Lecco R1PUD1A la guerra?
Nel rimuovere lo striscione R1PUD1A affisso sulla facciata del palazzo municipale da poco più di un anno e mezzo, aderendo a una campagna lanciata da Emergency che cita l’articolo 11 della Costituzione italiana, il nuovo sindaco e la nuova maggioranza ci fanno capire di che pasta sono: il ripudio della guerra non è affar loro, anzi – dato che sostengono come maggioranza di governo un paese che sta compiendo un genocidio e azioni militari in numerosi altri paesi “sovrani” – è proprio da escludere.
Tuttavia questa rimozione svela anche l’ipocrisia di un’affissione “gratuita” e senza interventi significativi: la città infatti, ben lungi dal ripudiare la guerra, ha numerose aziende che producono proiettili, forge per produrre proiettili e svariate altre tecnologie d’uso militare: a queste aziende, molte delle quali lavorano anche per produrre tecnologie civili, la giunta precedente non ha fatto nessuna pressione per riconvertire la propria produzione, né ha rifiutato da queste aziende sponsorizzazioni e pubblicità da parte che, teoricamente, sarebbero state da considerare indesiderate.
Speriamo quindi che, visto che l’affissione dello striscione non ha portato in città una riflessione sul tema, a parte quella lanciata, ormai da tre anni (quindi ben prima della campagna di Emergency), dall’Assemblea permanente contro le guerre, sia magari la sua rimozione a stimolare il dibattito su una realtà che non possiamo nascondere e di cui non possiamo che vergognarci: questa città con le guerre ci campa, e pure con il genocidio a Gaza, dato che diverse aziende lecchesi riforniscono di stampi l’esercito israeliano e di proiettili i coloni che, con altrettanta violenza, occupano sempre più territori della Cisgiordania.
Tuttavia questa rimozione svela anche l’ipocrisia di un’affissione “gratuita” e senza interventi significativi: la città infatti, ben lungi dal ripudiare la guerra, ha numerose aziende che producono proiettili, forge per produrre proiettili e svariate altre tecnologie d’uso militare: a queste aziende, molte delle quali lavorano anche per produrre tecnologie civili, la giunta precedente non ha fatto nessuna pressione per riconvertire la propria produzione, né ha rifiutato da queste aziende sponsorizzazioni e pubblicità da parte che, teoricamente, sarebbero state da considerare indesiderate.
Speriamo quindi che, visto che l’affissione dello striscione non ha portato in città una riflessione sul tema, a parte quella lanciata, ormai da tre anni (quindi ben prima della campagna di Emergency), dall’Assemblea permanente contro le guerre, sia magari la sua rimozione a stimolare il dibattito su una realtà che non possiamo nascondere e di cui non possiamo che vergognarci: questa città con le guerre ci campa, e pure con il genocidio a Gaza, dato che diverse aziende lecchesi riforniscono di stampi l’esercito israeliano e di proiettili i coloni che, con altrettanta violenza, occupano sempre più territori della Cisgiordania.
Michele Benini




















