La recensione del libro Volevo solo correre

E' uscito nelle scorse settimane Volevo solo correre, l'ultimo libro del dottor Enrico Magni (QUI l'articolo).
Di seguito la recensione di Paolo Castagna.
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Volevo solo correre non racconta una fuga, ma l’impossibilità di fuggire da sé stessi. La corsa, nel romanzo di Enrico Magni, non è sport né semplice disciplina: è un modo per sopravvivere al rumore mentale, al senso di colpa, alla paura della dipendenza e alla difficoltà di diventare adulti.
La crisi con Louise è il centro narrativo più evidente, ma non esaurisce il senso del libro. Dentro quella relazione affiorano paure più antiche: il timore dell’abbandono, il bisogno di libertà, il rapporto irrisolto con i genitori, la malattia, la morte e il desiderio mai pacificato di paternità. Il protagonista vuole essere amato, rassicurato, protetto; nello stesso tempo vive ogni vincolo come una minaccia.
Magni ha il merito di non abbellirlo. Non lo trasforma in un eroe ferito né in una vittima da compatire. Lo lascia esposto nelle sue incoerenze, nelle ricadute, nelle ossessioni. Ne nasce un ritratto di maschilità fragile: non seducente o vincente, ma impaurita, contraddittoria, incapace di conciliare desiderio di libertà e bisogno d’amore.
Anche la sessualità viene raccontata senza idealizzazioni. Il desiderio non appare come conquista o liberazione, ma come sintomo: bisogno di conferme, compulsione, tentativo di sentirsi ancora vivo davanti alla perdita e al tempo che passa. Il corpo diventa così un campo di tensione più che di piacere.
In questo equilibrio instabile Xavier assume un ruolo importante. Non è soltanto l’amico complice: rappresenta la fuga possibile, la leggerezza perduta, una libertà adolescenziale che il protagonista continua a rimpiangere. Ma proprio per questo è anche un alibi, uno specchio ambiguo, il richiamo a una regressione da cui fatica a liberarsi.
La corsa resta il simbolo più forte. Il protagonista corre per respirare, per non pensare, per sottrarsi alla pressione della coppia, della famiglia, della malattia e della morte. Nei momenti in cui corre, soprattutto nella natura e nel silenzio, il romanzo trova le sue rare pause di equilibrio.
Molto significativa è anche la presenza dei sogni. Non servono a creare semplice atmosfera onirica, ma a mostrare ciò che il protagonista non riesce a controllare razionalmente. Nei sogni riemergono i genitori, il bisogno di protezione, la paura dell’abbandono e quella fragilità infantile che lui tenta di soffocare attraverso la corsa, il desiderio e la fuga. È lì che il romanzo lascia cadere le difese e mostra con più chiarezza la sua solitudine.
La scrittura segue fedelmente questo disordine interiore. È diretta, confessionale, spesso ruvida. Procede per accumulo, torna sugli stessi nuclei, insiste sulle stesse ossessioni. A tratti questa reiterazione può risultare eccessiva: alcuni passaggi rischiano di avvicinarsi più al diario terapeutico che alla narrazione romanzesca. Ma proprio questa insistenza costruisce l’effetto di intrappolamento mentale che il libro vuole restituire.
Volevo solo correre è quindi un romanzo imperfetto, ma emotivamente coerente. La sua forza non sta nella trama, quanto nella capacità di mettere a nudo una coscienza che si accusa, si giustifica, ricade e tenta di rialzarsi. Magni racconta un uomo che vorrebbe amare senza sentirsi imprigionato, essere libero senza restare solo, diventare adulto senza smettere di cercare protezione.
In fondo, il protagonista continua a correre perché fermarsi significherebbe ascoltare davvero il vuoto che si porta dentro.
                                                                                                      
Paolo Castagna
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