Lecco: corteo, con più rivendicazioni, nel giorno dello sciopero
E' stato il movimento Lecco Antisionista a portare, fisicamente, lo sciopero nazionale di quest'oggi in città. In assenza di manifestazioni in chiave locale organizzate dalla sigle sindacali, i temi alla base all'astensione generalizzata lungo tutto lo Stivale - e dunque dal rincaro di beni e servizi alla perdita di potere d'acquisto delle retribuzioni passando per rivendicazioni legate alle condizioni professionali - si sono intrecciati, negli interventi che hanno preceduto il corteo partito da piazza Diaz per poi toccare diverse scuole superiori, alla causa palestinese dichiarando altresì solidarietà ai portuali che in 45 scali di 13 Paesi del Mediterraneo stamani stanno incrociando le braccia per impedire il passaggio delle armi destinate alle aree calde del mondo.


"Siamo qui per gridare ancora una volta no al sionismo e no all'entità sionista israeliana, per sostenere la Palestina dal fiume fino al mare, per sostenere la resistenza anche armata del popolo palestinese" è stato detto al microfono, estendendo ulteriormente la contestazione.


"Noi siamo qui anche per un altro motivo molto importante, cioè quello di protestare contro il progressivo stato di polizia che si sta creando in Italia, non da adesso, non solo da questo governo, ma da decenni, con tantissimi decreti sicurezza. Uno stato di polizia che ci ha portato ormai ad aver paura a parlare, ad aver paura a manifestare, ad aver paura a dire le proprie opinioni" ha scandito, al microfono Corrado Conti, esprimendo solidarietà a Youssef Siher, l'attivista a cui la Procura di Milano contestava i reati di istigazione a delinquere con l'aggravante della finalità di terrorismo e dell'uso del mezzo informatico quale presunto ideatore del movimento 17 ottobre il cui arresto non è poi stato convalidato, dopo che il suo nome era stato dato in pasto, come quello della compagna, alle cronache.


Per trovare un capro espiatorio quando non basta più la generica categoria dei "maranza", come sostenuto da un'altra voce al megafono, arrivando poi, però, a giustificare anche i saccheggi (con le vetrine dei negozi di lusso trasformate in simboli di "ciò che viene sottratto alla popolazione") e la violenza ("quanto basta"), con l'invito comunque a "trasformare la rabbia in un progetto militante comune".


"Nel 2001 dicevamo che un altro mondo è possibile. Ora diciamo che un altro mondo è necessario", il messaggio condiviso trasversalmente da una piazza che ha aggregato, attorno ai promotori, anche realtà differenti, con quale studente (pochi), qualche bandiera di Emergency, qualche sostenitore della Brigata Francesca Ciceri e di altre realtà di una variegata galassia che ha riservato applausi più convinti a slogan come "Più scuole, più asili e ospedali. Niente soldi ai militari" piuttosto che a "Non riesco a far la spesa, non riesco a far benzina, cazzo me ne frega di qualche vetrina".


"Siamo qui per gridare ancora una volta no al sionismo e no all'entità sionista israeliana, per sostenere la Palestina dal fiume fino al mare, per sostenere la resistenza anche armata del popolo palestinese" è stato detto al microfono, estendendo ulteriormente la contestazione.


"Noi siamo qui anche per un altro motivo molto importante, cioè quello di protestare contro il progressivo stato di polizia che si sta creando in Italia, non da adesso, non solo da questo governo, ma da decenni, con tantissimi decreti sicurezza. Uno stato di polizia che ci ha portato ormai ad aver paura a parlare, ad aver paura a manifestare, ad aver paura a dire le proprie opinioni" ha scandito, al microfono Corrado Conti, esprimendo solidarietà a Youssef Siher, l'attivista a cui la Procura di Milano contestava i reati di istigazione a delinquere con l'aggravante della finalità di terrorismo e dell'uso del mezzo informatico quale presunto ideatore del movimento 17 ottobre il cui arresto non è poi stato convalidato, dopo che il suo nome era stato dato in pasto, come quello della compagna, alle cronache.


Per trovare un capro espiatorio quando non basta più la generica categoria dei "maranza", come sostenuto da un'altra voce al megafono, arrivando poi, però, a giustificare anche i saccheggi (con le vetrine dei negozi di lusso trasformate in simboli di "ciò che viene sottratto alla popolazione") e la violenza ("quanto basta"), con l'invito comunque a "trasformare la rabbia in un progetto militante comune".


"Nel 2001 dicevamo che un altro mondo è possibile. Ora diciamo che un altro mondo è necessario", il messaggio condiviso trasversalmente da una piazza che ha aggregato, attorno ai promotori, anche realtà differenti, con quale studente (pochi), qualche bandiera di Emergency, qualche sostenitore della Brigata Francesca Ciceri e di altre realtà di una variegata galassia che ha riservato applausi più convinti a slogan come "Più scuole, più asili e ospedali. Niente soldi ai militari" piuttosto che a "Non riesco a far la spesa, non riesco a far benzina, cazzo me ne frega di qualche vetrina".
A.M.




















