SCAFFALE LECCHESE/299: Quella Brianza una e trina in realtà è uno stato d’animo

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La Brianza, eccoci: qual rebus! Da sempre si cerca di definirne i confini, con il risultato che col tempo quei confini si sono fatti in realtà via via ancora più labili.  Un secolo fa, già se ne “lagnava” lo scrittore Alex Visconti nei suoi “Itinerari sentimentali”, usciti nel 1931: un tempo la Brianza si limitava «ai colli che da Montevecchia vanno progredendo in ampiezza e altitudine verso nord fino ad Oggiono» e chissà «come mai è avvenuto, buon Dio, che la Brianza sia invece diventata nei secoli successivi tanto vasta da estendersi fino al Seveso a occidente, fino ad Asso a nord e a Monza – quasi – a sud.» Da parte sua, spiegava il fenomeno con ragioni politiche  e con «la smania della villeggiatura»

Già nell’Ottocento, comunque, si tentò inutilmente di definirne con precisione le coordinate geografiche. Ed era evidente – la riflessione dello storico oggionese Virginio Longoni – che «la Brianza era ormai avviata a sconfinare in uno stato d’animo, come sapientemente avrebbero poi inteso gli scrittori moderni.» Ancora oggi la questione dei confini resta aperta. Non è dettaglio da poco: ne dipendono radici e identità. Quasi per non far torto a nessuno, sempre più spesso ormai si parla di Brianze. Al plurale. Più di una: tre, forse anche quattro… 
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Del resto – oggi più che mai – mettere in luce i legami anche storici tra queste varie Brianze risulta complesso, se si esclude l’appartenenza compatta alla diocesi di Milano. Oltre all’orizzonte settentrionale ritagliato nel cielo dalle Prealpi lecchesi. Le caratteristiche divergono, i punti di riferimento cambiano. Lo stesso aspetto economico crea abbagli: non è differente da quello di altre campagne, prima agricole e poi industriali, ma l’una e l’altra Brianza hanno poi risposto a vocazioni differenti. Certo, alcuni grandi avvenimenti storici hanno coinvolto tutte le comunità. Però, si avvertono accenti differenti e non soltanto nelle parlate, nelle variazioni dialettali. Divisa oggi fra tre province (Lecco, Como e Monza) se qualche “brandello” non è rimasto ancora incagliato nella rete della città metropolitana di Milano, la grande Brianza è stata divisa anche in passato tra possedimenti feudali, nobiliari e infine borghesi, le grandi famiglie, gli ordini religiosi, i monasteri; a loro appartenevano terre e palazzi e anime.

Una cinquantina d’anni fa, scriveva lo studioso Giulio Vismara; «Da un punto di vista geografico, la Brianza non è definibile con esattezza. (…) Ancor meno lo è dal punto di vista politico; come tale, infatti, essa non ha mai costituito un’unità autonoma e vano sarebbe ricercare questa durante l’età medievale in quel territorio della Martesana, del quale troppo poco si conosce. Altrettanto potrebbe dirsi dell’aspetto economico.»

E’ pertanto evidente come una descrizione geografica e una ricostruzione storica si dimostrino complesse: i centri di gravitazione sono mutevoli da una parte all’altra e spesso indipendenti dai confini provinciali. 
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In “La Brianza nei libri”, una sorta di catalogo bibliografico pubblicato nel 1988 dal Comune di Monza e dalla Pro Monza, l’allora direttore della biblioteca civica di quella città, Beppe Colombo, scriveva: «Monza è certamente il capoluogo di tutta la zona, ma una identificazione storica presuppone una funzione di leader che in alcuni secoli, soprattutto nell’alto medioevo, è stata evidente, in altri meno. Comunque, la sintesi Monza-Brianza ci pare più riuscita nell’ambito economico-sociale.» 
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Però, un secolo e mezzo prima, il galbiatese Carlo Redaelli (1764-1854), come abbiamo già letto, sosteneva che «è contrario alla verità l’asserire che Monza è la capitale della Brianza. (…) Volendosi aver riguardo alla posizione geografica ed all’esservi risieduto per il corso di più secoli il Vicario della Brianza, direbbesi anzi d’esser Merate il capoluogo di questa regione, che è d’altronde un borgo considerevole.», E che «soltanto Lecco che debba giustamente ritenersi per capoluogo del proprio distretto di tutta la Valassina e di gran parte dell’alta Brianza.»

Lo si legge nelle “Notizie istoriche della Brianza, del distretto di Lecco e della Valsassina e de’ luoghi limitrofi” pubblicato tra 1825 e 1826 e che, per la parte brianzola, molto deve ai precedenti studi effettuati di don Paolo Antonio Sirtori (1712-1784), sacerdote e infaticabile topo d’archivi (e di chissà quali altri reconditi e meno ufficiali depositi) che Ignazio Cantù ci presenta così: «Vi sono degli uomini che pongono il principale loro studio nel celare il proprio sapere, e che formano un vivo contrasto con coloro che poco o nulla sanno ed ostentano grande apparenza. Fra primi è certamente il valentissimo Paolo Antonio Sirtori, nativo di Sirtori, paesello della Brianza, che consumò gran parte della sua lunga vita nella meditazione di storie, di croniche, di documenti originali, di lapidi e di monete. In gioventù s’applicò di proposito alle matematiche e lasciò molte memorie intorno ad esse. Ma il lavoro che dà maggiormente corpo alle lodi che gli tributiamo sono 15 grossi volumi manoscritti di storia e principalmente di storia di Brianza, che egli legò come patrimonio di casa, senza brama che fosse posto in luce, al suo figliuolo avvocato Pietro Alessandro, da pochi anni defunto, che li cedette al signor dottore Redaelli perché se ne servisse alla compilazione delle sue Notizie sulla Brianza. Da quel momento divenne patrimonio d’un solo quell’opera che avrebbe dovuto essere deposta in una biblioteca a vantaggio di tutti.» 
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Sirtori fu autore anche di una “Mappa topografica del Monte Brianza” , realizzata nel 1763 e ora conservata alla milanese Civica Raccolta Bertarelli: corredava quelle sue “Notizie” di cui parla Cantù e che costituivano forse un primo studio organico sulla storia della Brianza e che appunto fornirono materiale al galbiatese Redaelli. Il quale osservava: «Questi scritti, in cui traspira una predilezione per la Brianza, che al tempo stesso piace, e pone in diffidenza, ci indicarono alcune fonti relative a ciò che si riferisce agli ultimi quattro secoli, alle quali non [avremmo] attinto se non molto tardi, e forse giammai. Molte indagini a praticarsi ci fecero sospettare, ed alcuni dubbi ci riuscì di sciogliere con un penoso esame di questi. (…)  D'alcune cose sia ora soltanto lecito il farne uso per le vicende varie che v'ebbero tra noi, e pel lungo tempo trascorso dall' età in cui furono raccolte, poiché l'anno 1775 terminò il Sirtori di scrivere quelle cose storiche e cessò di vivere in età avanzata l'anno 1782.»

Prima d’allora, v’erano notizie sparse. Molte ricavabili anche dalle opere certosine quel Giuseppe Ripamonti (1573-1643), nato a Ravelllino e morto a Rovagnate, collaboratore dell’Ambrosiana con il cardinal Federico Borromeo e storico a cui si sarebbe poi “appoggiato” Alessandro Manzoni per i suoi “Promessi sposi”. Così la prima autentica storia briantea risale al 1836: "Le vicende della Brianza e de’ paesi circonvicini”. Autore, proprio lo storico briviese Ignazio Cantù (1810-1877). L’anno successivo avrebbe dato alle stampe anche una integrazione, la “Guida pei monti della Brianza”, una sorta di vademecum per il viaggiatore con una serie di informazioni pratiche e storiche.
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Per lo storico della letteratura Ernesto Travi, che scriveva negli anni Settanta, all’opera di Ignazio Cantù si rivolgono ancora oggi gli estensori di una nuova storia della Brianza «perché le sue attente informazione e sensibilità veramente hanno definito il senso di una civiltà brianzola. Con propri autori, con opere specifiche, con il senso vivo di una tradizione e delle sue usanze.» 

Dopo la prima uscita con l’editore milanese Santo Bravetta, “Le vicende della Brianza” avrebbero avuto altre successive edizioni a partire da quella ampliata e illustrata del 1853 alle ristampe anche moderne: la più recente è quella della meronese “Insubria Edizioni” (2021). 
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Ai lettori (o, meglio, «all’illustrissimo ed egregio don Vitaliano Crivelli, patrizio milanese» a cui l’opera era dedicata in prima battuta),  Cantù spiegava come «negli anni della mia primissima giovinezza (…) registrava quante notizie mi  venivano incontrate relative alle vicende della deliziosa nostra patria, collo scopo di soccorrere la fragilità della memoria» per quanto fosse lontanissima l’idea di scrivere una storia della Brianza, intenzione che sarebbe peraltro risultata molo strana «in un tempo in cui era ancora recente la pubblicazione dell’ultimo fascicolo delle “Notizie” del Redaelli.» Però, «coll’andar di alcuni anni le note da me raccolte formarono un discreto volume. Allora concepii la prima volta il disegno d’ordinare quelle notizie; dar loro un corpo, un’unità in cui si trovasse un seguito non interrotto di vicende storiche brianzuole, che dall’epoca in cui cominciano a presentare qualche interesse discendessero fini all’età nostra.» Avrebbe poi sottolineato come «in un lavoro per anco intentato, dove mi trovava senza guida veruna, come uom nuovo d’un paese, che si abbatta ad andarvi in un giorno in cui una levata di neve abbia sepolto campagne, praterie, giardini e la strada ch’egli è obbligato a segnare per la prima volta. Lui fortunato se può giungere alla sua meta!»

L’opera inizia inevitabilmente con la “questione” dei confini sui quali «discordano gli autori e l’uso volgare.». Il racconto ripercorre degli eventi fin dai primordi geologici e dai primi insediamenti umani: «Un’orda   di popoli selvaggi abitò questa terra rasciutta dalle acque, e spegnendo le fiere, diradandovi le selve, sanando le paludi, rivolgendo le lande e affidandovi i semi si preparò comode sedi e cibi non inimici all’umana natura.» Per proseguire fino all’attualità, in particolare con l’epidemia di colera diffusosi proprio tra 1835 e 1836. Man mano che si avvicinava ai propri tempi, inoltre, il nostro Ignazio arricchiva il racconto offrendoci anche alcuni brevi ritratti di uomini illustri, non nascondendo peraltro di ambire a far parte dell’eletta schiera («Desideroso che anch’io possa un giorno essere annoverato fra sì illustre drappello.»)
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Nel 1837, come detto, alle “Vicende” fece seguito la “Guida pei monti della Brianza e delle terre circonvicine” sempre coi tipi di Santo Bravetta e anche in questo caso esistono edizioni moderne, tra cui quella del 2020 ancora delle meronesi “Insubria Edizioni”. Un libro realizzato con l’intento di far «conoscere dove sia il più degno da vedere, dove le glorie antiche, dove le bellezze moderne, dove possa di più la veduta, dove il terreno sia meglio atto alla coltura» eccetera. Una vera e propria guida per viaggiatori. Molto moderna: cenni storici, statistici e bibliografici; gli usi, i costumi e il modo di vestire; le notizie pratiche sugli itinerari: da Monza a Merate e a Brivio e infine a Lecco con il suo lago e quindi da Lecco a Erba e Paina; oppure da Monza a Monticello e Oggiono. Oltre alla Vallassina, Cantù sconfina anche in Valsassina (come del resto già aveva fatto nelle “Vicende storiche”).

Del resto, Ignazio Cantù, così come il fratello Cesare (1804-1895), non si sottrasse alla moda delle guide turistiche che andavano diffondendosi nell’Ottocento . E per la stessa ricostruzione storica, Ignazio avrà potuto certamente contare sul contributo dello stesso Cesare, il quale aveva parlato di Brianza in più occasioni. Egli stesso aveva prodotto un succinto studio di una trentina di pagine, compreso poi nelle “Storie minori” pubblicate nel 1864 dall’Unione tipografica di Torino (la Utet dei nostri tempi). In quel testo, oltre a esordire sul fatto che “Brianza” fosse una denominazione della quale «non si conosce né l’origine, né il significato, né i limiti», per quanto «così vaga di confini, forma però un complesso, non solo per la natura del terreno e del clima, ma anche per gli avvenimenti», curiosamente annota che «ben meriterebbe una storia». Impegno nel quale si era appunto cimentato il fratello Ignazio ben trent’anni prima. Possibile dunque che la riflessione di Cesare fosse antecedente? Rimasta dimenticata da qualche parte e recuperata, in occasione della pubblicazione delle “Storie minori”, in qualche vecchio baule…
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In quello stesso torno di tempo, a occuparsi dell’argomento vi era anche un cugino degli stessi fratelli Cantù: l’olgiatese don Giovanni Maria Dozio (1798-1863). Fu autore di diverse opere e impegnato a ricostruire la storia delle “pievi briantine”: il terzo dei tre volumi, uscito nel 1857, è il “Cartolario briantino” che raccoglie una serie di documenti storici risalenti addirittura al X secolo, mentre nel 1876 sarebbe stata pubblicata postuma la dissertazione “Del contado della Martesana”, quella suddivisione amministrativa che per alcuni avrebbe appunto prefigurato il futuro territorio brianteo. 
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Dozio lasciò inoltre molti scritti inediti utili ai ricercatori successivi. Uno dei quali è don Rinaldo Beretta (nato a Barzanò nel 1875 e morto a Giussano nel 1976), «a ragione conosciuto come “lo storico della Brianza”»: così si legge in “Pagine della Brianza e del Lecchese” (piccolo catalogo di una mostra bibliografica curata da Natale Perego e Massimo Pirovano su iniziative del Sistema bibliotecario lecchese e tenutasi Monticello nel 2003).
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Definito proprio come il continuatore dell’opera di Dozio, don Beretta fu autore di una quarantina di studi alcuni pubblicati su riviste e altri come monografie. Nel 1972 avrebbe poi pubblicato in proprio “Pagine di storia briantina” che raccolgono solo tre di quei lavori, uno proprio dedicato alla “Brianza nelle sue origini e nei suoi limiti”.
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Don Beretta scrive che Brianza non era altro che una «piccola frazione della parrocchia di Nava» e che sorgeva «sul colle dello stesso nome, il quale si distacca dal vicino monte di San Genesio»: si tratta del celeberrimo Campanone. Ricorda come proprio Dozio registrò che «la parrocchia di Brianza sia stata eretta nel 1429» e ne dedusse «che a poco a poco si introducesse l’uso di chiamare la regione circostante col nome di monte di Brianza. (…) Il perché poi, col passare degli anni, la zona briantina sia divenuta tanto vasta da comprendere tutto l’antico contado della Martesana con qualche aggiunta in più, lo si deve probabilmente, a mio avviso, più che all’uso volgare, agli scrittori dell’ottocento e del novecento che si occuparono della Brianza, senza tenere calcolo dei privilegi. Per non richiamare che i principali – e trascurando coloro che ignari delle cose nostre dissero Brianza pressoché la metà dell’alto milanese oppure Monza capitale della Brianza.» E anche i suoi cugini, e cioè i fratelli Cantù, ne allargarono i confini «per conferire un maggior respiro e interesse ai loro scritti sulla Brianza».
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Dalla prima prova di comporre un disegno storico della Brianza. sono quindi trascorsi oltre due secoli, in cui molto è poi stato pubblicato, ma per lo più opere dedicate ad argomenti specifici, alla storia dei singoli paesi e città, a personaggi, a eventi singoli o limitati nel tempo. 

Per avere un’opera generale moderna si deve attendere la monumentale “Storia di Monza e della Brianza” curata da due illustri studiosi come Alfredo Bosisio e il già citato Giulio Vismara, ma con l’intervento di molti altri specialisti, uscita in sei volumi tra il 1969 e il 1979 per il prestigioso editore “Il polifilo”. 
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Già il titolo dice come questa Storia guardi alla Brianza da Monza. E lo si affermi fin dalla prima riga, Si legge infatti nella premessa di Vismara: «Al lettore s’intende proporre la storia di una città. (…) Monza è sempre stata la porta di quel territorio che sale aprendosi a ventaglio tra il Seveso e l’Adda verso le Prealpi e, nello stesso tempo, il centro di raccolta di iniziative e di attività collegate alla produzione di quel suo vasto retroterra, dal quale le offrivano braccia attraverso un continuo flusso migratorio. Alla storia della città si congiunge così quella di un territorio, noto sotto il nome di Brianza, che non ha avuto né elementi costanti di unità, né confini definiti e stabili. E tuttavia è stato presente nella storia della civiltà lombarda in ogni momento.»

Una trentina d’anni dopo arriva il “controcanto” lecchese con un’altra imponente “Storia della Brianza”: sette volumi pubblicati dall’editore oggionese Cattaneo tra il 2007 e il 2011 e anche in questo con il contributo di molti ricercatori. Che non potevano certo eludere la “questione”, Proprio il già citato Virginio Longoni titola il suo intervento “Le tre Brianze: una prospettiva aperta”: E scrive: «Il tasso di vaghezza che in ogni tempo ha impregnato la cognizione di Brianza ha radici antiche, legate al fatto che il luogo di Brianza, concretamente individuato sulla cima di un’altura entro il territorio di Colle Brianza, rimase per secoli disabitato». Ed è il Campanone di don Beretta. Longoni conclude: «Si potrebbe sostenere che l’indeterminatezza è, in fondo, un segno di modernità e che la generalizzazione di una periferia verde è un po’ il sogno inespresso di ogni prospettiva metropolitana.» 
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Siamo dunque a un concetto di Brianza creato da Milano e dai milanesi. E ciò fin dal Seicento, come sostiene Angelo Borghi: «La Brianza era il retroterra popolatissimo e fruttifero di Milano. Questa idea chiaramente espressa alla metà dei Seicento da alcuni scrittori.» E ciò prima che prendesse corpo un’idea autonomia della Brianza che si forma in maniera e lenta e graduale. E dunque «la sfida è ancora aperta.»
Dario Cercek
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