SCAFFALE LECCHESE/296: la Valsassina dell’Ottocento nelle ''noterelle'' di un monzese

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Nell'ultimo scorcio dell’Ottocento, le terme di Tartavalle in Valsassina stavano vivendo la loro stagione d’oro, per quanto uno stabilimento vero e proprio e il grande albergo non fossero ancora stati realizzati. Così che i frequentatori alloggiavano a Taceno, in piccole locande o in case private. Comunque, quando nel 1892 venne aperta la linea ferroviaria da Lecco a Bellano, la stazione d’arrivo fu intestata anche a Tartavalle Terme, testimoniando così la rinomanza di un luogo che oggi ormai ci immalinconisce.
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Tartavalle in una cartolina d'epoca

Tale rinomanza è attestata anche da una novella pubblicata a Monza proprio nell’anno di inaugurazione della ferrovia. L’autore è Napoleone Mariani, personaggio del tutto sconosciuto a noi lecchesi ma che un piccolo segno ha lasciato nella storia della sua Monza. Dove - grazie al prezioso aiuto di Luca Castellino della Biblioteca civica e di Marco Emilio Erba, archivista del Duomo - abbiamo recuperato qualche notizia sul personaggio. Mariani nacque nel 1835 e morì nel 1909. Fu segretario del Comune di Monza, tra i promotori di una biblioteca municipale e impegnato in campo sociale: a capo della commissione incaricata di studiare un progetto per l’istituzione di un Ricovero di mendicità, nel 1877 diede alle stampe il proprio intervento indirizzato ai consiglieri comunali della città: “Cenni sulla beneficenza monzese”. Ed è sempre a fini benefici che nel 1892 diede appunto alle stampe la novella, “Una gita in Valsassina, Noterelle”, uscita dallo Stabilimento topo-litografico Paleari di Monza. L’obiettivo era aiutare l’asilo infantile “Principe di Napoli” della frazione monzese della Santa (poi andata a formare l’odierno Comune di Villasanta). 
Mariani non era una penna sgraziata e le sue “noterelle” si leggono ancora oggi con un certo gusto. Scritte in prima persona, si mantengono complessivamente su tinte leggere, nonostante certi patetismi tipici dell’epoca.
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«Un bel dì dell’agosto 188…», il nostro protagonista sale su un treno che da Monza lo conduce a Como dove si imbarca su un battello diretto a Cadenabbia. Distratto, arriva fino a Menaggio. Non sapendo bene che pesci pigliare, acquista alla cieca un biglietto per Bellano, “ispirato” dalla meta di un altro viaggiatore.
A Bellano, il battello è accolto «da quattro calabresi girovaghi che suonavano la piva e stridendo con quanto maggior fiato potevano, facevano venire i dolori al ventre». Ci si augurava pertanto che i suonatori se ne tornassero “felicemente” a casa propria «affinché persino i pesci che guizzano nell’onda non abbiano a sentire le gravi conseguenze del melodioso concerto!»
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Quello dei suonatori ambulanti doveva essere un nervo scoperto per Mariani, visto che anche nelle prime righe dei “Cenni sulla beneficenza” si occupa di certi maldestri musicanti: «La questua comparve sfacciata ed esercenti e passeggeri sono importunati da queruli accattoni che vogliono l’elemosina a qualunque costo e non pochi, per sottrarsi ad ogni sorveglianza, ci si presentano con organetti, fisarmoniche e simili. La città molestata quindi dai questuanti, lo è non meno da certi suoni rompitori di ben costrutti orecchi.»
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Sbarcato casualmente a Bellano, il nostro riesce a trovare da alloggiare in una camera affacciata sul lago. Racconta dei dintorni: Varenna «nota e cara per il suo rito patriarchino, per le sue vicine gallerie e per il Fiumelatte»; Regoledo per lo stabilimento idroterapico; Perledo «dov’è tradizione che la Regina Teodolinda (…) si fosse ritirata a passare i giorni della sua vecchiaia»; la strada per Dervio e Olgiasca dove si ricavarono i marmi per l’Arco del Sempione; le chiese di Colico. Si sofferma inoltre a descriverci chi incontra per via, come le «tre signore accompagnate dai rispettivi mariti (o quasi)» intenti questi ad arrovellarsi su questioni finanziarie. 
Dopo gli opportuni omaggi a Sigismondo Boldoni e a Tommaso Grossi, dopo l’immancabile visita all’Orrido, Mariani o chi per lui prende la via di Tartavalle: «Fui condotto alla trattoria della “Catterina”, cui conveniva la gran parte dei lodigiani e dei monzesi, usi, per secreto istinto di conservazione, a pulire lo stomaco colle acque magnesiache-ferruginose di Tartavalle e rattemprarlo con pranzi gustosi ed eccellenti, vini forniti con “gara nobilissima” dall’albergo Fondra e dal caffè Vitali, come dalla Catterina e da altri trattori, nei quali tutti l’onestà è pari alla bontà e cortesia.»
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Tartavalle oggi

L’autore ci dice che Tartavalle «fu sempre il generale ritrovo anche degli artisti e letterati lombardi, ed è là che durante le aure estive Cagnola, Ponchielli, Ghislanzoni e altri estrinsecavano il loro genio, sposano la cura dell’acqua medicinale al godimento del buon vino.» In una nota a pie’ pagina, ci rimanda a un articolo dell’ “Italia del Popolo” del 1892, ma il Mariani o il giornale avranno certamente fatto confusione con Maggianico. 
In quanto alla Fonte valsassinese «vidi con molta meraviglia un viavai di signori e signore, alcuni dei quali trangugiavano, l’uno dopo l’altro, due o tre bicchieri d’aquae fontis, dicendosi intenzionati per ragioni di cura di berne quella mattina chi sei, chi dieci, chi dodici. E non è da stupirsi perché se ne bevono perfino da venti a trenta, salendo colla sola norma della suscettività dello stomaco a sostenerla, senza incomodo di peso o di nausea o di inappetenza.»
Mariani non evita peraltro di malignare: «Quante belle donnine, notai, e come sono allegre. Di certo non sono qui per fare la cura”, ma per diporto, lontane dagli affari, dall’uomo e dai… pericolosi cugini» L’autore viene ragguagliato su condizioni sociali e provenienza di qualcuna di quelle belle donnine: «Non la finirei più se volessi citare ad una ad una le signore che mi indicavano. E non facevano difetto gli uomini ed i “grandi” uomini, i negozianti ed i negozianti di… fumo, i mariti-scaldaletto ed i celebri patiti (e cioè i cosiddetti cicisbei), chi dall’aria burlona, chi da pedagogo, quali ricchi senza voler Il parere di esserlo e quali non essendolo e volerlo parere. Specchio della vita umana.»
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Premana

Il nostro villeggiante decide di compiere un’escursione a Premana e ne mette a parte alcuni amici che si entusiasmano oltremodo arrivando a mobilitare una nutrita comitiva non prima di aver organizzato una vera e propria assemblea pubblica nel corso della quale si decantano le qualità del laghetto di Losa con le “note” rane di Premana e l’estro dei pittori Giovanni Bellati e Gerolamo Cotica. 
Si muovono in 35, radunandosi all’orario concordato sulla piazza di Taceno. Tutti a eccezione del protagonista, l’ideatore della gita. Tocca andare all’albergo a tirarlo giù dal letto nel quale continuava beatamente a ronfare.
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Margno in una foto d'epoca

Prima tappa è Margno, dove la compagnia è accolta da nugoli di ragazzini curiosi, speranzosi in una mancia. L’attenzione di una gitante è rivolta alle «donne di questo paese e della vicina Casargo», le quali avrebbero fama d’essere particolarmente aggraziate, «tante Pompadour di villaggio, ma mi pare che sia un po’ esagerato nell’elogio.» Il nostro si sente quindi in dovere di giustificare, dimostrando una particolare sensibilità sul tema delle condizioni della donna e dell’emancipazione femminile: «Le donne qui (…) lavorano in qualunque stagione dell’anno più delle bestie da soma, ed è per ciò che rimettono della bellezza naturale che loro dona l’aria sottile della valle. (…) Le fatiche che devono sostenere sono come quelle delle povere indiane dell’America del Sud. (…) Ma guardi, di grazia, i biondi capelli, i begli occhi cilestri ed il colorito rubicondo, e si avvedrà che mamma natura non fu avara di favori. (…) Gli uomini attendono alla pastorizia, al taglio degli alberi ed alla fucina ed in gran parte recansi in città ad esercitare il mestiere di ferraio o calderaio.» E per le donne ci vorrebbero «più pane, minori fatiche e maggior rispetto»
Dopo un’ulteriore breve sosta a Casargo per mangiare pane e prosciutto e dissetarsi a una sorgente, il gruppo arriva a Premana dove viene accolto da guide appositamente reclutate che lo conduce alla visita del paese. E’ la parte più “turistica” del libro: Mariani descrive il borgo, le chiese, la lapide dedicata a Pietro Malugani, «agiato albergatore del paese, a cui la Valsassina deve in gran parte la costruzione della strada comoda e carreggiabile che da Taceno sale al ponte di Varrone». Racconta delle miniere di ferro e delle officine che continuano a lavorare l’acciaio «tra cui la più volte premiata Sanelli Ambrogio» (esistente ancora ai nostri giorni), ma rilevando anche come le tasse e i prodotti d’esportazione mettano a rischio l’economia del luogo. Parla dei costumi tipici indossati dalle donne e non manca di enunciare qualche parola del dialetto locale. La gita premanese si conclude, come è solito accadere, attorno a una tavola abbondantemente imbandita.
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Donne al lavoro nei campi

Mariani ha anche occasione di “consigliare” l’escursione al Moncodeno partendo da Parlasco lungo un sentiero ben impervio che ricorda all’escursionista le fatiche dei parrocchiani che dovevano recarsi alle funzioni religiose da un paese all’altro o dei medici condotti per recarsi dai pazienti. Ma poi che «spettacolo stupendo» una volta raggiunti i pascoli del Cainallo: qual panorama, qual paesaggio! Raccolto qualche edelweiss, lungo la discesa si fa tappa alla celebre ghiacciaia «che dà origine su un versante al Fiumelatte e sull’altro all’Acqualatte nella Valle dei Molini presso Prato San Pietro» e quindi alla Grotta dei Darden.
Dopo dieci giorni a Tartavalle, il nostro villeggiante ridiscende a Bellano e riprende la via di casa.
Per romanzare la semplice descrizione, il segretario comunale non manca di intrecciarvi un paio di storie d’amore: una dall’esito felice tra due frequentatori abituali delle terme e l’altra dai contorni tragici che vede protagonista una giovinetta il cui fidanzato era morto pochi giorni prima del matrimonio: prostrata, la ragazza era stata condotta a Tartavalle sperando che in quel clima la ritemprasse, ma il rientro sarebbe stato di altrettanta sofferenza e pochi giorni dopo il ritorno a casa sarebbe ella stessa rapita dalla morte.
Dario Cercek
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