Assenti alla presenza
Sono piovute le sanzioni, e con le sanzioni sono arrivate le solidarietà.
Comunicati, prese di posizione, interpellanze, firme in calce a lettere aperte: tutti, oggi, dalla parte dei ragazzi della Rete Antifascista multati per aver contestato - senza preavviso, dice la Questura, quindi illecito amministrativo, migliaia di euro a testa - la commemorazione dei repubblichini del 27 aprile.
Bene.
Anzi, benissimo:
quelle sanzioni sono sproporzionate, colpiscono chi ha alzato la voce contro chi commemora chi ammazzò partigiani anche dopo aver esposto bandiera bianca, e vanno dette con chiarezza per quello che sono, cioè uno strumento - il decreto sicurezza, che riscrive un TULPS di matrice fascista - per reprimere il dissenso di oggi.
Peraltro il dissenso fisico a una manifestazione vigliaccamente anticipata senza preavviso così che anche la contrapposizione alla stessa non poteva che essere anticipata, senza preavviso, appena scoperta la nuova data.
Ma c'è una domanda che nessuno, tra chi firma oggi, sembra disposto a farsi: dov'erano, questi solidali in quel momento e negli anni precedenti?
Perché il punto non è se la commemorazione dei militi della RSI sia legittima sulla carta - lo è, la legge (assurda) la consente e non è certo un farlocco e inefficace ordine del giorno del Consiglio Comunale del 30 marzo a impedirlo.
Il punto è che una città decorata con la medaglia d'argento al valor militare per la Resistenza, governata per anni dal centrosinistra, non ha mai pensato di occupare quello spazio prima che diventasse terreno di scontro.
Non ha mai accolto richieste in tal proposito.
Non un'iniziativa di lettura pubblica, non una rappresentazione teatrale, una spaghettata antifascista, non un presidio culturale istituzionale permanente nei giorni del 27-28 aprile.
Nulla che riempisse fisicamente quei luoghi con la storia vera, con i nomi dei partigiani, con la memoria che l'amministrazione dice di onorare ogni 25 aprile in piazza con il discorso di rito.
Il vuoto lasciato dall'istituzione lo hanno riempito loro: i ragazzi, quelli "brutti e cattivi" da soli, senza sponda politica, senza copertura, senza alternativa che non fosse il corpo a corpo nelle strade attorno allo stadio.
E qui va detta anche la parte che scomoda chi si è già seduto compiaciuto dalla parte giusta della barricata:
riempire un vuoto istituzionale da soli, in modo solitario e avventato, ha prodotto anche cori e slogan che definire indecenti è poco - bisognerebbe chiedersi, senza sconti a nessuno, se richiamare Acca Larentia o minacciare avversari politici sia davvero il modo di onorare l'antifascismo o non ne sia invece la caricatura più utile ai suoi nemici.
Chi oggi scrive la lettera aperta chiedendo ad ANPI e csx di condannare quegli eccessi non ha tutti i torti: la violenza verbale, quando diventa minaccia, non è antifascismo, è il suo contrario travestito da urgenza.
Ma proprio per questo la responsabilità di chi doveva esserci prima - con altri strumenti, altre iniziative, altra presenza - pesa di più, non di meno.
Se l'amministrazione avesse fatto il suo mestiere negli anni, quei ragazzi non si sarebbero trovati a dover essere, da soli, l'unico argine.
Il muro contro muro, lo sappiamo, non funziona quasi mai.
Ma il muro contro muro è esattamente ciò che resta quando l'unica risposta istituzionale a una commemorazione neofascista è il silenzio per anni o un odg inerte seguito dalla solidarietà a sanzioni già firmate.
Le firme di oggi arrivano quando il conto è già arrivato per posta a chi ha pagato di persona.
Servono - ma servono più a chi le mette in calce che a chi le riceve.
Comunicati, prese di posizione, interpellanze, firme in calce a lettere aperte: tutti, oggi, dalla parte dei ragazzi della Rete Antifascista multati per aver contestato - senza preavviso, dice la Questura, quindi illecito amministrativo, migliaia di euro a testa - la commemorazione dei repubblichini del 27 aprile.
Bene.
Anzi, benissimo:
quelle sanzioni sono sproporzionate, colpiscono chi ha alzato la voce contro chi commemora chi ammazzò partigiani anche dopo aver esposto bandiera bianca, e vanno dette con chiarezza per quello che sono, cioè uno strumento - il decreto sicurezza, che riscrive un TULPS di matrice fascista - per reprimere il dissenso di oggi.
Peraltro il dissenso fisico a una manifestazione vigliaccamente anticipata senza preavviso così che anche la contrapposizione alla stessa non poteva che essere anticipata, senza preavviso, appena scoperta la nuova data.
Ma c'è una domanda che nessuno, tra chi firma oggi, sembra disposto a farsi: dov'erano, questi solidali in quel momento e negli anni precedenti?
Perché il punto non è se la commemorazione dei militi della RSI sia legittima sulla carta - lo è, la legge (assurda) la consente e non è certo un farlocco e inefficace ordine del giorno del Consiglio Comunale del 30 marzo a impedirlo.
Il punto è che una città decorata con la medaglia d'argento al valor militare per la Resistenza, governata per anni dal centrosinistra, non ha mai pensato di occupare quello spazio prima che diventasse terreno di scontro.
Non ha mai accolto richieste in tal proposito.
Non un'iniziativa di lettura pubblica, non una rappresentazione teatrale, una spaghettata antifascista, non un presidio culturale istituzionale permanente nei giorni del 27-28 aprile.
Nulla che riempisse fisicamente quei luoghi con la storia vera, con i nomi dei partigiani, con la memoria che l'amministrazione dice di onorare ogni 25 aprile in piazza con il discorso di rito.
Il vuoto lasciato dall'istituzione lo hanno riempito loro: i ragazzi, quelli "brutti e cattivi" da soli, senza sponda politica, senza copertura, senza alternativa che non fosse il corpo a corpo nelle strade attorno allo stadio.
E qui va detta anche la parte che scomoda chi si è già seduto compiaciuto dalla parte giusta della barricata:
riempire un vuoto istituzionale da soli, in modo solitario e avventato, ha prodotto anche cori e slogan che definire indecenti è poco - bisognerebbe chiedersi, senza sconti a nessuno, se richiamare Acca Larentia o minacciare avversari politici sia davvero il modo di onorare l'antifascismo o non ne sia invece la caricatura più utile ai suoi nemici.
Chi oggi scrive la lettera aperta chiedendo ad ANPI e csx di condannare quegli eccessi non ha tutti i torti: la violenza verbale, quando diventa minaccia, non è antifascismo, è il suo contrario travestito da urgenza.
Ma proprio per questo la responsabilità di chi doveva esserci prima - con altri strumenti, altre iniziative, altra presenza - pesa di più, non di meno.
Se l'amministrazione avesse fatto il suo mestiere negli anni, quei ragazzi non si sarebbero trovati a dover essere, da soli, l'unico argine.
Il muro contro muro, lo sappiamo, non funziona quasi mai.
Ma il muro contro muro è esattamente ciò che resta quando l'unica risposta istituzionale a una commemorazione neofascista è il silenzio per anni o un odg inerte seguito dalla solidarietà a sanzioni già firmate.
Le firme di oggi arrivano quando il conto è già arrivato per posta a chi ha pagato di persona.
Servono - ma servono più a chi le mette in calce che a chi le riceve.
Paolo Trezzi




















