Tracce Libere/10: dall'UDI a Telefono donna, i ricordi di Aldina Orsati e Luisa Busato

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Track #10 – “Non sono una signora” – Loredana Bertè


Quando abbiamo dato vita a questa rubrica, volevamo seguire tracce di donne che in qualche modo parlassero anche a (di) noi, come se la loro impronta potesse calzare a pennello sul nostro piede e, attraverso la loro storia, svelarci qualcosa su chi siamo oggi e su chi avremo la possibilità – e il coraggio – di diventare.
Per farlo, però, ci siamo dovute voltare indietro e guardare le tracce che noi per prime abbiamo lasciato: dapprima rade e lontane, poi via via più fitte, intrecciate, accostate le une alle altre, fino a trasformarsi nella prova concreta di un cammino mai interrotto, percorso da donne di ogni età, estrazione sociale e mestiere.
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Per questo ci sembrava doveroso chiudere la nostra playlist al femminile con le tracce che hanno inaugurato la marcia della nostra di storia, iniziata nel 1945 quando le donne della Resistenza fondarono l’Unione Donne in Italia, creando un’arteria del collettivo anche nella città di Lecco. Da lì alla nascita di Telefono Donna Lecco la strada è stata lunga e punteggiata di tappe fondamentali. A ripercorrerla con noi sono state due volontarie dell’associazione, socie dell’UDI, che l’hanno vista crescere con le proprie mani.
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“A vent’anni ho vinto un concorso al Comune di Lecco e sono stata assunta come stenodattilografa. Lì, verso la fine degli anni Sessanta, ho incontrato Giovanna Rusconi, allora consigliera comunale, e più in generale il mondo dell’UDI.” A parlare è Aldina Orsati, tra le fondatrici di Telefono Donna Lecco e ancora oggi operatrice volontaria del centro. “In casa mia da bambina ho subito diverse discriminazioni in quanto femmina soprattutto quando mio padre decise di far studiare mio fratello, essendo maschio, mentre io e mia sorella fummo indirizzate alla scuola di avviamento professionale. È una ingiustizia che non ho mai dimenticato”.
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È Giovanna Rusconi, storica dirigente dell’UDI, a mostrarle una strada diversa per le donne. Fin da ragazza si era iscritta alla federazione giovanile comunista, che aveva sede in via Cairoli, accanto all’allora Cinema Italia. All’inizio il suo impegno consisteva nel controllare che i servizi cittadini – dai lavatoi all’illuminazione stradale – funzionassero come dovevano. Nel 1948 il partito la mandò a Milano a seguire un corso di politica della durata di tre mesi: su trenta partecipanti, le donne erano appena quattro.
Il vero punto di svolta arriva però quando Giovanna si appassiona al settimanale clandestino “Noi Donne” – redatto dalla sede principale dell’UDI, nella Capitale - e si attiva per promuoverne la diffusione nella nostra città. Ogni settimana si recava alla stazione di Lecco a ritirare le copie da distribuire alle donne, da Colico alla Brianza. Le idee rivoluzionarie di quel giornale passano così dalla carta alla mente delle giovani lecchesi, accendendo il desiderio di cambiare le cose e il bisogno di un confronto condiviso.
A Lecco “Noi Donne” arriva a contare quasi 450 copie. Una di queste finisce tra le mani di Luisa Busato, che oggi affianca Aldina nel rievocare le prime tracce di una storia che dura da più di ottant’anni. “Se nasco un’altra volta voglio nascere maschio: lo dicevo sempre a mia mamma da piccola” racconta Luisa. “Avevo cinque o sei anni, eppure già notavo le differenze tra noi, nel nostro rione, nel nostro modo di vivere: i maschi avevano più privilegi. Quando a sette anni ho scoperto “Noi Donne” ne sono rimasta subito affascinata: quel “noi” mi faceva pensare che, unendoci, se fossimo state in tante, avremmo davvero potuto cambiare le cose”.
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Luisa approda all’UDI di Lecco all’inizio degli anni Settanta, quando il suo bambino ha solo un anno, dopo aver firmato una petizione per la creazione del primo asilo nido cittadino. Lì incontra Giovanna e Aldina, insieme ad altre figure poi diventate storiche per l’associazione, come Giancarla Pessina e Giuliana Bolis.
Dopo la campagna per l’asilo nido – che sarà effettivamente realizzato nel rione San Giovanni – le battaglie che le vedono in prima linea si moltiplicano: i consultori gratuiti, la parità salariale, il divorzio e la riforma del Diritto di Famiglia nel 1975 e, soltanto tre anni più tardi, il diritto all’aborto.
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Di quest’ultima lotta ricordano soprattutto la determinazione con cui si opposero alla scelta dell’Ospedale di Lecco di non applicare la legge approvata nel maggio 1978, che legalizzava l’interruzione di gravidanza. “Abbiamo occupato l’ospedale per tre giorni” raccontano le due volontarie. “Restavamo lì giorno e notte, facendo i turni e passandoci un termos caldo per difenderci dal freddo. Molte donne cattoliche erano contro di noi in quelle battaglie che spesso andavano avanti per anni, ma non ci siamo mai fermate”.
Ci sono poi state altre conquiste – oggi quasi scontate, ma allora rivoluzionarie – legate alla scuola, come l’introduzione del tempo pieno ad Acquate, e agli ospedali. Tra queste, la battaglia per il parto indolore (“alcuni medici si opponevano perché ritenevano che la donna, per sua natura, dovesse necessariamente soffrire durante il parto”) e quella per il rooming-in, la pratica che consente al neonato di restare nella stanza della madre dopo la nascita, invece di essere spostato nel tradizionale nido del reparto.
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Intanto la sezione lecchese dell’UDI cresceva e si allargava. Dopo la prima sede, ospitata dalla CGIL in via Sirtori, ci furono numerosi trasferimenti, finché il Comune di Lecco non concesse uno spazio in piazza Garibaldi, nell’ex palazzo Falck. A non cambiare mai fu, invece, il giorno dell’incontro, il giovedì sera, che divenne per tutte le socie un appuntamento fisso della settimana. “C’erano, in quell’associazione, un’apertura e una passione che sento ancora oggi. Con queste donne stavo bene, erano le mie sorelle”, racconta Luisa. “Il giovedì per me era sacro, voleva dire solo UDI.”
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In quegli anni alcune donne iniziano a bussare alle porte dell’Unione Donne in Italia portando le loro storie personali, raccontando di difficoltà in famiglia e, spesso, violenze subite tra le mura domestiche. Arrivavano in sede, si confrontavano con le avvocate dell’associazione Alessandra Colombo e Franca Alessio, ricevevano indicazioni su come muoversi. Ma ben presto Aldina e Luisa si accorgono che a volte il bisogno di quelle donne non era, almeno in prima battuta, di natura legale: volevano parlare, confrontarsi con altre donne, trovare un punto d’appoggio. Capiscono presto che prima delle avvocate serviva un filtro. 
Le due volontarie, insieme ad altre colleghe, decidono quindi di prendere in mano la situazione. A Milano La Casa delle Donne Maltrattate (CADMI) organizzava dei corsi di formazione sul tema, e subito colgono l’occasione per formarsi sull’argomento. Iniziano a fare i primi colloqui, il servizio di accoglienza e ascolto funziona, le donne che si rivolgono a loro sono sempre di più.
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Poco alla volta tutto prende una forma più ampia: si uniscono nuove volontarie, arrivano psicologhe e legali a offrire il proprio sostegno, e nasce l’esigenza di una sede distaccata che diventi la casa di quel servizio, che quotidianamente partiva da una semplice chiamata telefonica, da una richiesta di aiuto a distanza. Nel 1988 trova finalmente un nome, Telefono Donna Lecco, e nel 2010 diventa ufficialmente un’organizzazione di volontariato autonoma da UDI. Da allora è un porto sicuro per migliaia di donne che hanno avuto la forza e il coraggio di alzare la cornetta e comporre quel numero.
Oggi, a quasi quarant’anni di distanza dalla nascita di Telefono Donna, alcune di quelle tracce non sembrano più visibili ad occhio nudo, eppure vivono nella memoria collettiva di tutte le donne che le hanno intraviste – anche se per poco, anche se da lontano – e che hanno intercettato il loro passaggio. A testimoniarlo, nell’attuale sede, ci sono scatole colme di fotografie di riunioni, cortei, frammenti di giornate qualunque in cui, già allora, si respirava il profumo di una rivoluzione. Tra i ricordi, Luisa ripesca anche qualche cartolina: “Quando andavo al mare ne scrivevo sempre una da spedire all’UDI Lecco”. Perché forse, alla fine, tra tutte le tracce che vediamo e che lasciamo, le uniche che non ci abbandonano mai sono quelle che ci riportano a casa.
Francesca Amato, volontaria di Telefono Donna
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