Rancio ricorda il suo Beato: 'vogliamo che sia con noi'. Una targa per Mazzucconi. Due campane suoneranno in Egitto e India
Prima la memoria, nel luogo in cui riposano gli uomini e le donne che hanno fatto la storia di una comunità. Poi la preghiera, il fuoco del martirio e, infine, due campane pronte a partire verso altre Chiese in altri Continenti. È stato un filo ideale tra passato e futuro quello che giovedì 10 settembre ha unito Rancio al mondo nel ricordo del Beato Giovanni Battista Mazzucconi, missionario del PIME nato proprio nel quartiere lecchese nel 1826 e morto martire nel 1855 sull’isola di Woodlark, in Papua Nuova Guinea.

La giornata, inserita nel calendario delle celebrazioni per il bicentenario della nascita del Beato, è iniziata al cimitero di Rancio, prima di raggiungere il Santuario di Santa Maria Gloriosa per la solenne celebrazione eucaristica presieduta da Mons. Thomas Habib, Eparca di Sohag, in Egitto. Un percorso tutt’altro che soltanto commemorativo: al centro, infatti, c’è stata la volontà di ricordare Mazzucconi non come una figura consegnata definitivamente al passato, ma come un uomo la cui testimonianza continua ancora oggi a generare legami, fede e missione.

A introdurre il primo momento è stato il parroco di Rancio, don Giuseppe Salvioni, davanti alla targa dedicata al Beato. «Ci siamo radunati qui per invitare alla nostra festa tutti questi amici che hanno fatto la nostra storia prima di noi e ci hanno regalato la fede. Uno di questi amici è il nostro Beato», ha detto alla comunità riunita. È quindi avvenuta la scopertura e la benedizione della lapide, accompagnata dalla preghiera. Un gesto che custodisce un significato particolare, perché va a rispondere a un desiderio espresso dallo stesso Mazzucconi quando era appena arrivato in missione. Una settimana dopo il suo arrivo, il 23 febbraio, il giovane missionario scrisse infatti al fratello chiedendo che, qualora fosse morto prima del padre, i suoi compaesani potessero ricordarsi di lui e pregare per lui, spirato lontano dalla propria terra. Quella richiesta, a distanza di quasi due secoli, è diventata realtà proprio nel luogo da cui Mazzucconi era partito.

«Noi non vogliamo semplicemente onorarlo perché è uno dei nostri», ha spiegato don Giuseppe. «Noi vogliamo che sia con noi». Una frase che racchiude il senso dell’intera giornata: la memoria non come semplice celebrazione di un concittadino illustre, ma come possibilità di sentirne ancora viva la presenza e lasciarsi interrogare dalla sua scelta.

Dal cimitero il cammino è proseguito al Santuario di Santa Maria Gloriosa, dove la comunità ha accolto Mons. Thomas Habib. Un legame, quello tra il vescovo egiziano e don Giuseppe, che affonda le proprie radici in oltre 36 anni di conoscenza. Habib ha ricordato infatti di essere arrivato in Italia da giovane seminarista, senza conoscere la lingua, e di aver trovato proprio nel sacerdote una persona capace di accoglierlo e aiutarlo nel suo percorso. Da allora, ha raccontato, il rapporto è diventato quello tra amici e fratelli.
Prima dell’omelia, il vescovo ha voluto condividere anche un ricordo personale legato alla Madonna e agli anni del servizio militare obbligatorio in Egitto. Desiderava partecipare alla Messa della festa dell’Assunta, ma quel giorno il comandante aveva stabilito che non sarebbe stata concessa alcuna autorizzazione. Nonostante questo, dopo aver affidato la sua richiesta, nel pomeriggio venne chiamato e gli fu consegnato un permesso di 24 ore. Un episodio che Habib ha riletto negli anni come un segno della protezione della Madonna, alla quale ha raccontato di affidarsi anche oggi, in un ministero episcopale segnato da responsabilità e difficoltà.

Poi il cuore della celebrazione: il Vangelo del chicco di grano che, caduto nella terra e morto, «produce molto frutto». Un’immagine che Habib ha utilizzato per leggere la vita di Mazzucconi.
Il missionario, partito giovanissimo verso terre lontane, non avrebbe semplicemente attraversato una frontiera geografica, ma una frontiera spirituale: quella del dono totale di sé. «La sua morte non ha interrotto la missione, l’ha resa ancora più feconda», ha spiegato il vescovo. Là dove Mazzucconi non ha più potuto parlare, ha continuato a parlare la sua vita; dove le sue parole si sono fermate, è rimasta la testimonianza dell’amore. Agli occhi del mondo, ha ricordato Habib, quella morte violenta avrebbe potuto apparire come una sconfitta. Agli occhi della fede, invece, è diventata un seme. Un seme che continua a generare vocazioni, comunità e testimonianza.

Ed è proprio qui che la figura del Beato torna a parlare anche al presente. La missione, ha sottolineato il vescovo, non coincide necessariamente con la partenza verso una terra lontana o con il martirio. È anche una scelta quotidiana: «morire» al proprio egoismo, all’orgoglio e all’indifferenza per lasciare spazio al servizio, al perdono, alla gratuità e alla carità.
«Un sacerdote diventa chicco di grano quando consuma la propria vita per il popolo che gli è stato affidato», ha spiegato. E allo stesso modo una comunità cristiana diventa un seme quando sceglie il perdono, la gratuità invece dell’interesse e la vicinanza invece dell’indifferenza.
È in questo punto che la distanza geografica tra Rancio e Sohag sembra quasi annullarsi. Habib ha infatti rivolto alla comunità una particolare espressione di gratitudine anche per la donazione di 10mila euro destinata a un progetto del mosaico della nuova cattedrale. Un gesto che il vescovo ha definito un segno di comunione ecclesiale e fraternità, auspicando che possa diventare l’inizio di un vero e proprio gemellaggio tra la parrocchia lecchese e la Chiesa di Sohag, fatto di visite, esperienze pastorali, preghiera e condivisione.

E mentre il vescovo parlava di una Chiesa chiamata a non chiudersi entro i propri confini, a Rancio si preparava già il segno più concreto di questo desiderio: le campane destinate proprio alle missioni. La parrocchia ha infatti donato a due Chiese, una in Egitto e una in India, un quadro raffigurante il Beato Mazzucconi, due campane e un libro. Le campane, in particolare, sono state realizzate in una fonderia di Crema da Emanuele Lanconi. Una è arrivata già completata; l’altra, invece, è stata portata a Rancio ancora ricoperta dalla terra dello stampo, perché fosse proprio la comunità, davanti all’altare, ad assistere al momento della sua apertura.

Prima di «liberarla», Lanconi ha raccontato ai presenti come nasce una campana. Un procedimento antico, che parte da materiali semplici e arriva al bronzo incandescente, attraverso stampi realizzati secondo la tecnica della fusione a cera persa. Ogni campana è un pezzo unico, personalizzato sulla base delle richieste di chi la commissiona. Per realizzare quella dedicata a Mazzucconi, la fonderia è partita da una fotografia del Beato fornita dalla parrocchia. Da quell’immagine è stata ricavata una scultura, poi trasferita sullo stampo affinché il volto e le decorazioni potessero comparire in rilievo sul bronzo. «Una campana è un pezzo unico», ha spiegato Lanconi. E proprio perché destinata a durare nel tempo, porta con sé anche le indicazioni che ne raccontano l’origine: il luogo, la data, la persona e la ragione per cui è stata realizzata. Una sorta di memoria incisa nel bronzo, che potrà continuare a raccontare la propria storia anche a distanza di moltissimi anni.
Poi è arrivato il momento dell’apertura dello stampo. La terra è stata lentamente rimossa e, sotto di essa, è comparsa la campana con l’immagine del Beato Mazzucconi. Un gesto che normalmente avviene lontano dagli occhi del pubblico e che, per questa occasione, è stato invece portato dentro la chiesa, trasformandosi in un momento condiviso.

«Ci siamo sentiti chiamati a fare questo piccolo segno», aveva spiegato don Giuseppe, parlando delle campane. Perché il loro suono, una volta arrivate nelle comunità cui sono destinate, potrà annunciare che «c’è qualcosa di più», richiamando alla fede e alla capacità di amare.
È qui che il viaggio di Mazzucconi sembra riprendere forma. Un giovane partito da Rancio verso una terra lontanissima. Un missionario che ha donato la propria vita. E oggi, dalla stessa terra, partono nuovi segni verso l’Egitto e l’India. Non è la stessa missione, non è la stessa epoca, ma il filo che le unisce è quello del dono.
«Lui ci ascolta, lui cammina con noi, lui ci mette coraggio», ha detto don Giuseppe.
La celebrazione si è conclusa così con uno sguardo che, pur partendo dalla storia locale, ha finito per abbracciare comunità lontane. Rancio ha ricordato uno dei suoi figli, ma nel farlo non si è chiusa nel passato: ha scelto di rimettere in movimento la sua memoria.
E dopo la preghiera, i ricordi e i gesti simbolici, la giornata ha ritrovato la sua dimensione più semplice e comunitaria: la cena tutti insieme sul sagrato del Santuario. Un momento conviviale che ha riunito le persone al termine delle celebrazioni, quasi a completare quel percorso iniziato al cimitero tra le tombe degli uomini e delle donne che hanno preceduto la comunità.
Dalla memoria alla preghiera, dal martirio alla missione, fino alla convivialità. Un’intera giornata per ricordare che una storia iniziata duecento anni fa a Rancio può ancora oggi attraversare confini, lingue e continenti.

La giornata, inserita nel calendario delle celebrazioni per il bicentenario della nascita del Beato, è iniziata al cimitero di Rancio, prima di raggiungere il Santuario di Santa Maria Gloriosa per la solenne celebrazione eucaristica presieduta da Mons. Thomas Habib, Eparca di Sohag, in Egitto. Un percorso tutt’altro che soltanto commemorativo: al centro, infatti, c’è stata la volontà di ricordare Mazzucconi non come una figura consegnata definitivamente al passato, ma come un uomo la cui testimonianza continua ancora oggi a generare legami, fede e missione.

A introdurre il primo momento è stato il parroco di Rancio, don Giuseppe Salvioni, davanti alla targa dedicata al Beato. «Ci siamo radunati qui per invitare alla nostra festa tutti questi amici che hanno fatto la nostra storia prima di noi e ci hanno regalato la fede. Uno di questi amici è il nostro Beato», ha detto alla comunità riunita. È quindi avvenuta la scopertura e la benedizione della lapide, accompagnata dalla preghiera. Un gesto che custodisce un significato particolare, perché va a rispondere a un desiderio espresso dallo stesso Mazzucconi quando era appena arrivato in missione. Una settimana dopo il suo arrivo, il 23 febbraio, il giovane missionario scrisse infatti al fratello chiedendo che, qualora fosse morto prima del padre, i suoi compaesani potessero ricordarsi di lui e pregare per lui, spirato lontano dalla propria terra. Quella richiesta, a distanza di quasi due secoli, è diventata realtà proprio nel luogo da cui Mazzucconi era partito.

«Noi non vogliamo semplicemente onorarlo perché è uno dei nostri», ha spiegato don Giuseppe. «Noi vogliamo che sia con noi». Una frase che racchiude il senso dell’intera giornata: la memoria non come semplice celebrazione di un concittadino illustre, ma come possibilità di sentirne ancora viva la presenza e lasciarsi interrogare dalla sua scelta.

Dal cimitero il cammino è proseguito al Santuario di Santa Maria Gloriosa, dove la comunità ha accolto Mons. Thomas Habib. Un legame, quello tra il vescovo egiziano e don Giuseppe, che affonda le proprie radici in oltre 36 anni di conoscenza. Habib ha ricordato infatti di essere arrivato in Italia da giovane seminarista, senza conoscere la lingua, e di aver trovato proprio nel sacerdote una persona capace di accoglierlo e aiutarlo nel suo percorso. Da allora, ha raccontato, il rapporto è diventato quello tra amici e fratelli.
Prima dell’omelia, il vescovo ha voluto condividere anche un ricordo personale legato alla Madonna e agli anni del servizio militare obbligatorio in Egitto. Desiderava partecipare alla Messa della festa dell’Assunta, ma quel giorno il comandante aveva stabilito che non sarebbe stata concessa alcuna autorizzazione. Nonostante questo, dopo aver affidato la sua richiesta, nel pomeriggio venne chiamato e gli fu consegnato un permesso di 24 ore. Un episodio che Habib ha riletto negli anni come un segno della protezione della Madonna, alla quale ha raccontato di affidarsi anche oggi, in un ministero episcopale segnato da responsabilità e difficoltà.

Poi il cuore della celebrazione: il Vangelo del chicco di grano che, caduto nella terra e morto, «produce molto frutto». Un’immagine che Habib ha utilizzato per leggere la vita di Mazzucconi.
Il missionario, partito giovanissimo verso terre lontane, non avrebbe semplicemente attraversato una frontiera geografica, ma una frontiera spirituale: quella del dono totale di sé. «La sua morte non ha interrotto la missione, l’ha resa ancora più feconda», ha spiegato il vescovo. Là dove Mazzucconi non ha più potuto parlare, ha continuato a parlare la sua vita; dove le sue parole si sono fermate, è rimasta la testimonianza dell’amore. Agli occhi del mondo, ha ricordato Habib, quella morte violenta avrebbe potuto apparire come una sconfitta. Agli occhi della fede, invece, è diventata un seme. Un seme che continua a generare vocazioni, comunità e testimonianza.

Ed è proprio qui che la figura del Beato torna a parlare anche al presente. La missione, ha sottolineato il vescovo, non coincide necessariamente con la partenza verso una terra lontana o con il martirio. È anche una scelta quotidiana: «morire» al proprio egoismo, all’orgoglio e all’indifferenza per lasciare spazio al servizio, al perdono, alla gratuità e alla carità.
«Un sacerdote diventa chicco di grano quando consuma la propria vita per il popolo che gli è stato affidato», ha spiegato. E allo stesso modo una comunità cristiana diventa un seme quando sceglie il perdono, la gratuità invece dell’interesse e la vicinanza invece dell’indifferenza.
È in questo punto che la distanza geografica tra Rancio e Sohag sembra quasi annullarsi. Habib ha infatti rivolto alla comunità una particolare espressione di gratitudine anche per la donazione di 10mila euro destinata a un progetto del mosaico della nuova cattedrale. Un gesto che il vescovo ha definito un segno di comunione ecclesiale e fraternità, auspicando che possa diventare l’inizio di un vero e proprio gemellaggio tra la parrocchia lecchese e la Chiesa di Sohag, fatto di visite, esperienze pastorali, preghiera e condivisione.

E mentre il vescovo parlava di una Chiesa chiamata a non chiudersi entro i propri confini, a Rancio si preparava già il segno più concreto di questo desiderio: le campane destinate proprio alle missioni. La parrocchia ha infatti donato a due Chiese, una in Egitto e una in India, un quadro raffigurante il Beato Mazzucconi, due campane e un libro. Le campane, in particolare, sono state realizzate in una fonderia di Crema da Emanuele Lanconi. Una è arrivata già completata; l’altra, invece, è stata portata a Rancio ancora ricoperta dalla terra dello stampo, perché fosse proprio la comunità, davanti all’altare, ad assistere al momento della sua apertura.

Prima di «liberarla», Lanconi ha raccontato ai presenti come nasce una campana. Un procedimento antico, che parte da materiali semplici e arriva al bronzo incandescente, attraverso stampi realizzati secondo la tecnica della fusione a cera persa. Ogni campana è un pezzo unico, personalizzato sulla base delle richieste di chi la commissiona. Per realizzare quella dedicata a Mazzucconi, la fonderia è partita da una fotografia del Beato fornita dalla parrocchia. Da quell’immagine è stata ricavata una scultura, poi trasferita sullo stampo affinché il volto e le decorazioni potessero comparire in rilievo sul bronzo. «Una campana è un pezzo unico», ha spiegato Lanconi. E proprio perché destinata a durare nel tempo, porta con sé anche le indicazioni che ne raccontano l’origine: il luogo, la data, la persona e la ragione per cui è stata realizzata. Una sorta di memoria incisa nel bronzo, che potrà continuare a raccontare la propria storia anche a distanza di moltissimi anni.
Poi è arrivato il momento dell’apertura dello stampo. La terra è stata lentamente rimossa e, sotto di essa, è comparsa la campana con l’immagine del Beato Mazzucconi. Un gesto che normalmente avviene lontano dagli occhi del pubblico e che, per questa occasione, è stato invece portato dentro la chiesa, trasformandosi in un momento condiviso.

«Ci siamo sentiti chiamati a fare questo piccolo segno», aveva spiegato don Giuseppe, parlando delle campane. Perché il loro suono, una volta arrivate nelle comunità cui sono destinate, potrà annunciare che «c’è qualcosa di più», richiamando alla fede e alla capacità di amare.
È qui che il viaggio di Mazzucconi sembra riprendere forma. Un giovane partito da Rancio verso una terra lontanissima. Un missionario che ha donato la propria vita. E oggi, dalla stessa terra, partono nuovi segni verso l’Egitto e l’India. Non è la stessa missione, non è la stessa epoca, ma il filo che le unisce è quello del dono.
«Lui ci ascolta, lui cammina con noi, lui ci mette coraggio», ha detto don Giuseppe.
La celebrazione si è conclusa così con uno sguardo che, pur partendo dalla storia locale, ha finito per abbracciare comunità lontane. Rancio ha ricordato uno dei suoi figli, ma nel farlo non si è chiusa nel passato: ha scelto di rimettere in movimento la sua memoria.
E dopo la preghiera, i ricordi e i gesti simbolici, la giornata ha ritrovato la sua dimensione più semplice e comunitaria: la cena tutti insieme sul sagrato del Santuario. Un momento conviviale che ha riunito le persone al termine delle celebrazioni, quasi a completare quel percorso iniziato al cimitero tra le tombe degli uomini e delle donne che hanno preceduto la comunità.
Dalla memoria alla preghiera, dal martirio alla missione, fino alla convivialità. Un’intera giornata per ricordare che una storia iniziata duecento anni fa a Rancio può ancora oggi attraversare confini, lingue e continenti.
Gloria Draghi





















