In viaggio a tempo indeterminato/449: la città più straniante in assoluto

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Una cattedrale nel deserto. Non penso ci sia frase migliore per descrivere la città più straniante che io abbia mai visitato.
Dushanbe, la capitale del Tagikistan, è proprio questo. Un bel biglietto da visita da mostrare a chi viene da lontano, ma se poi chiami il numero su quel biglietto la linea è staccata.
Ci sono enormi strade a più corsie in stile sovietico. Il palazzo presidenziale è più sfarzoso della casa bianca e c'è una quantità imbarazzante di fontane con luci colorate.
Ma soprattutto ovunque ci sono foto e video del presidente che fa cose. Lui che cammina tra i fiori. Lui che saluta i bambini. Lui davanti a dei carrarmati. Lui che stringe le mani di altri leader del mondo. Lui con il figlio che (guarda il caso a volte!) è sindaco proprio di Dushanbe. Il suo nome è Emomali Rahmon ed è Presidente del Tagikistan da quasi 32 anni. È arrivato al potere durante la guerra civile tagica, scoppiata dopo l'indipendenza dall'Unione Sovietica. Da allora ha vinto tutte le elezioni presidenziali alle quali ha partecipato. Le modifiche costituzionali del 2016 gli hanno anche permesso di candidarsi senza limite di numero di mandati. Come diceva un famoso spot pubblicitario anni 2000, gli piace vincere facile, soprattutto perché l'opposizione praticamente non esiste.
Le sue foto appaiono quando meno te lo aspetti nei luoghi più impensati. Leggermente ecogentrico? Non credo sia quello il suo difetto peggiore. E Dushanbe è, in pratica, la sua opera d'arte sfarzosa in un Paese dove le strade principali non sono nemmeno asfaltate.

Dushanbe in tagiko significa "lunedì" e il nome è legato alle origini di questa città. No, non si tratta del giorno preferito dal presidente anche perché credo che nessuno sulla faccia della Terra possa amare il lunedì. Ci si riferisce invece al grande mercato settimanale che si teneva qui proprio il lunedì. Mercanti, contadini e allevatori si ritrovavano in questa zona tra le montagne del Pamir per vendere e comprare merci. Con il tempo, il nome del mercato è diventato quello del villaggio e poi è stato mantenuto per la capitale.
Dushanbe ha una storia molto giovane perché, per secoli, non è stata altro che un ritrovo per mercanti. La vera svolta è arrivata nel 1920 quando l’Unione Sovietica ha deciso di farne il centro amministrativo del Tagikistan. Nel 1929 viene ribattezzata con il nome di Stalinabad, in onore di Stalin (un altro con evidente scarso culto della personalità!). In quegli anni la città si trasforma da piccolo centro commerciale, in una metropoli moderna, con nuove strade, edifici pubblici e infrastrutture. Insomma, Dushanbe ha avuto anche un periodo storico in cui il suo biglietto da visita era decisamente più sovietico. Nel 1961, durante la destalinizzazione, recupererà anche il nome originario che per ora mantiene, presidente permettendo.
Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica e l’indipendenza del Tagikistan nel 1991, Dushanbe diventa ufficialmente la capitale dello Stato indipendente. Iniziano proprio in quegli anni i lavori di costruzione di molti edifici e strutture che sono diventati iconici della città.
Uno tra tutti è un palo. Non un palo qualunque, ma il Palo, con la P maiuscola. Si tratta del pennone della bandiera ed è talmente alto che, quando fu inaugurato, entrò nel Guinness dei primati. 165 metri di altezza che reggono una bandiera di circa 700 kg. Se fa effetto leggere l'altezza, fa rabbrividire conoscere quanto sia costato: 3,5 milioni di dollari. Per un palo. Trovarcisi sotto è comunque tutta un'altra storia. Mentre osservavo quell'infinito palo bianco, con il rumore in sottofondo di quell' immensa bandiera mossa dal vento, l'unica cosa che riuscivo a pensare è: "perché?".
Ovviamente questo pennone ha un suo significato ed è stato inaugurato in occasione del ventesimo anno di indipendenza del Tagikistan ma la perplessità, onestamente, rimane.
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Questo pennone in realtà racconta qualcosa anche del Tagikistan contemporaneo. Questo Paese, infatti, dopo la fine dell'URSS, ha investito in monumenti imponenti per rendere visibile la propria identità nazionale. Tra le opere pensate con questo scopo rientra anche la torre Istiklol. Noi ci siamo andati in un pomeriggio assolato e l'abbiamo trovata ad aspettarci, cioè aspettava solo noi perché non c'era nessun altro.
Come posso descrivere la sensazione di camminare completamente soli in una smisurata piazza? È affascinante ma allo stesso tempo inquietante. Lo spazio sembra ancora più ampio, sembra vuoto.
Mi ha ricordato quando, negli anni dell'università, lavoravo in un centro commerciale. Entravo prima che i negozi aprissero e tutto era stanamente silenzioso e desolato. Quell'atmosfera non sembrava appartenere a quel posto. Mancava quello per cui quell'edificio era stato pensato: le persone.
Quell'immensa piazza vuota mi ha dato la stessa identica sensazione. 
L'unico vantaggio è che, non essendoci nessuno, mi sono potuta concentrare sull'architettura attorno a me. Generalmente sono più incuriosita dal fattore umano che dai monumenti. Mi diverte osservare come si comportano le persone nei diversi Paesi in situazioni comuni: una passeggiata, un parco, una piazza, al ristorante.
In questo pomeriggio assolato, invece, la mia attenzione è ricaduta tutta su quella torre. Costruire in altezza piace molto in Tagikistan, oltre al palo della bandiera, questa struttura ne è un esempio. Inaugurata nel 2022, starebbe perfettamente anche dentro un parco divertimenti per i suoi colori e le decorazioni.
È alta 121 metri e il numero non è casuale: 30 metri per ricordare il trentesimo anniversario dell'indipendenza e altri 91 metri per richiamare proprio il 1991.
Sulla cima c'è una corona simbolo della tradizione dei sovrani persiani e l'idea di una nazione che affonda le sue radici in una storia molto più antica dell'Unione Sovietica. Di giorno, onestamente, non è nulla di memorabile. Ma la sera quando si accendono le luci e le fontane prendono vita, tutto cambia e questo luogo diventa il cuore moderno di una città che non credo di aver capito fino in fondo.
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La realtà, e me ne rendo conto solo adesso a posteriori, è che Dushanbe mi ha fatto arrabbiare come nessuna città aveva fatto prima. Tutti quegli edifici sfarzosi, le fontane, le luci, le migliaia di grattacieli in costruzione e quelli completamente vuoti... Dushanbe è uno schiaffo in faccia a chi rischia la sua vita su un camion per percorrere la strada principale del Paese che è completamente sterrata e potrebbe franare da un momento all'altro.
È uno schiaffo in faccia a chi, a pochi km da uno dei confini più importanti, in inverno vive a -50 gradi e si riscalda con sterco di mucca sperando che il generatore regga e non salti la corrente.
È uno schiaffo in faccia ai minatori che passano la loro vita sottoterra in miniere cinesi scavate nelle montagne che circondano la città.
Forse è questo che mi ha infastidito di più di Dushanbe. Un bigliettino da visita che non rappresenta il Paese. E se chiami il numero su quel bigliettino la linea è staccata.
Angela (e Paolo)
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