In viaggio a tempo indeterminato/445: quel filo di seta che lega storie di donne
"Sciur padrun da le bele braghe bianche,
fora le palanche".
Mi ricordo che la canticchiava mia nonna mentre preparava le polpette. La rivedo in cucina con la "bigaröla" a fiori (grembiule) mentre mescolava gli ingredienti e poi creava le palline.
Mia nonna, da ragazza, aveva lavorato in filanda e si ricordava ancora quei canti.
"Ahi, l'amore ahi, l'amore
Ahi, l'amore che cos'è".
Non mi ha mai però raccontato cosa volesse dire fare quel lavoro, o forse l'ha fatto e io non ne ho ricordo.
In Lombardia, dall'800 alla prima metà del '900, le filande erano molto diffuse. Si trattava di fabbriche dove si lavorava soprattutto la seta. Le operaie si occupavano in particolare del passaggio dai bozzoli del baco da seta, al filo utilizzabile per tessere i tessuti.
Era un lavoro molto delicato, perché la seta richiedeva mani esperte. E per questo spesso venivano impiegate donne e ragazze molto giovani.
Una professione che appartiene al passato e che oggi da noi non esiste più, ma che in un certo senso è legata alle mie radici. Frammenti di racconti che riaffiorano sfocati nella mia mente e che hanno il suono di quelle canzoni.
Per questo mi è venuta una sensazione di dolce nostalgia quando, infilandoci in un portone accostato, ho visto una signora che lavorava i fili della seta.
Se ne stava seduta in cortile, all'ombra di grandi alberi che rinfrescavano l'aria di un bollente pomeriggio a Margilan, in Uzbekistan.
Questa cittadina nella Valle di Fergana, è famosa proprio perché, ancora oggi, viene lavorato il prezioso tessuto. È una tradizione familiare che ha resistita al tentativo di industrializzazione.
Quella signora era lì, seduta dietro un telaio rotante che raccoglieva centinaia di sottilissimi fili provenienti da un bacinella dove moltissimi bachi da seta stavano immersi in acqua calda.
Sembrava assorta nel suo lavoro, quasi stesse meditando o si trovasse con la mente in un altro mondo. Chissà se anche lei stava canticchiando qualche canzone come faceva mia nonna.
Mi sento sempre come se avessi scoperto un tesoro quando ritrovo a migliaia di chilometri da casa qualcosa che, in un certo senso, parla di noi e della nostra storia. La signora di Margilan e mia nonna, due epoche diverse, due mondi diversi, due storie diverse. Ma un unico filo conduttore, sottilissimo quasi invisibile, ma tanto prezioso, proprio come quello della seta.
E dietro questo legame c'è sempre quel leggendario viaggio chiamato proprio Via della Seta. Le carovane si spostavano, cariche di merci, ma portavano con sé anche storie ma soprattutto segreti. E il più grosso di tutti è proprio quello legato a questo tessuto.
Per molti secoli, infatti, soltanto in Cina si conosceva la tecnica esatta per produrre la seta. Era un segreto che veniva custodito gelosamente nel gigantesco e misterioso Paese.
Secondo la tradizione cinese, la scoperta della seta risalirebbe al 2700 a.C. e c'è una leggenda che racconta le sue origini. Tutto iniziò circa 4.700 anni fa, durante il regno del leggendario Imperatore Giallo (Huangdi), considerato uno dei fondatori della civiltà cinese.
La protagonista è Leizu, sua moglie.
In quel periodo i cinesi conoscevano già alcuni insetti, ma non avevano ancora scoperto il modo di trasformare i bozzoli in tessuto.
Secondo la storia, un bozzolo di baco da seta cadde accidentalmente nella tazza di tè caldo di Leizu che si trovava seduta sotto un gelso, l'albero di cui si nutrono i bachi da seta.
Quando cercò di rimuoverlo, il calore dell'acqua aveva sciolto la sostanza appiccicosa del bozzolo e iniziò a srotolarsi un filo lunghissimo, sottile e brillante.
Leizu rimase affascinata e capì che quel filo poteva essere raccolto e trasformato in un tessuto morbido e resistente.
Da quel momento l'imperatrice avrebbe insegnato alla sua corte ad allevare i bachi, a coltivare i gelsi di cui si nutrono, a raccogliere i bozzoli e a tessere la seta.
Per questo è ancora oggi venerata come divinità protettrice della sericoltura.

La Cina per secoli e secoli riuscì a mantenere il segreto della lavorazione. La seta non era solo un tessuto, era una risorsa strategica.
Un abito di seta aveva molte caratteristiche importanti: era leggero ma resistente, elegante e molto raro. Era un simbolo dell'imperatore e dell'aristocrazia e la Cina lo vendeva a popoli lontanissimi che non sapevano come ricrearlo.
C'erano persino punizioni severe per chi tentava di portare fuori dal Paese bozzoli di bachi da seta,
semi di gelso e informazioni sulla lavorazione.
Nonostante questo, però, il segreto sfuggì al controllo. Ci sono ovviamente diverse teorie su come si diffuse la lavorazione del tessuto negli altri Paesi. Qualcuno parla di mercanti che riuscirono a trasportare, tra la merce delle carovane, dei bachi da seta. Una leggenda narra, invece, di due monaci bizantini che portarono a Costantinopoli alcune uova di baco da seta che avevano infilato dentro dei bastoni cavi.
Il mistero rimane irrisolto. Quello che però è certo è che, se la signora a Margilan lavora la seta, o se mia nonna da ragazza ha fatto l'operaia in una filanda, qualcuno quel segreto l'ha fatto viaggiare dalla Cina a chilometri e chilometri di distanza.

È così follemente meraviglioso notare come ci sono legami che superano secoli e distanze.
Un filo di seta prodotto nelle campagne bergamasche agli inizi del '900 aveva una storia che attraversava imperi, religioni e continenti. E un tessuto, considerato così prezioso, lega indissolubilmente storie di donne che non si sono mai conosciute.
Ancora oggi infatti, a Margilan, la lavorazione della seta è una professione prettamente femminile con competenze manuali storicamente tramandate dalle donne.
E come canticchiava mia nonna mentre preparava le polpette:
"Cos'è, cos'è
Che fa andare la filanda
È chiara la faccenda
Son quelle come me.”
fora le palanche".
Mi ricordo che la canticchiava mia nonna mentre preparava le polpette. La rivedo in cucina con la "bigaröla" a fiori (grembiule) mentre mescolava gli ingredienti e poi creava le palline.
Mia nonna, da ragazza, aveva lavorato in filanda e si ricordava ancora quei canti.
"Ahi, l'amore ahi, l'amore
Ahi, l'amore che cos'è".
Non mi ha mai però raccontato cosa volesse dire fare quel lavoro, o forse l'ha fatto e io non ne ho ricordo.
In Lombardia, dall'800 alla prima metà del '900, le filande erano molto diffuse. Si trattava di fabbriche dove si lavorava soprattutto la seta. Le operaie si occupavano in particolare del passaggio dai bozzoli del baco da seta, al filo utilizzabile per tessere i tessuti.
Era un lavoro molto delicato, perché la seta richiedeva mani esperte. E per questo spesso venivano impiegate donne e ragazze molto giovani.
Una professione che appartiene al passato e che oggi da noi non esiste più, ma che in un certo senso è legata alle mie radici. Frammenti di racconti che riaffiorano sfocati nella mia mente e che hanno il suono di quelle canzoni.
Per questo mi è venuta una sensazione di dolce nostalgia quando, infilandoci in un portone accostato, ho visto una signora che lavorava i fili della seta.
Se ne stava seduta in cortile, all'ombra di grandi alberi che rinfrescavano l'aria di un bollente pomeriggio a Margilan, in Uzbekistan.
Questa cittadina nella Valle di Fergana, è famosa proprio perché, ancora oggi, viene lavorato il prezioso tessuto. È una tradizione familiare che ha resistita al tentativo di industrializzazione.
Quella signora era lì, seduta dietro un telaio rotante che raccoglieva centinaia di sottilissimi fili provenienti da un bacinella dove moltissimi bachi da seta stavano immersi in acqua calda.
Sembrava assorta nel suo lavoro, quasi stesse meditando o si trovasse con la mente in un altro mondo. Chissà se anche lei stava canticchiando qualche canzone come faceva mia nonna.
Mi sento sempre come se avessi scoperto un tesoro quando ritrovo a migliaia di chilometri da casa qualcosa che, in un certo senso, parla di noi e della nostra storia. La signora di Margilan e mia nonna, due epoche diverse, due mondi diversi, due storie diverse. Ma un unico filo conduttore, sottilissimo quasi invisibile, ma tanto prezioso, proprio come quello della seta.
E dietro questo legame c'è sempre quel leggendario viaggio chiamato proprio Via della Seta. Le carovane si spostavano, cariche di merci, ma portavano con sé anche storie ma soprattutto segreti. E il più grosso di tutti è proprio quello legato a questo tessuto.
Per molti secoli, infatti, soltanto in Cina si conosceva la tecnica esatta per produrre la seta. Era un segreto che veniva custodito gelosamente nel gigantesco e misterioso Paese.
Secondo la tradizione cinese, la scoperta della seta risalirebbe al 2700 a.C. e c'è una leggenda che racconta le sue origini. Tutto iniziò circa 4.700 anni fa, durante il regno del leggendario Imperatore Giallo (Huangdi), considerato uno dei fondatori della civiltà cinese.
La protagonista è Leizu, sua moglie.
In quel periodo i cinesi conoscevano già alcuni insetti, ma non avevano ancora scoperto il modo di trasformare i bozzoli in tessuto.
Secondo la storia, un bozzolo di baco da seta cadde accidentalmente nella tazza di tè caldo di Leizu che si trovava seduta sotto un gelso, l'albero di cui si nutrono i bachi da seta.
Quando cercò di rimuoverlo, il calore dell'acqua aveva sciolto la sostanza appiccicosa del bozzolo e iniziò a srotolarsi un filo lunghissimo, sottile e brillante.
Leizu rimase affascinata e capì che quel filo poteva essere raccolto e trasformato in un tessuto morbido e resistente.
Da quel momento l'imperatrice avrebbe insegnato alla sua corte ad allevare i bachi, a coltivare i gelsi di cui si nutrono, a raccogliere i bozzoli e a tessere la seta.
Per questo è ancora oggi venerata come divinità protettrice della sericoltura.

La Cina per secoli e secoli riuscì a mantenere il segreto della lavorazione. La seta non era solo un tessuto, era una risorsa strategica.
Un abito di seta aveva molte caratteristiche importanti: era leggero ma resistente, elegante e molto raro. Era un simbolo dell'imperatore e dell'aristocrazia e la Cina lo vendeva a popoli lontanissimi che non sapevano come ricrearlo.
C'erano persino punizioni severe per chi tentava di portare fuori dal Paese bozzoli di bachi da seta,
semi di gelso e informazioni sulla lavorazione.
Nonostante questo, però, il segreto sfuggì al controllo. Ci sono ovviamente diverse teorie su come si diffuse la lavorazione del tessuto negli altri Paesi. Qualcuno parla di mercanti che riuscirono a trasportare, tra la merce delle carovane, dei bachi da seta. Una leggenda narra, invece, di due monaci bizantini che portarono a Costantinopoli alcune uova di baco da seta che avevano infilato dentro dei bastoni cavi.
Il mistero rimane irrisolto. Quello che però è certo è che, se la signora a Margilan lavora la seta, o se mia nonna da ragazza ha fatto l'operaia in una filanda, qualcuno quel segreto l'ha fatto viaggiare dalla Cina a chilometri e chilometri di distanza.

È così follemente meraviglioso notare come ci sono legami che superano secoli e distanze.
Un filo di seta prodotto nelle campagne bergamasche agli inizi del '900 aveva una storia che attraversava imperi, religioni e continenti. E un tessuto, considerato così prezioso, lega indissolubilmente storie di donne che non si sono mai conosciute.
Ancora oggi infatti, a Margilan, la lavorazione della seta è una professione prettamente femminile con competenze manuali storicamente tramandate dalle donne.
E come canticchiava mia nonna mentre preparava le polpette:
"Cos'è, cos'è
Che fa andare la filanda
È chiara la faccenda
Son quelle come me.”
Angela (e Paolo)





















