Tra Godot e Gerusalemme, le poesie di Giovanna Rotondo. Il 5 la presentazione
Un libro di poesie per Giovanna Rotondo, già autrice di altre pubblicazioni, ma che conosciamo soprattutto nel suo ruolo di custode della memoria del pittore Orlando Sora. Nei mesi scorsi, dopo la riapertura (temporanea!) del Teatro della Società restaurato, ha tra l’altro promosso una raccolta firme chiedendo che il dipinto del soffitto, “Il teatro della vita”, non sia più attribuito al pittore tanto amato dalla città, ma che lo si indichi come come “Frammenti ricomposti e ridipinti dopo il restauro”. Petizione che, a oggi, ha raccolto circa quattrocento firme «anche se in realtà – ammette Rotondo – la campagna si è un po’ fermata.»
Un libro di poesie, dunque: “Abitare il tempo”, pubblicato da “La vita felice”: «Si tratta di cose scritte nell’arco di trent’anni. In realtà, quando ho deciso di pubblicare, ho messo assieme una mole impressionante di materiale. Ma mi sono detta che non avrei certo potuto somministrare tutta quella roba ai lettori. E allora ho passato sei mesi a togliere, togliere…» Come scrive, del resto, nella nota introduttiva: «Questo libro è denso. Pur avendo tagliato molto, sento che avrei potuto trarne due, ma non lo farò: credo che non pubblicherò altri lavori come questo. Scrivere poesie è stato il mio desiderio segreto per tutta la vita. Non le ho mai conservate con metodo: sono rimaste sparse, qua e là, tra i giorni. Questa raccolta nasce da quei frammenti, riuniti e scelti come parte di un percorso che forse non è ancora concluso.»
Sulla scelta – ci dice – hanno pesato le sensazioni e i sentimenti di questi anni incerti: la pandemia prima, la guerra in Ucraina poi, il 7 ottobre in Israele: «Noi abbiamo vissuto tanti anni illudendoci che la guerra, almeno in Europa, fosse nel bagaglio del passato. Io sono nata alla fine della guerra e quel che avevo imparato arrivava dai racconti di famiglia.»
Non a caso, “Abitare il tempo” ha due sottotitoli: “Addio, Godot e “Gerusalemme figlia di Sion”. Ecco, prendiamo Godot, il personaggio di Samuel Becket che non arriva mai, una grandiosa e struggente metafora del nostro stare nella vita. Scrive Rotondo: Abbiamo trascorso/ il secolo scorso/ ad aspettarti,/ un’attesa senza nome e senza fine, / In questo mondo distopico/ l’attesa è finita,/ Il 1984 incombe/ lucido, tecnologico,/ totale. /Le rivoluzioni/ non potranno/ più salvarci,/ né verrà Godot./ Il potere ha occhi/ che non dormono/ armi che non tremano./ Dobbiamo diventare/ ciò che dobbiamo salvare.»
Dunque, “addio Godot”.
«Non arriverà più – dice Rotondo - Ce l’hanno fatto sperare. Ma oggi un popolo non riuscirà mai a fare la rivoluzione. Guardiamo per esempio quel che è accaduto in Iran»
Ma chi è Godot?
«Godot era la speranza.»
Che in Beckett non arriva.
«Siamo noi che dobbiamo farlo arrivare. Non puoi pretendere che le cose arrivino da fuori.»
Al “Godot” di Beckett lega “1984” di George Orwell.
«È un libro che mi aveva colpito: la riduzione del vocabolario, le punizioni, la gente controllata perfino nel respiro, ecco, credevamo non potesse accadere.
Quindi non c’è speranza.
«La speranza nel futuro sta nella scienza.»
Che in quest’epoca viene contestata. Pensiamo ai no vax, ai complottisti vari, addirittura ai terrapiattisti.
«Io mi ricordo, da bambina, le persone offese dalla polio. Se non avessimo avuto i vaccini, sarebbe stata una tragedia. La scienza ci ha portato a vivere meglio e più a lungo. Ed per quello che credo nella scienza. Durante il periodo del covid mi è piaciuto scrivere, è stato un tempo di riflessione. Guardavo fuori dalla finestra: guardavo gli alberi, c’erano delle bellissime primavere. E anche un 25 aprile. C’è una bellissima poesia di Bruno Bianchi (l’architetto lecchese tra l’altro appena ricordato dai figli che ne hanno pubblicato alcuni scritti ndr), “Aprile 1945: Hanno smesso di sparare/ nelle strade e sui tetti/ e anche di notte/ qualche colpo solitario di moschetto/ sembra una persiana che sbatte per il vento./ Nel cortile della scuola/ ci sono quattro morti/ fucilati e poi distesi con la giacca sul viso./ Tutti questi morti/ sembrano aspettare la madre,/ una madre che cuce e fa la minestra,/ hanno piedi come quelli dei bambini/ con qualche buco nelle calze/ e le macchie di sangue/ sembrano lo scherzo di un compagno di giochi/ che una mano svelta può cancellare./ Perché non li abbiamo visti prima/ quei buchi nelle calze,/ prima di sparare.” Ecco, questi ragazzi morti, i buchi nelle calze… Per me è stata una rivelazione. Tutte le vittima sono uguali, hanno una madre che cuce e fa la minestra. Le vittime non hanno appartenenza. E allora mi ha ispirato alcuni versi che avevo voluto condividere: “Non sparavano più,/ La strada si ferma./ Silenziosa. / Erano morti,/ lì, davanti a noi. / Non li avevamo riconosciuti./ I ragazzi stesi sul selciato/ Sembravano dormire/ Come fratelli più piccoli. / Perché non li abbiamo visti prima?”»
Le vittime tutte uguali, d’accordo. Senza confonderne le ragioni. La parte giusta e quella sbagliata. Si polemizza ancora oggi, ottant’anni dopo il 1945.
«Ma le sensazioni sono uguali per tutti, soprattutto quando si è giovani e magari ignari di quello che si sta facendo, per cosa si sta combattendo.»
E “Gerusalemme figlia di Sion” è il ripetersi della storia.
«Il 7 ottobre è stato devastante»
E quanto ne è seguito?
«Anche. Israele risponde a un massacro con un massacro. Mi sveglio la notte e penso che non voglio essere faziosa.»
Il discorso torna poi alla primavera di pandemia, con la clausura anticontagio: «Io uscivo di casa anche se non si sarebbe potuto. Ed era ingiusto che ti multassero. In certi momenti, un governo deve darti una mano, non mandare le guardie. E invece ti davano le multe. È sempre così, noi siamo sudditi e non cittadini.»
Che si doveva fare? Era una misura contro il diffondersi del covid. Mi pare che sia in contraddizione con la sua fiducia nella scienza.
«La fiducia ce l’ho e infatti mi sono vaccinata. Ma quando fossimo usciti di casa, avrebbero dovuto fermarci, redarguirci, invitarci a rientrare…»
Ha voglia. Le multe sono certo più convincenti. Altrimenti si potrebbe anche fare a meno delle leggi…
«Direi che questo sia molto italico.»
Infatti siamo l’unico paese dove è “severamente vietato”, come se altri divieti fossero meno stretti, più indulgenti…
«Ma se non si fanno crescere i cittadini sarà sempre così. Anche tutte queste faide politiche. Ma perché. Bisogna imparare a collaborare.»
È la lotta politica. Si hanno idee differenti…
«Sì, ma l’avversario politico non deve essere considerato un nemico. Quello avviene in guerra. Sembrava un concetto superato.»
E il “Mysterium iniquitatis”, un capitolo della sua silloge, il mistero del male nel mondo?
«Spesso mi chiedo perché per alcuni la vita sia più dura che per altri. Pensiamo per esempio a quelle donne che nascono in schiavitù. Nessuno ha mai dato una risposta, nemmeno inventando la vita eterna. Non c’è risposta, credo» Indica poi l’esergo ad “Abitare il tempo” e la dedica a Ignazio Silone:« “Da lui ho trovato conferma che l’etica non è un automatismo: non si diventa etici per inerzia o appartenenza a un gruppo, ma attraverso la vigilanza della propria coscienza.” Perché non è scontato diventare etici. È una fatica.»
Il libro sarà presentato giovedì 5 dicembre alle 18 alla libreria Cattaneo di via Roma a Lecco, con l’intervento di Gianfranco Scotti e del prefatore Giuseppe Leone.




















