Il complesso di Laio

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Articolo: Manifestazioni: il futuro non è una minaccia da reprimere ma una realtà da costruire insieme

Messaggio: Quando i padri hanno paura dei figli Laio era un re, ma prima ancora era un padre. Un padre che aveva paura del proprio figlio. Non di ciò che aveva fatto, ma di ciò che un giorno avrebbe potuto fare. Un oracolo gli aveva predetto che sarebbe morto per mano sua e, per sottrarsi al destino, decise di liberarsene. Non sapeva che proprio quella decisione avrebbe contribuito a realizzare ciò che temeva.
Sono passati millenni, ma quella paura non è scomparsa. Ha cambiato volto e linguaggio, ma continua ad abitare le famiglie, le istituzioni e i rapporti tra generazioni. È la paura di essere superati, di perdere autorità, di scoprire che il mondo può continuare anche senza di noi. Il cosiddetto complesso di Laio offre una chiave di lettura di questa contraddizione.
Se il complesso di Edipo racconta il conflitto del figlio con la figura paterna, quello di Laio sposta lo sguardo sul padre e sulla difficoltà di accettare l'autonomia del figlio. Non è una condizione che appartiene a tutti, ma un'immagine attraverso la quale possiamo interrogarci sul timore di perdere il posto che occupiamo nella vita degli altri. Un padre insegna al figlio a camminare, ma può faticare ad accettare che scelga una strada diversa. Un insegnante dovrebbe desiderare che l'allievo lo superi, eppure non sempre riesce a riconoscerne i meriti. Un imprenditore costruisce un'azienda per lasciarla ai figli, salvo poi continuare a decidere ogni cosa.
Dietro questi comportamenti può nascondersi una convinzione difficile da ammettere: se qualcuno riesce a fare senza di noi, forse non siamo più indispensabili.
E finiamo per confondere due condizioni profondamente diverse: non essere più necessari e non avere più valore. È forse questo l'equivoco più doloroso. Il valore di un padre non diminuisce quando il figlio diventa autonomo, così come quello di un maestro non si esaurisce quando l'allievo lo supera.
Al contrario, quell'autonomia dovrebbe testimoniare la riuscita del loro compito. Ma riconoscerlo significa rinunciare a una parte del controllo e, soprattutto, fare i conti con il tempo che passa. Perché il conflitto tra generazioni nasconde anche la nostra difficoltà a invecchiare.
I giovani hanno davanti un futuro ancora da costruire; noi possediamo l'esperienza, la memoria, gli errori commessi. Da questa differenza può nascere uno scambio prezioso, ma anche una rivalità silenziosa, quando l'esperienza pretende di trasformarsi in un diritto permanente a decidere.
Non tutti i padri, però, sono Laio. E non tutti i figli sono Edipo. Anche i giovani possono essere arroganti, incapaci di ascoltare, pronti a rifiutare ciò che li ha preceduti soltanto perché appartiene al passato. Non tutto ciò che è nuovo rappresenta un progresso, così come non tutto ciò che è antico costituisce un ostacolo.
La differenza sta forse nel saper trasmettere senza trattenere. Trasmettere significa consegnare conoscenze, valori e strumenti, lasciando a chi li riceve la libertà di utilizzarli, modificarli o persino rifiutarli. Trattenere significa pretendere che ciò che abbiamo costruito continui a esistere esattamente come lo abbiamo immaginato. I figli non nascono per realizzare i progetti incompiuti dei padri. E i padri non devono scomparire perché i figli possano trovare il proprio posto.
Forse è questa la lezione più attuale del mito di Laio: la tragedia non nasce dal naturale succedersi delle generazioni, ma dalla paura che trasforma quella successione in una minaccia. La maturità di una generazione dovrebbe misurarsi anche dalla capacità di preparare chi verrà dopo, senza pretendere di guidarlo per sempre. E allora la domanda più importante non è perché i giovani vogliano prendere il nostro posto, ma perché noi facciamo tanta fatica ad accettare che un giorno quel posto non sarà più nostro. 
Paolo Alfonso Castagna 
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