A Immagimondo lo scrittore Nicola Lagioia: «Sbarazzarci del mito e del sacro è lasciarli nelle mani sbagliate»

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«Sbarazzarsi del mito e del sacro, della tradizione è sbagliato perché finiscono poi nelle mani sbagliate, di coloro che interpretano la tradizione come un mito delle origini che è terra e sangue. E gli antropologi ci hanno detto che non è così, perché il mito è cangiante.» Sono state le parole conclusive dello scrittore Nicola Lagioia, a Lecco per presentare, nell’ambito di Immagimondo, il suo ultimo libro, “Santa Barbara” che non è una storia, ma un insieme di storie, parte di un patrimonio orale raccolto nel proprio paese, Capurso in provincia di Bari.
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Proprio quest’anno alla Biennale del cinema di Venezia è stato presentato il film diretto da Edoardo Gabbriellini ispirato alla “Città dei vivi”, il libro del 2020 con il quale Lagioia ha raccontato l’omicidio di Luca Varani, un terrificante caso di cronaca avvenuto a Roma nel 2016, ricostruito come un reportage giornalistico chiosato da una serie di riflessioni dello scrittore. Se “la città dei vivi” era un’analisi sociologica di una Roma colpita da una sorta di nuova decadenza culturale, questo nuovo libro va invece a indagare un altro mondo, appunto la persistenza del mito nella società del Sud. Società e mito che si trasformano. Un aggiornamento, quasi, del lavoro dell’antropologo Ernesto De Martino – e infatti il suo nome è stato citato – che è un caposaldo nello studio del rapporto della società del Sud con il sacro. Un “aggiornamento” che Lagioia compila proprio guardando al proprio paese dove ha raccolto storie e testimonianze che, assemblate, offrono un quadro dell’evoluzione storica del paese attraverso la storia di due famiglie e di più destini personali.
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Intervistato da Serena Casini della Libreria Volante di via Bovara, Lagioia ha spiegato l’occasione per questo lavoro siano stati i funerali di una zia e della nonna (morta alla bella età di 107 anni), decedute a breve distanza di tempo l’una dall’altra.
Già, i ricordi d’infanzia avevano lasciato i loro segni: quando i genitori lo affidavano ai nonni e questi ad altre persone. Così che il piccola Nicola si ritrovava tra donne che, mentre preparavano la pasta o ricamavano, si raccontavano storie, partendo magari dai pettegolezzi per poi avventurarsi in narrazioni in cui «il confine tra visibile e invisibile, tra vivi e mori è molto permeabile» coi morti che interagivano coi vivi e viceversa. Per chi raccontavano quelle donne, non avendo un pubblico? È così – ha detto Lagioia – che ho imparato il racconto orale e quella che si chiama la sospensione di incredulità che è la forza di qualsiasi storia o romanzo, come il Kafka che sappiamo non diventerà un insetto ma ci crediamo o Dante che scende all’inferno; sappiamo che non è vero, ma lo seguiamo, lui che ha fatto del cosmo un condominio, con personaggi che abitavano tra Firenze e Pisa e altre parti della Toscana.
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E questo universo di storie sospese gli si è ripresentato appunto in occasione di quei funerali: «Mi sono detto: “Quanto mi piacerebbe imitarli. Anche perché, questa, sarà forse l’ultima volta che incontro queste persone che per me erano già vecchie quand’ero giovane”. Nei mesi successivi mi sono quindi fatto raccontare delle storie. Certo, poi c’era il problema di come tradurre il patrimonio orale in scrittura: antico problema, già l’Odissea venne scritta da Omero dopo secoli che venne tramandata oralmente.»
Lagioia ha quindi inanellato le storie raccolte seguendo l’evoluzione del paese (e del Paese) partendo dagli anni Veni e Trenta del Novecento e accompagnando le vicende personali di alcuni personaggi, come Nunzia che, poverissima, sogna di diventare ricchissima «e leu sente che è un sogno alla sua portata. Ma come tutti coloro che si staccano dalla miseria in maniera un po’ violenta, si porta dentro qualcosa come una maledizione.
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«Tutto passa attraverso questo piccolo mondo» che è il microcosmo dello storico Leone Ginzburg, l’insegnamento di Tolstoj che invitava a guardare al proprio piccolo villaggio, le storie raccontate da Alice Munro e Gabriel Garcia Marquez.»
Anche oggi, del resto, le periferie sono interessanti, la stessa Biennale d’arte di Venezia ha evidenziato che il centro dell’impero sta nelle periferie. E se la Storia è uno scandalo che dura da diecimila anni, come scrisse Elsa Morante, raccontare le storie è compito della letteratura.
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Nei personaggi che popolano “Santa Barbara” – ha poi fatto rilevare Casini - «ho rivisto mia nonna, mio padre, sono le storie di tutti, sono storie in cui ci si riconosce.»
E le storie sono anche quelle raccontate negli ex voto appesi nella basilica di Santa Barbara: in una prima stanza ci sono i ringraziamenti per essere sopravvissuti a un incidente e via raccontando, in una seconda si spalanca invece una finestra su una sorta di mondo sotterraneo perché il ringraziamento e le preghiere alla santa sono e sono state perché risolvesse una situazione facendo morire questa o quella persona: «Un modo di rivolgersi alle potenze invisibili, ai santi, che era un modo di affrontare il mondo. Nelle case dei poveri o degli ex poveri, ancora oggi, si parla a voce alta, quasi gridando, perché è rimasta la memoria che ogni cosa può diventare un’emergenza.»
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C’è poi il conflitto generazionale, la ribellione dei giovani, i nuovi bisogni di una società che cambia: «Quella di mia madre – ha detto Lagioia – non solo è la prima generazione che può fare delle scelte, ma anche la prima di donne che non uccidono le galline e i conigli. Anche noi che le galline e i conigli li mangiamo, non ci sogneremmo mai di ucciderli.» Eppure fa parte di una lunga storia di sopravvivenza dalla quale siamo venuti tutti.
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E l’amore, poi. «In dialetto non esiste “ti amo”, non solo perché è la lingua di un mondo che non aveva tempo di pensarci, dovendo appunto badare alla sopravvivenza, ma anche perché l’amore è monopolio di Dio. Per gli uomini c’è solo il bene che non sanno darsi.»
Ma quelle ragazze delle nuove generazioni crescevano invece con le canzoni di Mina e di Lucio Battisti che erano un “ti amo” continuo: «Ci rendiamo conto dell’importanza che hanno avuto i juke-box nella cultura popolare?»
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Nicola Lagioia come un medium – Casini ha ricordato una definizione che di sé stesso si è data l’autore - «e infatti non invento queste storie, ma semplicemente le raccolgo. Poi, certo, passando da me si contaminano come la luce che attraversa il vetro di certe bottiglie ed è un verde smeraldo intenso. Mi sentivo in dialogo con chi non c’era più e con chi non c’era ancora. È il movimento circolare della vita e della morte. E sentirmi in questo movimento mi ha fatto sentire libero, accettato dal tempo e dallo spazio,»
D.C.
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