Lecco: il ponte Badoni alla stazione: «Un centenario da celebrare». Ex impiegata dell'azienda scrive al sindaco
È stato il nonno e il padre che non ho avuto, dice. Parla di Giuseppe Riccardo Badoni. Proprio lui: uno degli industriali che maggiormente hanno segnato il Novecento lecchese. A considerarlo nonno e padre è Mariangela Fumagalli, per quasi quarant’anni impiegata alla “Badoni”: dal 1957 al 1994, «fino alla fine, ultima a uscire, la porta l’ho chiusa io…». Il 1994, per intenderci è l’anno in cui la gloriosa azienda di corso Matteotti a Castello ha cessato di esistere, destinata come altre fabbriche storiche della città a essere abbattuta per lasciare il posto a palazzine per abitazioni o uffici.

Da quel giorno della “porta chiusa” sono passati più di trent’anni. Eppure lei è ancora qui a parlarci di Badoni e della Badoni. Lei che partorì una figlia nei giorni in cui si inaugurava il ponte sul Bosforo e fu quasi tentata di chiamarla, la pargoletta, Bosforina. Poi, fortunatamente per la piccola, è stato scelto il più tradizionale Chiara. Tra l’altro, da sposata Mariangela fa Contessi. E il cognome ci ricorda quel Simone Contessi morto diciassettenne arrampicando sul Pordoi per una corda tranciata. Da un sasso? Da un fulmine? Era suo figlio. Mariangela e il marito Giuliano per qualche tempo hanno dato battaglia per appurare le cause esatte, poi hanno lasciato perdere, «tanto Simone non ce l’avrebbe restituito nessuno».
Ci incontriamo proprio nella casa “storica” della famiglia Badoni. Ad accoglierci Laura Kramer Badoni, bisnipote del grande patriarca, figlia di quel Giuseppe Kramer Badoni che il nonno volle alla guida dell’azienda negli ultimi anni, sottraendolo alla carriera d’artista, che avrebbe preferito, per indirizzarlo invece verso un futuro da ingegnere e imprenditore.
Nel salotto dove sediamo, alla parete spicca proprio il ritratto di Giuseppe Kramer; accanto una piccola natura morta: un bicchiere, una bottiglia, una tazzina. Dipinti proprio da lui: «Il suo cognac, il suo caffè…»
Tra fotografie e altri ritratti, l’atmosfera induce alla memoria. In realtà, siamo qui per parlare di un ponte. Che, in fondo, è pure questa memoria.

Non del celebre ponte sul Bosforo (l’ultima grande opera prima del declino) e nemmeno di quello sul fiume Lao in Calabria, realizzato nel 1969 e che fino al 2014 è stato il ponte più alto d’Europa. Bensì, di un ponte più piccolo. Sta proprio lì sotto, in corso Matteotti, scavalcando la ferrovia. “El Punt di Badun” era chiamato e venne gettato nel 1928.

Fra due anni, dunque, quel ponte compie cent’anni. E per Mariangela Fumagalli l’anniversario andrebbe festeggiato degnamente. Aveva scritto all’ex sindaco Mauro Gattinoni, fin da quando si era insediato nel 2020, ne aveva poi parlato con l’assessore Maria Sacchi.

Le elezioni hanno cambiato il quadro politico. E due giorni dopo il giuramento di Filippo Boscagli, Mariangela Fumagalli è tornata a scrivere in municipio per ricordare la scadenza sempre più vicina. La segreteria del sindaco le ha assicurato un interessamento.

Già, a suo tempo, aveva stressato Virginio Brivio sollecitando interventi di manutenzione. Che vennero fatti nel 2014 in collaborazione tra il Comune (competente per la parte superiore) e le Ferrovia (per quella sottostante).

Il ponte venne ridipinto, anche se Fumagalli ritiene non nel migliore dei modi. «E poi – aggiunge – sono stati tolti anche i fasci che stavano vicino allo stemma comunale. Vero che erano simboli fascisti, ma era pur sempre Storia. Però, hanno lasciato i buchi. Difficile chiuderli…»

Soprattutto, però, “el punt di Badun” andrebbe valorizzato – la spiegazione – perché è uno dei pochi ponti chiodati rimasti, chissà forse l’unico: «Fino agli anni Sessanta, per le Ferrovie si realizzarono ponti chiodati, poi vennero quelli bullonati. Questo di corso Matteotti rappresenta dunque un’epoca. Quanti ce ne sono ancora in giro di ponti fatti così? Me li ricordo, io, i ragazzini che scaldavano i chiodi, gli operai con le macchine…»

Ecco, dunque, la richiesta di celebrare degnamente quel centenario. Il ponte, sulle cui fiancate ancora campeggia il marchio “Antonio Badoni” su un fondo azzurro ormai scolorito, oggi è diventato un simbolo, quello della carpenteria pesante in cui si era, tra le altre cose, specializzata l’azienda lecchese sotto la guida di Giuseppe Riccardo. «Il padre e il nonno che non ho avuto», appunto.

Spiega Fumagalli: «Per tre generazioni, la nostra famiglia ha lavorato alla “Badoni”. Mio padre Augusto morì a 38 anni in un infortunio mentre controllava un gazometro nel 1944. Mia madre Teresa restò con due figli piccoli: io avevo 4 anni. Che poteva fare? Andò a lavorare a Villa Badoni e Giuseppe Riccardo l’aiutò: a mio fratello Luigi pagò anche gli studi al Collegio Volta. A me no: ero una ragazza. Allora era così. Ma a 17 anni entrai in azienda, come impiegata. Poi andai in Inghilterra per studiare l’inglese e al rientro tornai a lavorare in Badoni. E così fu quando volli andare in America: Giuseppe Riccardo mi fece promettere che quando sarei ritornata in Italia, sarei tornata a lavorare da lui. E così è stato: avevo fatto una promessa. L’ho mantenuta. Con l’inglese imparato, da impiegata sono diventata interprete. E sono rimasta in azienda fino alla chiusura.»
In un video registrato da Francesca Brambilla per il Politecnico e reperibile su Youtube, Mariangela Fumaggalli parla del suo legame profondo con l’azienda.
Alla “Badoni”, naturalmente, ha lavorato anche il marito Giuliano. Tutta una vita, dunque, vissuta attorno al centro di gravità della fabbrica. Aveva altri orizzonti, invece, il figlio Simone: «Era portato artisticamente – ricorda la mamma - ha frequentato l’istituto d’arte di Cantù e poi si dedicava allo sport. E sembrava davvero avesse poco da vivere tante erano le cose che voleva fare. Un giorno a Ballabio ha conosciuto Matteo Castelnuovo, figlio del “ragno” Pinuccio e ha cominciato ad andare in montagna. Hanno messo in piedi il gruppo del “Malnatt”. Poi, è arrivato il momento di andare in campeggio alle Dolomiti. Forse, Simone era predestinato: a una settimana dalla nascita dovette già essere operato e il medico mi disse che si era riusciti a salvarlo perché l’avevo portato subito in ospedale; a dieci anni, invece aveva rischiato di annegare in Tunisia». E poi l’estate nelle Dolomiti: «So che è una stupidata – dice mamma Mariangela - però mi viene sempre di pensare che quella volta lì, io non c’ero. E non ho potuto salvarlo.»

«Era un ragazzo simpatico, solare» è il ricordo della cugina Elena che alla “Badoni” non ha lavorato ma che quell’aria la respira da anni e infatti con la zia Mariangela sta cercando di mettere assieme tutta una serie di ricordi.
Mariangela Fumagalli
Da quel giorno della “porta chiusa” sono passati più di trent’anni. Eppure lei è ancora qui a parlarci di Badoni e della Badoni. Lei che partorì una figlia nei giorni in cui si inaugurava il ponte sul Bosforo e fu quasi tentata di chiamarla, la pargoletta, Bosforina. Poi, fortunatamente per la piccola, è stato scelto il più tradizionale Chiara. Tra l’altro, da sposata Mariangela fa Contessi. E il cognome ci ricorda quel Simone Contessi morto diciassettenne arrampicando sul Pordoi per una corda tranciata. Da un sasso? Da un fulmine? Era suo figlio. Mariangela e il marito Giuliano per qualche tempo hanno dato battaglia per appurare le cause esatte, poi hanno lasciato perdere, «tanto Simone non ce l’avrebbe restituito nessuno».
Giuseppe Kramer Badoni
Ci incontriamo proprio nella casa “storica” della famiglia Badoni. Ad accoglierci Laura Kramer Badoni, bisnipote del grande patriarca, figlia di quel Giuseppe Kramer Badoni che il nonno volle alla guida dell’azienda negli ultimi anni, sottraendolo alla carriera d’artista, che avrebbe preferito, per indirizzarlo invece verso un futuro da ingegnere e imprenditore.
Tra fotografie e altri ritratti, l’atmosfera induce alla memoria. In realtà, siamo qui per parlare di un ponte. Che, in fondo, è pure questa memoria.
Il ponte sul Lao
Non del celebre ponte sul Bosforo (l’ultima grande opera prima del declino) e nemmeno di quello sul fiume Lao in Calabria, realizzato nel 1969 e che fino al 2014 è stato il ponte più alto d’Europa. Bensì, di un ponte più piccolo. Sta proprio lì sotto, in corso Matteotti, scavalcando la ferrovia. “El Punt di Badun” era chiamato e venne gettato nel 1928.
Il ponte su Corso Matteotti
Fra due anni, dunque, quel ponte compie cent’anni. E per Mariangela Fumagalli l’anniversario andrebbe festeggiato degnamente. Aveva scritto all’ex sindaco Mauro Gattinoni, fin da quando si era insediato nel 2020, ne aveva poi parlato con l’assessore Maria Sacchi.

Il ponte visto dalla stazione
Le elezioni hanno cambiato il quadro politico. E due giorni dopo il giuramento di Filippo Boscagli, Mariangela Fumagalli è tornata a scrivere in municipio per ricordare la scadenza sempre più vicina. La segreteria del sindaco le ha assicurato un interessamento.
Lo stemma del Comune di Lecco
Già, a suo tempo, aveva stressato Virginio Brivio sollecitando interventi di manutenzione. Che vennero fatti nel 2014 in collaborazione tra il Comune (competente per la parte superiore) e le Ferrovia (per quella sottostante).
I buchi lasciati quando furono tolti i fasci
Il ponte venne ridipinto, anche se Fumagalli ritiene non nel migliore dei modi. «E poi – aggiunge – sono stati tolti anche i fasci che stavano vicino allo stemma comunale. Vero che erano simboli fascisti, ma era pur sempre Storia. Però, hanno lasciato i buchi. Difficile chiuderli…»
Soprattutto, però, “el punt di Badun” andrebbe valorizzato – la spiegazione – perché è uno dei pochi ponti chiodati rimasti, chissà forse l’unico: «Fino agli anni Sessanta, per le Ferrovie si realizzarono ponti chiodati, poi vennero quelli bullonati. Questo di corso Matteotti rappresenta dunque un’epoca. Quanti ce ne sono ancora in giro di ponti fatti così? Me li ricordo, io, i ragazzini che scaldavano i chiodi, gli operai con le macchine…»
Ecco, dunque, la richiesta di celebrare degnamente quel centenario. Il ponte, sulle cui fiancate ancora campeggia il marchio “Antonio Badoni” su un fondo azzurro ormai scolorito, oggi è diventato un simbolo, quello della carpenteria pesante in cui si era, tra le altre cose, specializzata l’azienda lecchese sotto la guida di Giuseppe Riccardo. «Il padre e il nonno che non ho avuto», appunto.

Spiega Fumagalli: «Per tre generazioni, la nostra famiglia ha lavorato alla “Badoni”. Mio padre Augusto morì a 38 anni in un infortunio mentre controllava un gazometro nel 1944. Mia madre Teresa restò con due figli piccoli: io avevo 4 anni. Che poteva fare? Andò a lavorare a Villa Badoni e Giuseppe Riccardo l’aiutò: a mio fratello Luigi pagò anche gli studi al Collegio Volta. A me no: ero una ragazza. Allora era così. Ma a 17 anni entrai in azienda, come impiegata. Poi andai in Inghilterra per studiare l’inglese e al rientro tornai a lavorare in Badoni. E così fu quando volli andare in America: Giuseppe Riccardo mi fece promettere che quando sarei ritornata in Italia, sarei tornata a lavorare da lui. E così è stato: avevo fatto una promessa. L’ho mantenuta. Con l’inglese imparato, da impiegata sono diventata interprete. E sono rimasta in azienda fino alla chiusura.»
In un video registrato da Francesca Brambilla per il Politecnico e reperibile su Youtube, Mariangela Fumaggalli parla del suo legame profondo con l’azienda.
Alla “Badoni”, naturalmente, ha lavorato anche il marito Giuliano. Tutta una vita, dunque, vissuta attorno al centro di gravità della fabbrica. Aveva altri orizzonti, invece, il figlio Simone: «Era portato artisticamente – ricorda la mamma - ha frequentato l’istituto d’arte di Cantù e poi si dedicava allo sport. E sembrava davvero avesse poco da vivere tante erano le cose che voleva fare. Un giorno a Ballabio ha conosciuto Matteo Castelnuovo, figlio del “ragno” Pinuccio e ha cominciato ad andare in montagna. Hanno messo in piedi il gruppo del “Malnatt”. Poi, è arrivato il momento di andare in campeggio alle Dolomiti. Forse, Simone era predestinato: a una settimana dalla nascita dovette già essere operato e il medico mi disse che si era riusciti a salvarlo perché l’avevo portato subito in ospedale; a dieci anni, invece aveva rischiato di annegare in Tunisia». E poi l’estate nelle Dolomiti: «So che è una stupidata – dice mamma Mariangela - però mi viene sempre di pensare che quella volta lì, io non c’ero. E non ho potuto salvarlo.»
Elena e Mariangela Fumagalli
«Era un ragazzo simpatico, solare» è il ricordo della cugina Elena che alla “Badoni” non ha lavorato ma che quell’aria la respira da anni e infatti con la zia Mariangela sta cercando di mettere assieme tutta una serie di ricordi.
Dario Cercek




















