spira che per un anno ne ebbe il monopolio. Morto già nel 1470, cadde l’esclusiva e si sviluppò la concorrenza. Dell’epopea della stampa a Venezia ci parla Alessandro Marzo Magno in un libro dedicato ad Aldo Manuzio (“L’inventore dei libri”, Laterza, 2020) e non ci dilungheremo. Se non per ricordare come la Serenissima fosse una vera e propria capitale della stampa, grazie anche a una censura di manica più larga, soprattutto dal punto di vista religioso. Diventando punto di riferimento per molti autori e lettori.
Dopo averci ricordato un altro stampatore lecchese di cui ben poco si sa (Bernardino de Moronis, con un’opera edita nel 1482), Gandola guarda appunto ai Penci: «Giacomo Penci è il più conosciuto e di lui a tutt’oggi sono a noi pervenuti circa una trentina di libri dallo stesso stampati. Operò dal 1495 al 1528, usando più denomazioni da Jacobum Pentium Leucensem a Jacobum Pentiu de Leucho Mediolanensem o semplicemente Jacobo da Lecco. (…) Il Penci fu pure più volte associato ad un altro stampatore della nostra zona, Nicolò Brenta di Varenna che teneva stamperia al traghetto di S. Paolo in Corte Pitriani. (…) A Venezia esercitarono l’arte tipografica altri quattro Penxi (forse tra loro imparentati) tutti presumibilmente provenienti dal contado lecchese.»
Nel suo scritto, datato settembre 1950, Gandola riportava inoltre un elenco di 84 opere stampate da Giacomo Penci, diciassette delle quali egli stesso riuscì ad assicurare ai musei civici lecchesi. Lo ha ricordato Aroldo Benini che qualche decennio più tardi avrebbe continuato la ricerca, allargando notevolmente sguardo e conoscenze, confluita in una mostra allestita nell’autunno del 1992 alla biblioteca civica “Pozzoli” e corredata da un catalogo pubblicato dall’editore Cattaneo. Una ricerca dedicata proprio alla memoria di Tocchetti e Gandola.
A quelli di Stefano Merlini, di Bernardino de Moronis e dei Penci, in quell’occasione altri nomi di stampatori lecchesi si aggiunsero all’elenco: un Pietro da Corneno (frazione di Eupilio) «identificabile con Pietro da Ello (…) presente precocemente a Milano» e cioé negli anni Ottanta del Settecento, un Cristoforo de Pensis di Mandello risultante a Venezia nel 1487, primo dei lecchesi, un Andrea Rota da Lecco attestato in Laguna nel 1528.
Nella sua introduzione al catalogo, l’allora direttore della Biblioteca di Verona scriveva: ««Fra i non molti episodi di diaspora di lecchesi allora impegnati nel mondo della stampa l’attenzione è stata in prevalenza e di necessità rivolta alle attività veneziane: non soltanto perché questo appare di gran lunga il più importante dei casi, ma per il motivo che le presenze di Stefano Merlini a Cremona e di Pietro da Corneno a Milano possono comodamente rientrare nella categoria degli spostamenti strategici all’interno del territorio del Ducato. A questo punto l’unico espatrio non veneziano noto appare quello del Merlini a Bologna. (…) A noi premerebbe forse maggiormente individuare i motivi che indussero questi artigiani oriundi del territorio di Lecco a spingersi fino alla capitale della confinante Repubblica veneta per esercitarvi un mestiere che allora vi fioriva e cercare quindi un benessere e una condizioni di vita sicuramente perseguiti e vagheggiati. (…) Penso tuttavia che non sia possibile puntualizzare con assoluta certezza le cause di questa come anche di altre personali trasmigrazioni. (…) Un’ipotesi (…) la vicinanza del territorio bergamasco, l’emigrazione massiccia di uomini validi dalle valli verso Venezia.»
Da parte sua, Benini parlava di un “secolo creativo”, quello tra 1450 e 1550, con i lecchesi attivi soprattutto tra il 1495 e il 1500, poi ancora negli anni seguenti con una punta nel 1522, mentre già nel 1529 si cominciava ad assistere a un declino.
«Le vicende di botteghe anche fiorenti – si legge - registrarono spesso l’estinzione dell’impresa in concomitanza con la morte del titolare: forse ciò è avvenuto per taluni degli stampatori lecchesi ma, a giudicare da quanto ci è rimasto (…) si potrebbe arguire proprio che la concorrenza e, soprattutto la presenza sul mercato di editori che disponevano di capitali, ha avuto ragione dei modesti tipografi, giunti a Venezia, dal ramo orientale del Lario. Neppure si salvano i librai-stampatori, come quell’Andrea de Rotta de Leucho (…) il quale pretendeva di stampare i libri e poi anche di venderli direttamente, allargando ulteriormente i compiti fino a quel momento propri dello stampatore. (…) Possiamo arguire che è stato relativamente facile riunire i capitali necessari ad aprire un’officina, cioè ad acquistare un torchio, le casse, alcune serie di caratteri. Il problema è poi quello di riuscire a lavorare, cioè a vendere rapidamente. Spedendo i libri un po’ dappertutto, rinnovando frequentemente i caratteri (il mancato o ritardato rinnovo può impedire di restare in concorrenza con gli altri tipografi).»
Benini si immaginava che «la fine dell’ultimo stampatore lecchese a Venezia potrebbe doversi (come quella del tipografo di un racconto di Marguerite Yourcenar), alla ritorsione. Alla punizione esemplare di un potente.» Ma «da questa scena tragica l’arte tipografica dei lecchesi si riscatterà: su questa riva del Lario, all’alba della Rivoluzione Francese, all’ombra dell’Albero della Libertà, uno stampatore lecchese pubblicherò un’opera di Melchiorre Gioia. Da quel momento nessuno più fermerà l’arte tipografica in questa nostra terra lariana.»
Il riferimento è a Luigi Noseda che – come ci ricorda Angelo Borghi in “Lecco e la sua storia” – nel 1798 pubblicò il “Trattato del lupo con l’agnello” appunto del Gioia, economista e filosofo.

Ad altri, aveva invece pensato Pino Tocchetti, concludendo il suo scritto: «Dopo quasi quattro secoli dalla prodigiosa invenzione un altro lecchese, Giuseppe Cortì, doveva fondare nella sua città la prima tipografia» in funzione – come leggiamo nel Dizionario storico del Lecchese – dal 12 settembre 1844 in corsia del Ponte n.110 (cioè, nell’attuale via Roma).
Di stampatori lecchesi abbiamo già accennato qualche tempo fa a proposito degli scritti di Enrico Gandola, l’ingegnere comunale tra i promotori dei musei civici.

Enrico Gandola
Prima di Gandola, a occuparsi di stampatori lecchesi era stato Pino Tocchetti nelle sue “Cronache”, opera del 1939 di cui pure abbiamo già parlato. «E’ motivo di orgoglio per noi – scriveva Tocchetti – che diciassette anni dopo l’apparizione della prima stampa di Gutenberg a caratteri mobili d’acciaio, a soli sei anni dall’introduzione dell’arte tipografica delle principali città d’Italia, un lecchese abbia iniziato a Cremona “l’ars omnium artium conservatrix”.»
Ma gli stampatori lecchesi più conosciuti furono i Penci «buon artigiani- osservava ancora Tocchetti - ma non altrettanto buoni letterati» che operarono in Venezia nel XVI secolo sui quali si è poi concentrata l’attenzione di Gandola.

Pino Tocchetti
A Venezia l’arte della stampa era arrivata nel 1469 portata da Giovanni da Spira che per un anno ne ebbe il monopolio. Morto già nel 1470, cadde l’esclusiva e si sviluppò la concorrenza. Dell’epopea della stampa a Venezia ci parla Alessandro Marzo Magno in un libro dedicato ad Aldo Manuzio (“L’inventore dei libri”, Laterza, 2020) e non ci dilungheremo. Se non per ricordare come la Serenissima fosse una vera e propria capitale della stampa, grazie anche a una censura di manica più larga, soprattutto dal punto di vista religioso. Diventando punto di riferimento per molti autori e lettori.




La probabile casa della famiglia Penci alla Panigada di Lecco
Nella sua introduzione al catalogo, l’allora direttore della Biblioteca di Verona scriveva: ««Fra i non molti episodi di diaspora di lecchesi allora impegnati nel mondo della stampa l’attenzione è stata in prevalenza e di necessità rivolta alle attività veneziane: non soltanto perché questo appare di gran lunga il più importante dei casi, ma per il motivo che le presenze di Stefano Merlini a Cremona e di Pietro da Corneno a Milano possono comodamente rientrare nella categoria degli spostamenti strategici all’interno del territorio del Ducato. A questo punto l’unico espatrio non veneziano noto appare quello del Merlini a Bologna. (…) A noi premerebbe forse maggiormente individuare i motivi che indussero questi artigiani oriundi del territorio di Lecco a spingersi fino alla capitale della confinante Repubblica veneta per esercitarvi un mestiere che allora vi fioriva e cercare quindi un benessere e una condizioni di vita sicuramente perseguiti e vagheggiati. (…) Penso tuttavia che non sia possibile puntualizzare con assoluta certezza le cause di questa come anche di altre personali trasmigrazioni. (…) Un’ipotesi (…) la vicinanza del territorio bergamasco, l’emigrazione massiccia di uomini validi dalle valli verso Venezia.»
Da parte sua, Benini parlava di un “secolo creativo”, quello tra 1450 e 1550, con i lecchesi attivi soprattutto tra il 1495 e il 1500, poi ancora negli anni seguenti con una punta nel 1522, mentre già nel 1529 si cominciava ad assistere a un declino.


Il riferimento è a Luigi Noseda che – come ci ricorda Angelo Borghi in “Lecco e la sua storia” – nel 1798 pubblicò il “Trattato del lupo con l’agnello” appunto del Gioia, economista e filosofo.

Ad altri, aveva invece pensato Pino Tocchetti, concludendo il suo scritto: «Dopo quasi quattro secoli dalla prodigiosa invenzione un altro lecchese, Giuseppe Cortì, doveva fondare nella sua città la prima tipografia» in funzione – come leggiamo nel Dizionario storico del Lecchese – dal 12 settembre 1844 in corsia del Ponte n.110 (cioè, nell’attuale via Roma).
Dario Cercek




















