L'Arcivescovo al territorio lecchese: coltiviamo speranza, amabilità e amicizia
Una comunità, una città, un territorio che sa sperare, accogliere e camminare insieme. È questo lo sguardo con cui l’Arcivescovo di Milano monsignor Mario Delpini ha accompagnato i tanti fedeli della Comunità pastorale Madonna del Rosario di Lecco e della Zona Pastorale III che lo hanno incontrato e ascoltato, giovedì 15 ottobre, al Santuario della Beata Vergine della Vittoria, in una serata di dialogo e riflessione sui temi della lettera pastorale 2026/2027 dal titolo “Che allegria c’è? Di che godono tutti costoro?”.

L’Arcivescovo ha invitato tutti alla speranza, all’amabilità e all’amicizia: «Non voglio insegnarvi come agire – ha sottolineato monsignor Delpini -, ma incoraggiarvi a guardare a un animo grande, capace di accogliere le sfide del nostro tempo senza lasciarsi scoraggiare. Dobbiamo custodire, in tutto quello che facciamo, alcuni atteggiamenti fondamentali: speranza, amabilità e amicizia ci devono guidare ogni giorno».
Il dialogo tra l’Arcivescovo e i fedeli si è aperto con la lettura da parte dell’attore Fabio Sarti, della pagina manzoniana della Notte dell’Innominato. Poi, a rivolgere le domande a monsignor Delpini sono stati alcuni fedeli – a nome di tutta la comunità: Virginio Brivio, già sindaco e presidente della Provincia di Lecco, oggi nel ruolo di presidente dell’impresa sociale Girasole e presidente Uneba Lecco; Pietro, giovane insegnante impegnato all’oratorio San Luigi di Lecco e membro del consiglio pastorale; Martina Locatelli, sposa e mamma di due bimbi, responsabile del Rifugio notturno della Casa della Carità e la coppia Tina e Arash, giovani ingegneri iraniani, attivisti per i diritti umani nel loro Paese, che vivono a Lecco e hanno iniziato da un anno percorso da catecumeni per diventare cristiani.

Come camminare nella stessa direzione e superare le differenze tra le diverse realtà della comunità cristiana; come sollecitare tutti all’accoglienza e all’apertura verso gli altri; come accogliere al meglio negli oratori i ragazzi più fragili e i giovani appartenenti ad altre religioni; come restituire agli altri, nella vita di tutti i giorni, l’accoglienza ricevuta nella comunità cristiana. Sono queste alcune delle domande rivolte a monsignor Mario Delpini, che ha risposto con la lettura di autori e testi particolarmente significativi: padre David Maria Turoldo e la sua “Ballata della speranza”; un brano del capitolo XXII dei Promessi sposi, che richiama la carità inesauribile del Cardinal Borromeo; un brano tratto da I Miserabili di Victor Hugo sulla forza rivoluzionaria del sapere accogliere l’altro e una lettera di Charles de Foucauld a un amico.
«La domanda che attraversa tutte le testimonianze – ha ribadito l’Arcivescovo - è come diventare comunità capaci di non lasciare sole le persone, soprattutto quelle che vivono situazioni di fragilità, incertezza o smarrimento. Non si tratta soltanto di organizzare servizi o proporre iniziative, ma di costruire uno stile di vita comunitario, che renda visibile una speranza concreta. Dobbiamo custodire, in tutto quello che facciamo, atteggiamenti fondamentali: sperare tutti insieme, perché abbiamo bisogno di una speranza condivisa, capace di unire persone e realtà diverse; coltivare l’amabilità, per costruire relazioni nelle quali ciascuno possa sentirsi riconosciuto e accolto; essere una casa amica, capace di accogliere chi è smarrito e di diventare un luogo in cui la vita può cambiare, riscoprire l’amicizia come prima forma di missione, attraverso la bontà, la tenerezza, la stima e la vicinanza concreta. Abbiamo bisogno di sperare, tutti insieme».

Monsignor Bortolo Uberti, Prevosto di Lecco, che ha introdotto la serata ricordando come la lettera pastorale trovi nelle pagine dei Promessi Sposi, e in particolare proprio nella Notte tormentata dell’Innominato, le parole che danno il titolo alla proposta della Diocesi, sottolinea: «Non potevamo non raccogliere questo invito e ritrovarci per riflettere insieme, su come le intuizioni della Lettera pastorale possano ricadere nella vita concreta delle nostre comunità, della città e dell’intero territorio lecchese. L’Innominato, che Manzoni definisce un “tormentato esaminator di se stesso”, è un uomo ingolfato nell’esame della propria vita. La sua inquietudine è anche quella del nostro tempo, che ci logora, disorienta e sconforta. Pensiamo alle tante solitudini che abitano la nostra città e i nostri paesi, all’incertezza sul futuro e alle domande che attraversano la vita delle persone. È significativo, però, che proprio durante quella notte risuoni un suono di festa, che gli fa intravedere un’alternativa alla solitudine disperata. È una voce che, in qualche modo, richiama quella dei nostri campanili. In questo tempo lacerato c’è una buona notizia, che possiamo continuare a portare. L’incontro con l’Arcivescovo ci ha spiazzati e provocati alla riflessione. Ci ha offerto l’occasione per confrontarci e interrogarci su uno stile di vita che, attraverso i testi richiamati e le esperienze condivise, può raggiungere ciascuno di noi».

L’Arcivescovo ha invitato tutti alla speranza, all’amabilità e all’amicizia: «Non voglio insegnarvi come agire – ha sottolineato monsignor Delpini -, ma incoraggiarvi a guardare a un animo grande, capace di accogliere le sfide del nostro tempo senza lasciarsi scoraggiare. Dobbiamo custodire, in tutto quello che facciamo, alcuni atteggiamenti fondamentali: speranza, amabilità e amicizia ci devono guidare ogni giorno».
Il dialogo tra l’Arcivescovo e i fedeli si è aperto con la lettura da parte dell’attore Fabio Sarti, della pagina manzoniana della Notte dell’Innominato. Poi, a rivolgere le domande a monsignor Delpini sono stati alcuni fedeli – a nome di tutta la comunità: Virginio Brivio, già sindaco e presidente della Provincia di Lecco, oggi nel ruolo di presidente dell’impresa sociale Girasole e presidente Uneba Lecco; Pietro, giovane insegnante impegnato all’oratorio San Luigi di Lecco e membro del consiglio pastorale; Martina Locatelli, sposa e mamma di due bimbi, responsabile del Rifugio notturno della Casa della Carità e la coppia Tina e Arash, giovani ingegneri iraniani, attivisti per i diritti umani nel loro Paese, che vivono a Lecco e hanno iniziato da un anno percorso da catecumeni per diventare cristiani.

Come camminare nella stessa direzione e superare le differenze tra le diverse realtà della comunità cristiana; come sollecitare tutti all’accoglienza e all’apertura verso gli altri; come accogliere al meglio negli oratori i ragazzi più fragili e i giovani appartenenti ad altre religioni; come restituire agli altri, nella vita di tutti i giorni, l’accoglienza ricevuta nella comunità cristiana. Sono queste alcune delle domande rivolte a monsignor Mario Delpini, che ha risposto con la lettura di autori e testi particolarmente significativi: padre David Maria Turoldo e la sua “Ballata della speranza”; un brano del capitolo XXII dei Promessi sposi, che richiama la carità inesauribile del Cardinal Borromeo; un brano tratto da I Miserabili di Victor Hugo sulla forza rivoluzionaria del sapere accogliere l’altro e una lettera di Charles de Foucauld a un amico.
«La domanda che attraversa tutte le testimonianze – ha ribadito l’Arcivescovo - è come diventare comunità capaci di non lasciare sole le persone, soprattutto quelle che vivono situazioni di fragilità, incertezza o smarrimento. Non si tratta soltanto di organizzare servizi o proporre iniziative, ma di costruire uno stile di vita comunitario, che renda visibile una speranza concreta. Dobbiamo custodire, in tutto quello che facciamo, atteggiamenti fondamentali: sperare tutti insieme, perché abbiamo bisogno di una speranza condivisa, capace di unire persone e realtà diverse; coltivare l’amabilità, per costruire relazioni nelle quali ciascuno possa sentirsi riconosciuto e accolto; essere una casa amica, capace di accogliere chi è smarrito e di diventare un luogo in cui la vita può cambiare, riscoprire l’amicizia come prima forma di missione, attraverso la bontà, la tenerezza, la stima e la vicinanza concreta. Abbiamo bisogno di sperare, tutti insieme».

Monsignor Bortolo Uberti, Prevosto di Lecco, che ha introdotto la serata ricordando come la lettera pastorale trovi nelle pagine dei Promessi Sposi, e in particolare proprio nella Notte tormentata dell’Innominato, le parole che danno il titolo alla proposta della Diocesi, sottolinea: «Non potevamo non raccogliere questo invito e ritrovarci per riflettere insieme, su come le intuizioni della Lettera pastorale possano ricadere nella vita concreta delle nostre comunità, della città e dell’intero territorio lecchese. L’Innominato, che Manzoni definisce un “tormentato esaminator di se stesso”, è un uomo ingolfato nell’esame della propria vita. La sua inquietudine è anche quella del nostro tempo, che ci logora, disorienta e sconforta. Pensiamo alle tante solitudini che abitano la nostra città e i nostri paesi, all’incertezza sul futuro e alle domande che attraversano la vita delle persone. È significativo, però, che proprio durante quella notte risuoni un suono di festa, che gli fa intravedere un’alternativa alla solitudine disperata. È una voce che, in qualche modo, richiama quella dei nostri campanili. In questo tempo lacerato c’è una buona notizia, che possiamo continuare a portare. L’incontro con l’Arcivescovo ci ha spiazzati e provocati alla riflessione. Ci ha offerto l’occasione per confrontarci e interrogarci su uno stile di vita che, attraverso i testi richiamati e le esperienze condivise, può raggiungere ciascuno di noi».





















