Tracce Libere/8: la 'principessa' che lavora per il recupero della dignità umana, in Italia ed in Burkina Faso

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Track #8 – “Moussolou” - Oumou Sangaré


Alle origini del Burkina Faso, come all’origine della vita, c’è la storia di una donna: Yennenga, principessa guerriera di Gambaga, nell’attuale Ghana. Cresciuta come una combattente dal padre sovrano, guidava uomini e partecipava alle conquiste del regno, sfidando il ruolo tradizionalmente assegnato alle donne del suo tempo.
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Fanta Tiemtoré – mediatrice culturale che vive a Lecco da quasi trent'anni, ma con l'anima ancora profondamente burkinabè – parte proprio da questo mito fondativo per raccontarci le sue radici: la storia di un popolo nato in una terra che sembrava inadatta alla vita. Un'area arida, desertica, che grazie alla tenacia di generazioni di cacciatori e raccoglitori si è trasformata in un polmone verde sempre più ampio e vitale, dove i popoli Mossi costruirono regni potenti e dinastie destinate a durare secoli. Poi arrivò il colonialismo francese, le lotte per l'indipendenza – ottenuta nel 1958 – e infine il nome attuale del paese, Burkina Faso, che significa letteralmente "terra degli uomini integri". Negli anni lo Stato è diventato una repubblica presidenziale, ma le figure storiche dei sovrani locali, eredi diretti dei Mossi, restano tutt'oggi un tassello importante nella scacchiera geopolitica del paese.
Fanta discende proprio da una di quelle radici più antiche: nata a Ouagadougou nel 1976, è figlia di un principe originario di uno di quei villaggi, trasferitosi ancora giovanissimo nella capitale. Il titolo, però, gli è rimasto addosso, e questo ha inevitabilmente condizionato anche la vita di Fanta che, pur crescendo tra le abitudini moderne della città, doveva comunque sottostare alle regole del proprio rango. “Ci sono tante cose che una principessa non può fare come una persona normale” racconta ripercorrendo la sua infanzia. “È come se tu indossassi la responsabilità del tuo nome e anche di tutta la tradizione che ti porti dietro. Ricordo che spesso durante l’adolescenza questo mi portava a scontrarmi con i miei genitori: noi eravamo cresciuti nella capitale, la vita lì era diversa dalla campagna”. 
Come nel caso della principessa fondatrice del suo Paese, anche il padre di Fanta fa il possibile per crescere la figlia secondo dei canoni nuovi. “Ricordo che mi ripeteva sempre: il Paese sta cambiando, e voi donne dovete imparare ad essere autonome e indipendenti. Per questo dovete studiare” dice. “Quando mio padre ha conosciuto mia madre lei era vedova con quattro figli e lui divorziato con due. Secondo le regole della nostra cultura, la moglie del futuro re doveva essere scelta da quello attuale, ma mio padre non ha rispettato nulla di tutto questo, e ha rinunciato al trono. Alcuni lo chiamavano il ‘principe matto’, ma lui diceva sempre: ogni persona nella sua epoca deve cercare di portare un piccolo cambiamento”. 
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Nemmeno la madre di Fanta si era mai piegata alla passività e all'obbedienza che ci si aspettava dal suo genere: era una commerciante di stoffe, amava viaggiare e andare a caccia di tesori nei paesi della costa, per poi rivenderli ai propri clienti in Burkina Faso. “Avevo solo nove anni quando si è ammalata” racconta con una nota di malinconia. “Quando è morta, poco tempo dopo, tutti nella mia famiglia volevano che mio padre si risposasse: un uomo non può rimanere da solo, soprattutto quando ha dei bambini piccoli. Ma mio padre decise di non farlo mai, voleva che mia madre fosse l’ultima donna della sua vita”. 
I parenti acconsentono, ma ad una condizione: saranno amici stretti e famigliari a prendersi cura dei figli. È così che, a dodici anni, Fanta viene affidata a un'amica della madre, dove riuscirà poi a ricongiungersi anche con la sorella e il fratello. Cresce, entra nell'adolescenza, frequenta le scuole superiori, e comincia lì a immaginare il proprio futuro: quello a lungo termine, ancora avvolto nel mistero, e quello più vicino, tra i banchi dell'università.
“All’inizio volevo studiare meccanica, ma mio padre non era d’accordo perché secondo lui il nostro Paese non era ancora pronto” racconta. “Per accontentarlo mi sono iscritta a ragioneria, ma nel frattempo ho capito che il mio sogno era quello di studiare Lingue, così ho iniziato a cercare un’università che mi permettesse di specializzarmi in quell’ambito”. 
Il sogno di frequentare l'università, però, si interrompe per un cambiamento di vita ben più grande: in quegli anni Fanta conosce l'uomo che sarebbe diventato suo marito e, poiché lui vive in Italia, quando decidono di sposarsi lei accetta di trasferirsi con lui, ribaltando completamente la propria esistenza. 
Arriva in Italia due giorni prima del suo ventiduesimo compleanno, nel 1998. Nonostante i buoni propositi – «la mia idea era di ricominciare a studiare una volta arrivata lì» – lo shock culturale è durissimo: nel suo paese era abituata a dedicarsi ad arte e teatro, suonava in un gruppo musicale, era attiva e dinamica nella vita della comunità; qui, invece, tutta quell'energia non trova più sbocco, e la sua passione per le lingue, per la comunicazione, per lo scambio resta improvvisamente senza valvola di sfogo. Anzi, è proprio la lingua a diventare l'ostacolo più difficile da superare. Dopo tre mesi è pronta ad arrendersi e tornare in Burkina Faso, ma a fermarla è la notizia di un corso di italiano che sarebbe partito di lì a breve. “Per me è stato come rinascere. Nel giro di sei mesi parlavo Italiano e, una volta finito il corso, ho sostenuto l’esame per la licenza media”.
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Lentamente la vita trova un proprio equilibrio: studio e lavoro proseguono di pari passo, anche dopo la nascita del primo figlio. Fanta è felice, appagata – ma non le basta ancora. Come diceva suo padre, del resto, ognuno porta con sé un piccolo cambiamento da lasciare al mondo. Riprende così in mano il proprio amore per le lingue e la musica, organizza laboratori di percussioni nelle scuole e trova lavoro come mediatrice linguistica. I primi anni Duemila portano in Italia moltissime persone dall'Africa subsahariana, soprattutto donne arrivate per ricongiungimento familiare, ed è proprio in molte di loro che Fanta rivede le stesse difficoltà attraversate anni prima – a volte amplificate.
“La maggior parte di loro erano analfabete, molto timide e spaesate, spesso non parlavano con nessuno e stavano chiuse in casa, oppure rimanevano incinte quasi subito per poi dover affrontare le difficoltà di andare in ospedale, fare le visite, comunicare con i medici”. Comincia così ad aiutarle nelle cose più pratiche: comunicare con le persone, prendere appuntamenti, spostarsi da un luogo all'altro. Ma ben presto si rende conto che la vicenda di ciascuna di quelle donne, presa singolarmente, nasconde in realtà un problema sistemico, diffuso, che richiede una risposta strutturale.
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A darle quella risposta sarà, paradossalmente, un viaggio in Burkina Faso, nel 2003, insieme alla propria famiglia: rivedendo dopo tanto tempo la città in cui è cresciuta – questa volta non più come giovane principessa adolescente, ma come madre emancipata – Fanta si scontra con la povertà dilagante nelle strade e, soprattutto, con la condizione di tantissimi bambini, spesso orfani, che vivono senza alcun futuro davanti a sé.
Da un lato le giovani donne africane a Lecco, dall'altro i bambini di Ouagadougou: due realtà lontanissime nello spazio ma sorprendentemente vicine nei bisogni – essere visti, essere ascoltati, essere aiutati. È da questo doppio sguardo che nasce l'idea capace di cambiarle la vita. “Nel 2007 ho fondato l’associazione Mirage Burkina, in Burkina Faso, e tre anni dopo sono riuscita a crearne una gemella qui in Italia”. Un'associazione "doppia", che fa da ponte tra Lecco e Ouagadougou: due sedi, un unico obiettivo, il recupero della dignità umana.
Sulla riva africana del ponte, l'associazione realizza progetti per allontanare i bambini dalla strada, offrendo loro istruzione e una famiglia pronta ad accoglierli, e per garantire alle donne locali maggiore autonomia attraverso percorsi di formazione professionale. Nel tempo, l'impegno si è allargato fino a comprendere progetti rivolti all'intera collettività, come "SOS Acqua", finanziato dal Comune di Milano, o "Riso Secondo Natura", nell'ambito di Expo 2015.
“Tanti dei ragazzi e delle ragazze che abbiamo accolto oggi sono grandi, sono realizzati, e speriamo sempre che qualcuno di loro possa in futuro accogliere o aiutare altri bambini” racconta Fanta, la cui associazione conta oggi anche diversi membri della sua stessa famiglia.
All’altro capo del ponte, intanto, ci sono gli eventi organizzati per la comunità burkinabè residente in Italia: cene e merende etniche per raccogliere fondi, mercatini natalizi con prodotti realizzati dalle donne seguite in Burkina Faso, momenti di scambio culturale e sensibilizzazione.
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Anche il cinquantesimo compleanno di Fanta, festeggiato proprio quest'anno, si è trasformato in un'occasione non solo di festa ma anche di attivismo. Oggi il Burkina Faso attraversa una crisi profonda, causata da diversi gruppi terroristici che ne minano la stabilità politica. “Per far fronte a questo problema, ho deciso di organizzare una cena di compleanno in cui raccogliere fondi per aiutare i figli e le figlie dei soldati che caduti lottando contro questi terroristi”. 
Si dice che, quando si spengono le candeline, si debba esprimere un desiderio: qualunque cosa Fanta abbia desiderato quella sera, da quel compleanno sono nati viveri, medicinali e un'ambulanza, partiti verso l'altra sponda del ponte. Un luogo che ci sembra lontanissimo ma che, se solo alziamo lo sguardo, scopriamo essere in realtà a un passo da noi.
Francesca Amato, volontaria di Telefono Donna
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