Tracce Libere/9: Magda Fontanella per lavoro aiuta a... 'dare una cornice', con la filosofia

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Track #9 – “Nessun grado di separazione” – Francesca Michielin

Esistono saperi che servono e saperi che ornano, almeno a sentire il senso comune. Da una parte medicina, ingegneria, diritto; dall'altra filosofia, letteratura, arte: materie considerate di “serie B”, percepite lontane da quello che chiamiamo "lavoro vero". Eppure, quando il lavoro vero è fatto di persone, di malattia e di fine vita, a volte a mancare non sono le competenze tecniche.
Le domande di senso ce le poniamo tutti, prima o poi. Di solito, però, le teniamo a distanza, come se fossero troppo grandi o troppo astratte per cambiare qualcosa nella vita di tutti i giorni. Poi arrivano quando meno ce lo aspettiamo: davanti a una diagnosi, nel corridoio di un ospedale, accanto al letto di una persona cara. E ci accorgiamo che la distanza tra ciò che sembrava inutile e ciò che serve era molto meno di quanto pensassimo.
Magda_Fontanella__2_.jpeg (149 KB)È su questa intuizione che Magda Fontanella ha costruito il proprio lavoro. Filosofa e bioeticista, dal 2011 porta il pensiero filosofico nei reparti e nelle strutture sanitarie, accanto a pazienti, familiari e operatori. “Siccome nella mia vita, nelle piccole e grandi prove, la filosofia mi ha aiutato a dare senso, a dare una cornice, la scommessa era renderlo un lavoro e aiutare in quegli ambiti in cui le grandi questioni di senso spingono per farsi spazio: perché questa malattia è capitata proprio a me? Come posso io, che sono un operatore sanitario e sono sano, dare un appoggio alla persona malata?”.
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L'amore per la filosofia, racconta, è stato un colpo di fulmine, come quasi tutte le cose forti della sua vita. “Sono sempre stata una bambina che si faceva un sacco di domande e scriveva poesie. Ricordo che alle elementari mi prendevano un po' in giro perché ‘per te è tutto poetico’, ma per me era davvero così. Quando in seconda superiore la prof di Italiano ci ha fatto analizzare per la prima volta un brano di filosofia, ho avuto un'illuminazione: quelli erano i temi che volevo trattare”.
Fresca di università, con un dottorato appena iniziato, comincia a cercare strutture in cui poter inventare un tirocinio: bussa nel milanese, nel lecchese, nella bergamasca, ma raccoglie solo porte in faccia. Poi, casualmente, o un po’ per volere del destino, dal suo medico di base viene a sapere che agli Istituti Riuniti Airoldi e Muzzi di Lecco sta per aprire un nuovo nucleo per persone in stato vegetativo, e che proprio per la sua novità sarà pensato completamente da zero. “Sentivo che era la mia occasione, così sono andata là fisicamente a chiedere un appuntamento con il Direttore Sanitario. Dopo tanta insistenza mi è stato detto di sì”.
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L'intuizione le era nata a un corso di bioetica all'università. Erano i primi anni in cui si parlava di stato vegetativo, a Lecco si discuteva del caso Englaro e a Magda sembrava che il mondo sanitario fosse quello in cui le domande di senso avevano più urgenza. Non si nasconde che l'idea avesse un lato scomodo: “Se Aristotele mi vedesse non sarebbe contento, per lui la filosofia è libera proprio perché non vuole essere utile o finalizzata a qualcosa”. Ma la ricerca di senso, per lei, poteva trovare posto anche in un ambito che fosse teso al prossimo.
Così espone la sua proposta al Direttore Sanitario, Ivan Villa: una filosofia al servizio sia del personale sia dei familiari dei pazienti, come supporto emotivo e quotidiano. È onesta fino in fondo: ha molte idee in mente, ma nessun esempio a cui appoggiarsi, nessuna istruzione da seguire. Lui le dà fiducia e il 1° aprile 2011 le offre uno stage di sei mesi con carta bianca.
“Ho iniziato a girare per quel reparto, a conoscere gli ospiti, a vedere cos'era quel famoso stato vegetativo che avevo studiato” racconta. “Ho conosciuto questi dieci ospiti e le loro famiglie. Una cosa pazzesca, ma non una sensazione di shock: ho sentito fin da subito che quello era il posto in cui volevo e dovevo stare”. All'inizio i suoi maestri sono medici, OSS e infermieri, che le insegnano a riconoscere i gesti dei pazienti, le loro abitudini, i termini tecnici, le manifestazioni della condizione.
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Magda però vuole andare più a fondo. Intervista le famiglie e, man mano, cerca il contatto con gli operatori: nei momenti di pausa organizza degli “speed date” di quindici minuti in cui porta ai colleghi una domanda alla volta. “Che cos'è la filosofia per te?”. “Che senso ha per te prenderti cura di una persona che non guarirà mai e non potrà mai dirti grazie?”. “Che cos'è per te la dignità umana?”. Domande per provare, insieme, a esplorare il “senso-non-senso” della condizione vegetativa. “All'inizio erano un po' sulla difensiva, pensavano fossi una pazza” ricorda con un sorriso. “Ma con il passare dei mesi sono stati gli operatori stessi a chiedere di ritagliarci quei momenti, iniziando a condividere pezzi sempre più profondi”.
Con i familiari c'è voluta più pazienza. Magda non voleva che quegli incontri sembrassero un'imposizione, ma uno spazio libero e volontario, a cui rivolgersi solo quando se ne sentiva l'urgenza. Così preparava tè e biscotti, si sedeva su una sedia e aspettava che qualcuno si mettesse accanto a lei. Dopo un po' di titubanza, quelle sedie vuote hanno iniziato a riempirsi, le tazzine a tintinnare e dei biscotti sono rimaste solo briciole. “Parlare con i parenti delle persone in stato vegetativo mi ha fatto capire che ci sono situazioni in cui si può abitare la contraddizione: da un lato la volontà di tenere qua per sempre il proprio caro, dall'altro vedere la morte come sollievo quando le condizioni di vita diventano intollerabili e fonti di grande sofferenza”.
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Da quel primo reparto il suo campo d'azione si allarga. Lavora in altre RSA, trasforma la tesi di dottorato in un libro, inizia a tenere corsi anche ad altre figure sanitarie, tra cui i medici d'urgenza. “Mi ricordo in particolare di un medico rianimatore che mi parlò del bisogno di filosofia che c'è anche nella medicina d'emergenza” racconta. “Mi spiegò che quando un uomo è in pericolo di vita e ha paura di morire, la domanda di senso – cosa mi accadrà, cosa c’è dopo, cosa proverò - è urgente quanto una trasfusione. Questo ovviamente è difficile e delicato da gestire per un operatore sanitario”.
Oltre al mondo medico, l'obiettivo di Magda diventa mostrare al grande pubblico quanto la filosofia abbia agganci più pragmatici e quotidiani di quanto si pensi. Nel tempo inizia a tenere serate divulgative nei comuni lecchesi e incontri con i ragazzi nelle scuole. È raccontandoci questo tipo di esperienze che ci spiega la sua idea del rapporto tra i saperi. “La scienza ci aiuta a leggere il piano di realtà che riusciamo a dimostrare, ma ci sono scienze che fanno da ponte con altri piani di significato, come la psicologia e la filosofia. La psicologia aiuta a spiegare la mente, la filosofia aiuta a interrogare la mente e darle una cornice di senso”.Magda_Fontanella__6_.jpeg (119 KB)Oggi Magda continua il suo lavoro di filosofa e bioeticista in ambito sanitario, affiancandoci quello di analista biografica e di docente universitaria. Nel cassetto, il sogno di scrivere un altro libro.
E se all'uscita dall'università pensava che la filosofia servisse a dare risposte solide, oggi è convinta di altro. “Il più grande insegnamento della filosofia è che si può stare nell'incertezza e non avere tutte le risposte, che va bene così. Perché il senso, spesso, è più grande della risposta razionale”. Un po' come quelle sedie accanto alla sua, nel cuore del reparto di stato vegetativo: per cominciare non serviva una risposta, bastava che qualcuno si sedesse.

Francesca Amato, volontaria di Telefono Donna
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