I calabresi a Lecco per lavorare. «Legati alle radici ma integrati». Presentato il libro

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“Radici in cammino”: è il racconto degli immigrati calabresi che negli anni del boom economico erano saliti al Nord e in particolare proprio a Lecco alla ricerca di lavoro e che una volta superate le diffidenze e le difficoltà sono diventati lecchesi a tutti gli effetti. Sono ventitré le persone che si raccontano, uno spaccato dell’immigrazione dalla Calabria che a sua volta è uno spaccato dell’esodo dal Sud.
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Le interviste sono raccolte in un libro – “Radici in cammino”, appunto – che è il primo frutto di un progetto avviato dall’associazione “Amici della Calabria” costituita dal 2006 e che in questi anni si è data come obiettivo proprio la conservazione della memoria di un’emigrazione dalla propria terra che altrimenti rischia di essere dimenticato.
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Il libro, curato da Elisabetta Gandolfi, è stato presentato ieri sera all’Officina Badoni nell’ambito di una delle serate promosse dall’associazione “Giuseppe Bovara”. All’incontro sono intervenuti, con la stessa autrice, anche l’archivista Annamaria Molinari, lo studioso Claudio Prandi, il già direttore dell’Unione industriali Maurizio Crippa e il presidente degli “Amici della Calabria” Emilio Zangari.
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Presentando i relatori, il moderatore Umberto Calvi ha sottolineato come l’incontro desse il via alla nuova stagione di incontri e iniziative promossi dall’associazione Bovara (annunciati, tra gli altri, il 9 ottobre un incontro sul ponte “innominato”, quello della ferrovia che scavalca l’Adda tra Galbiate e Pescarenico, mentre il 18 ottobre si riaprirà nuovamente Villa Ponchielli con l’esposizione di gioielli e oggetti della famiglia del compositore) che sarà «particolarmente densa di appuntamenti.»
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Ha portato il suo saluto anche il prefetto Paolo Ponta che, a proposito delle fotografie esposte a documentare l’immigrazione calabrese, ha detto come da ciascuna trasparisse una grande dignità e l’orgoglio delle proprie radici, di culture che non si scontrano ma si integrano.
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Il confronto con l’immigrazione di oggi è venuto spontaneo: «Allora, c’erano comunque molti aspetti in comune tra Nord e Sud. Oggi l’incontro di culture è un po’ più difficile, ma perché avvenga sono necessari tre punti fermi: l’accoglienza, il non rinunciare alla propria identità, il rispetto di regole condivise. Certo, all’epoca a Torino c’erano cartelli con cui si diceva che non si affittava ai meridionali. Ma quando poi ci si capisce, allora lo scontro diventa incontro.»
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Da parte sua, il presidente dell’associazione “Bovara” Pietro Dettamanti, nell’introdurre l’incontro, ha ricordato come anche il territorio lariano sia stato per secoli terra di emigrazione, non forse in Calabria, ma certamente in Sicilia, tanto che in Alto Lario c’è ancora chi dice “Fare Palermo” che vale il nostro “Trovare l’America”.
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È poi intervenuto Zangari che ha ricordato come quella raccontata nel libro non sia soltanto una storia di immigrazione, ma anche del territorio. «Certo le radici sono radici - ha proseguito -, non si dimenticano, le sento anch’io, figlio di immigrati calabresi nato a Lecco. Ma se mi chiedono cosa sono, non rispondo: sono un po’ di qui e un po’ di là. C’è stata molta diffidenza inizialmente, ma poi si diventa amici. È proprio per questo che all’interno della nostra associazione è nata l’idea di un progetto su ciò che siamo oggi e quel che eravamo. Non pensavamo a un libro. Poi, Elisabetta Gandolfi ci ha proposto di intervistare alcune persone ed è proprio attraverso quelle interviste abbiamo capito che si parlava anche del territorio lecchese.»
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Gandolfi ha quindi presentato il volume: «È partito per caso, a tavola, tra donne. Chiacchieravamo sulla preparazione dei cibi ed è scaturita l’idea di raccogliere le diverse versioni. Appena cominciato a registrare ci siamo accorti che quando si diceva andava oltre il cibo: il sugo della mamma non è solo il sugo della mamma, ma è la mamma, è un modo di vivere. Ciascuno ha scoperto di avere molte cose in comune con gli altri, senza che lo immaginasse. Il percorso individuale diventava un percorso collettivo. La loro storia era anche quella del posto dove erano arrivati. Erano gli anni della grande trasformazione dell’Italia da agricola a industriale e tutti insieme si sono resi conto di avere partecipato a un processo nazionale di modernizzazione.»
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«Le interviste – ha continuato Gandolfi – si sono rivelate un patrimonio collettivo che meritava di essere raccontato ad altri per salvare la memoria. E cosa ci hanno raccontato del Sud? Che è, per usare le parole pronunciate in altro contesto da papa Ratzinger, una categoria dello spirito. È un modo di affrontare la vita, anche quando è difficile, non per allontanarci da dove veniamo bensì per avvicinarci a dove andiamo. Non era facile certo, c’era diffidenza. All’epoca, la spesa si pagava mensilmente con il famoso libretto, Ai meridionali non era concesso. Ne soffrivano soprattutto le donne perché erano state loro a forzare la mano per venire al Nord, sperando di garantire un futuro migliore ai figli.»
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«Tante difficoltà, quindi – ha rimarcato la relatrice - Ad aiutare c’era lo spirito di adattamento e il lavoro, l’accusa di rubare il lavoro ai locali, c’era la Lecco operosa e industriale, c’erano le trasformazioni in corso. Senza tagliare i ponti, hanno saputo integrarsi.»
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A proposito di radici, Molinari si è soffermata sulla ricerca archivistica, invitando tutti a effettuare ricerche genealogiche sulla propria famiglia per scoprire che tutti hanno un avo venuto da qualche altra parte.
Prandi ha invece offerto una panoramica sull’Italia del secondo dopoguerra e appunto sul fenomeno dell’emigrazione interna al nostro Paese. Da una parte c’era la meccanizzazione del Nord, dall’altra l’incompiuta riforma agraria al Sud che è stato un punto di rottura mettendo in moto un esodo di massa,
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Nel 1949 al Sud ci furono le ultime grandi mobilitazioni contadine con l’occupazione delle terre, ma intanto tra il 1948 e il 1957 prendeva avvio il boom economico, anche per il piano Marshall che prevedeva una trasformazione industriale con l’introduzione del sistema fordista nelle fabbriche. In quegli anni furono nove milioni gli italiani che cambiarono residenza. Molti andarono all’estero: in Argentina, Venezuela, Belgio e Francia, poi in Svizzera e Germania, anche in virtù di accordi ufficiali tra gli Stati. Va anche ricordato che già tra le due guerre un’altra parte del Paese (tutto il Nord Est inteso fino all’Adda e quindi anche Bergamo e Brescia) emigrava in massa. Lo ha fatto fino agli anni Sessanta e Settanta. Poi nei Cinquanta è cominciata l’emigrazione dal Sud. 
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«A emigrare – ha aggiunto Prandi – non sono individui, ma intere comunità. Ci si muove in gruppo dallo stesso paese e ci si ritrova assieme nello stesso luogo d’arrivo. È importante anche per attutire l’impatto con la nuova realtà. In quanto alla fabbrica, non era solo lavoro, ma anche disciplina per l’inserimento e partecipazione alla vita politica, quando al Sud era solo un riverire il padrone di turno. Il compiuto inserimento è stato dimostrato dall’esogamia, quando non ci si sposava più tra persone della stessa provenienza, ma anche con qualcuno conosciuto sul luogo d’arrivo.»
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Infine Crippa ha esordito mettendo a confronto l’operaio-fabbrica tipico rappresentato dal Cipputi del disegnatore Altan con un proprio amico, Vincenzo Perri, classe 1948, originario di Petronà in provincia di Catanzaro: «Prima manovale e poi muratore, era salito al Nord per lavorare alla costruzione della funivia per i Piani d’Erna, ma poi in Erna si è anche innamorato della montagna e in seguito si sarebbe dedicato all’arrampicata e allo scialpinismo. Aveva un grande spirito d’autonomia e così prese la patente per i camion, divenne camionista, si mise in proprio e avviò una piccola impresa di trasporti. Si è sposato con una ragazza di Acquate e ha avuto quattro figli, i tre maschi avrebbero poi messo in piedi una piccola azienda edile. Purtroppo, Vincenzo è morto nel 2020, vittima del covid.»
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L’amico Vincenzo, dunque, come una sorta di figura esemplare dell’immigrato calabrese che si integra nel tessuto sociale.
Crippa ha del resto sottolineato le importanti differenze del modello torinese della città-fabbrica e del modello milanese e lombardo dell’economia diffusa che offriva molte più possibilità. Lo stesso Prandi aveva parlato di come, nei momenti di crisi industriale, l’operaio espulso riusciva spesso a mettersi in proprio e ad avviare una propria attività. Mentre sul fronte commerciale, fioriva una rete di piccoli negozi a conduzione famigliare gestiti spesso da mamma e figlia e che integravano il reddito. A questo proposito, ancora Crippa ha ricordato come a quell’epoca siano spuntati negozi di prodotti fino ad allora sconosciuti: «Per esempio, la pizzeria Capri: nessuno qua sapeva cos’era la pizza, era una novità assoluta….»
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Concludendo il proprio intervento, lo stesso Crippa ha riassunto in alcuni punti ciò che il fenomeno migratorio ha rappresentato per Lecco: i pregiudizi c’erano, contenuti ma c’erano; chi veniva dal Sud aveva motivazioni forti ed era a conoscenza delle difficoltà che avrebbe incontrato; l’integrazione fu lenta ma positiva grazie ai ricongiungimenti famigliari, agli asili e alle scuole, alle parrocchie.
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E poi c’erano il bar, il Lecco calcio e la Capanna Stoppani… Inoltre, dal Sud sono arrivati anche molti insegnanti che in seguito si sono entusiasmati della storia locale. E poi sono seguiti i professionisti e tutte quelle presenze significative nella politica, nelle istituzioni e nel volontariato.»
D.C.
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