Il racconto del dottor Morandi, in Africa per 3 mesi con il Cuamm

Abituato a una realtà ospedaliera di livello come quella lecchese – dove ha lavorato per molti anni come pediatra ed è stato anche primario del reparto al San Leopoldo Mandic di Merate – è piombato per 3 mesi in Mozambico, trovandosi di fronte a un modo di vivere l’assistenza e la cura ai bambini molto diversa. 
Delle esperienze vissute tra ottobre e dicembre 2023 nello stato dell’Africa sud orientale il dottor Francesco Morandi ha raccontato nella serata di giovedì 20 marzo all’Auditorium del Centro Culturale Fatebenefratelli di Valmadrera, durante un evento organizzato dal gruppo lecchese di Medici con l’Africa Cuamm (QUI la cronaca)
“In realtà non era la prima volta che ci andavo in Mozambico. Ero già stato nel Nord, a Pemba, ad aiutare una collega giunta alla fase terminale di un progetto – ha spiegato il medico – Da ottobre a dicembre 2023 invece sono stato a Beira, la seconda città più importante dello stato dopo Maputo, la capitale”. In particolare il dottor Morandi è andato a ‘tamponare’ una situazione di criticità creatasi nell’ospedale della città per via del fatto che il medico presente in precedenza aveva dovuto lasciare all’improvviso. 
“Ho trovato naturalmente una situazione diversa rispetto ai nostri ospedali, imparagonabile e soprattutto difficile da raccontare a parole. Sono realtà che vanno viste” ha proseguito, spiegando tuttavia che in Mozambico l’ospedale di Beira è considerato il massimo livello di specializzazione per il Paese. “È un cosiddetto ospedale centrale, dove per ‘centrale’ si intende che c’è abbozzata qualche specialità”.
La specialità in questione, in cui il dottor Morandi ha portato la sua esperienza, era la Neonatologia.
“Purtroppo mi sono subito accorto che il livello di intensità delle cure non era paragonabile a quella di una Neonatologia ad alto sviluppo”. Ad aver però colpito il medico, al di là del livello di intensità delle cure, è stata la quantità innumerevole di bambini e neonati. “Lì la natalità è piuttosto elevata. Parliamo di 4 o 5 figli per donna. Numero altissimo se pensiamo che da noi attualmente l’indice di natalità è di 1,2 figli per donna”.
La triste realtà in cui il medico si è imbattuto però è stata il dover accettare l’assoluta impossibilità a intervenire in caso di malformazione complesse. “Era abbastanza difficile da accettare per noi, e anche per i giovani medici locali. Di queste malformazioni se ne vedevano davvero tante a causa della mancanza di una diagnosi pre-natale e di conseguenza di un’eventuale interruzione della gravidanza di fronte alla diagnosi”. Di fronte agli svariati casi che quasi ogni giorno giungevano in ospedale, per i medici non c’era fondamentalmente nulla da fare. “Davanti a questi bambini si accettava la loro morte, anche con poca attivazione delle cure palliative, per cui si intende sostegno alla famiglia, gestione del dolore e della sofferenza. Proprio una sorta di abbandono. I medici locali mi chiedevano in Italia cosa si avrebbe fatto per un bambino in quelle condizioni. A seconda dei casi dicevo quante possibilità di sopravvivenza avrebbe potuto avere e loro dicevano che questa cosa li rendeva molto tristi”.
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Il dottor Francesco Morandi durante il corso di rianimazione Neonatale per il personale infermieristico dell'Ospedale Centrale di Beira


Sono stati dunque tre mesi piuttosto intensi per il dottor Morandi, che però, nonostante tutto, è riuscito a cogliere aspetti positivi dall’esperienza.  
“È molto bello, sapendo qual’è il livello di difficoltà nella vita quotidiana della popolazione, vedere come siano sempre sorridenti. Si accontentano di molto poco. Basta un piccolo aiuto e sono riconoscenti. È molto bello dal punto di vista umano” ha proseguito, raccontando poi di essere stato colpito anche da un altro aspetto. “È impressionate la voglia di apprendimento di alcuni medici e infermieri, la loro voglia di avere informazioni che, rispetto a noi, fanno molta fatica ad avere”. 
La permanenza in Mozambico ha portato il pediatra a riflettere anche attorno a problemi che vanno oltre all’assistenza sanitaria. “Mi sono fatto l’idea che risolvere le tante disuguaglianze che viviamo sul nostro pianeta deve essere sempre un punto di arrivo, anche se è molto difficile da raggiungere. In particolare bisognerebbe fare molto di più per l’educazione, che lì è molto complicata. Ci sono classi con 100 alunni, che poi devono magari percorrere chilometri a piedi per tornare nel proprio villaggio e quindi hanno poco tempo per studiare… Insomma, un alto livello di istruzione è molto difficile da ottenere, però è quello su cui dover insistere maggiormente. Essendo noi dalla parte del Mondo più fortunata, dobbiamo supportare in questo”. 
Al momento il dottor Morandi non ha nuove missioni in programma. Ha però rinnovato la propria disponibilità a partire. “Sono pronto a progetti con una durata non troppo lunga, avendo ormai la mia età e soprattutto dovendo sopportare a livello fisico il clima impegnativo”. 
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