Omicidio di Cassina: la morte della 73enne sarebbe insorta per soffocamento. Paroli? Incapace di intendere e di volere
L'attesa è tutta per le conclusioni che saranno rassegnate a inizio luglio. Si può dire terminata infatti, dopo l'udienza svoltasi nel pomeriggio odierno a Como, in Corte di Assise, l'istruttoria dibattimentale nell'ambito del procedimento penale che vede Corrado Paroli chiamato a rispondere dell'omicidio della mamma Margherita Colombo, trovata priva di vita nell'abitazione di Cassina Valsassina che i due condividevano. Un episodio, risalente al 18 novembre 2024, che aveva scosso l'intera comunità; se Paroli – ristretto in carcere a Monza – in questi mesi ha sempre respinto con forza l'accusa di aver cagionato la morte della madre, per la quale di fatto aveva sacrificato gran parte della propria vita (anche privata), per la Procura di Lecco l'imputato - difeso dagli avvocati Riccardo Mariconti e Maria Isabella Forlaita del Foro di Milano - avrebbe somministrato alla donna una bevanda contenente i farmaci Trittico e Anelor, cagionandone poi la morte per asfissia mediante le mani premutegli sul viso (o avvalendosi di un mezzo morbido).

Un'udienza, quella di oggi, che si rivelerà probabilmente decisiva ai fini della sentenza finale, pur lasciando ancora spazio a qualche interrogativo. Chiamati a deporre infatti i consulenti ai quali la Corte si è rivolta per dirimere due dubbi: la causa della morte della 73enne e la capacità di intendere e di volere del Paroli al momento dei fatti. L'istruttoria infatti, non aveva sino ad oggi fornito una verità univoca, con i consulenti della difesa e della Procura che avevano presentato tesi divergenti.
Sulla prima questione si è espresso oggi pomeriggio il dottor Giovanni Scola, anatomopatologo, secondo il quale la morte di Margherita Colombo sarebbe insorta per asfissia dovuta a soffocamento. Una tesi in linea con quella già esposta qualche udienza fa dal consulente del pubblico ministero, il dottor Luca Tajana. Se è vero che l'età della vittima, unitamente all'associazione di due sostanze quali Trittico e Anelor in grandi quantità, avrebbero potuto indubbiamente causare effetti collaterali importanti nella 73enne, il medico ha messo in evidenza i segni riscontrati sul corpo dell'anziana e in particolare l'ecchimosi presente sul labbro inferiore, risultato di una compressione violenta sull'arcata dentale o gengivale.
Un soffocamento attuato su un soggetto non in grado di reagire e protratto per un tempo abbastanza lungo, che avrebbe avuto conseguenze letali stante anche le capacità respiratorie già in parte compromesse dai farmaci. ''Io penso che questo sia avvenuto mediante l'utilizzo di un mezzo morbido'' ha detto l'anatomopatologo rispondendo alle domande del sostituto procuratore Simona Galluzzo che, insieme al collega Mario Quaglia, ha rilevato la titolare del fascicolo d'indagine, ossia la dottoressa Chiara Di Francesco, in congedo per maternità.
Nessuna rilevanza, per il dottor Scola, avrebbero invece le lesioni riscontrate sugli arti superiori della vittima: ''potrebbero essere riferibili all'afferramento di una persona che sta cadendo'' ha detto, ritenendole ''datate rispetto all'evento morte''.
Nonostante le ''contestazioni'' mosse dall'avvocato Mariconti che ha più volte richiamato le conclusioni alle quali era giunto il proprio consulente, dottor Andrea Gentilomo, il perito ha confermato la propria teoria, basata sugli accertamenti condotti e sull'esperienza professionale maturata in lunghi anni: Margherita Colombo non sarebbe morta per un'aritmia causata da un'intossicazione da farmaci. Anche perché – secondo il consulente nominato dalla Corte – è davvero difficile indicare una dose standard dalle capacità letali. I parametri e le variabili da considerare sono molteplici.

Se dunque la consulenza del dottor Scola ha in qualche modo confermato la tesi della Procura, la deposizione del dottor Nicola Poloni ha riportato la situazione al pareggio. Lo psichiatra nella sua relazione presentata quest'oggi in Aula, ha infatti ritenuto Corrado Paroli incapace di intendere e di volere al momento dei fatti. Seppur nel corso della propria esistenza non fosse mai stato preso in carico da specialisti della salute mentale, ''i dati ci portano a pensare che si trovasse in una condizione depressiva dalla derivanza psicopatologica che si prolungava da molto tempo'' ha detto il consulente, ritenendo che la sua condizione non fosse legata soltanto agli eventi stressanti che l'imputato aveva dovuto affrontare soprattutto negli ultimi (faticosi) anni della propria esistenza. Paroli sarebbe stato affetto da una forma di depressione maggiore favorita da una specifica vulnerabilità individuale, da una sorta di predisposizione. Partendo dal presupposto che il valsassinese abbia di fatto commesso il delitto di cui è accusato – come indicato dalla Procura nel capo di imputazione – secondo il dottor Poloni in quel preciso momento il cinquantenne sarebbe stato interessato da una reazione dissociativa, una patologia psichiatrica (della durata di giorni o di ore) capace di innestarsi sul suo stato depressivo dovuto agli eventi del recentissimo passato. A questo proposito lo psichiatra ha citato i giorni precedenti caratterizzati da un crescendo di tensioni con la madre che si era comportata male con i nipoti (i figli del Paroli) che avevano chiesto di sospendere il weekend con il papà per tornare dalla mamma. Un episodio trigger che avrebbe scatenato la volontà di un gesto autolesionistico, messo in atto lucidamente. Poi però, complice forse anche l'effetto dell'assunzione della tisana nella quale aveva somministrato i farmaci e ai vissuti di rabbia verso la madre, potrebbe essere successo qualcosa di diverso.
Se ciò dovesse essere effettivamente accaduto, per il dottor Poloni si sarebbe inserito in uno stato di alterazione della coscienza dell'imputato. Una reazione dissociativa non compatibile dunque con la capacità di intendere e di volere.
Nelle sue conclusioni il consulente ha inserito anche il tema della misura di sicurezza: inidoneo a suo avviso il carcere, così come il collocamento in una comunità psichiatrica; da valutare invece, un'eventuale libertà vigilata con presa in carico da parte dei servizi psichiatrici territoriali. ''La cosa più importante è che l'imputato riesca a rivisitare la propria storia di vita'' ha detto infine il medico, senza escludere per il cinquantenne la possibilità dell'avvio di un percorso lavorativo.
Un tema quest'ultimo che sarà affrontato nell'udienza del prossimo luglio durante la quale – come ha ribadito il presidente della Corte, dottor Carlo Cecchetti - è prevista la discussione finale che lascerà poi spazio alla sentenza.

Un'udienza, quella di oggi, che si rivelerà probabilmente decisiva ai fini della sentenza finale, pur lasciando ancora spazio a qualche interrogativo. Chiamati a deporre infatti i consulenti ai quali la Corte si è rivolta per dirimere due dubbi: la causa della morte della 73enne e la capacità di intendere e di volere del Paroli al momento dei fatti. L'istruttoria infatti, non aveva sino ad oggi fornito una verità univoca, con i consulenti della difesa e della Procura che avevano presentato tesi divergenti.

Un soffocamento attuato su un soggetto non in grado di reagire e protratto per un tempo abbastanza lungo, che avrebbe avuto conseguenze letali stante anche le capacità respiratorie già in parte compromesse dai farmaci. ''Io penso che questo sia avvenuto mediante l'utilizzo di un mezzo morbido'' ha detto l'anatomopatologo rispondendo alle domande del sostituto procuratore Simona Galluzzo che, insieme al collega Mario Quaglia, ha rilevato la titolare del fascicolo d'indagine, ossia la dottoressa Chiara Di Francesco, in congedo per maternità.
Nessuna rilevanza, per il dottor Scola, avrebbero invece le lesioni riscontrate sugli arti superiori della vittima: ''potrebbero essere riferibili all'afferramento di una persona che sta cadendo'' ha detto, ritenendole ''datate rispetto all'evento morte''.
Nonostante le ''contestazioni'' mosse dall'avvocato Mariconti che ha più volte richiamato le conclusioni alle quali era giunto il proprio consulente, dottor Andrea Gentilomo, il perito ha confermato la propria teoria, basata sugli accertamenti condotti e sull'esperienza professionale maturata in lunghi anni: Margherita Colombo non sarebbe morta per un'aritmia causata da un'intossicazione da farmaci. Anche perché – secondo il consulente nominato dalla Corte – è davvero difficile indicare una dose standard dalle capacità letali. I parametri e le variabili da considerare sono molteplici.

Se dunque la consulenza del dottor Scola ha in qualche modo confermato la tesi della Procura, la deposizione del dottor Nicola Poloni ha riportato la situazione al pareggio. Lo psichiatra nella sua relazione presentata quest'oggi in Aula, ha infatti ritenuto Corrado Paroli incapace di intendere e di volere al momento dei fatti. Seppur nel corso della propria esistenza non fosse mai stato preso in carico da specialisti della salute mentale, ''i dati ci portano a pensare che si trovasse in una condizione depressiva dalla derivanza psicopatologica che si prolungava da molto tempo'' ha detto il consulente, ritenendo che la sua condizione non fosse legata soltanto agli eventi stressanti che l'imputato aveva dovuto affrontare soprattutto negli ultimi (faticosi) anni della propria esistenza. Paroli sarebbe stato affetto da una forma di depressione maggiore favorita da una specifica vulnerabilità individuale, da una sorta di predisposizione. Partendo dal presupposto che il valsassinese abbia di fatto commesso il delitto di cui è accusato – come indicato dalla Procura nel capo di imputazione – secondo il dottor Poloni in quel preciso momento il cinquantenne sarebbe stato interessato da una reazione dissociativa, una patologia psichiatrica (della durata di giorni o di ore) capace di innestarsi sul suo stato depressivo dovuto agli eventi del recentissimo passato. A questo proposito lo psichiatra ha citato i giorni precedenti caratterizzati da un crescendo di tensioni con la madre che si era comportata male con i nipoti (i figli del Paroli) che avevano chiesto di sospendere il weekend con il papà per tornare dalla mamma. Un episodio trigger che avrebbe scatenato la volontà di un gesto autolesionistico, messo in atto lucidamente. Poi però, complice forse anche l'effetto dell'assunzione della tisana nella quale aveva somministrato i farmaci e ai vissuti di rabbia verso la madre, potrebbe essere successo qualcosa di diverso.
Se ciò dovesse essere effettivamente accaduto, per il dottor Poloni si sarebbe inserito in uno stato di alterazione della coscienza dell'imputato. Una reazione dissociativa non compatibile dunque con la capacità di intendere e di volere.
Nelle sue conclusioni il consulente ha inserito anche il tema della misura di sicurezza: inidoneo a suo avviso il carcere, così come il collocamento in una comunità psichiatrica; da valutare invece, un'eventuale libertà vigilata con presa in carico da parte dei servizi psichiatrici territoriali. ''La cosa più importante è che l'imputato riesca a rivisitare la propria storia di vita'' ha detto infine il medico, senza escludere per il cinquantenne la possibilità dell'avvio di un percorso lavorativo.
Un tema quest'ultimo che sarà affrontato nell'udienza del prossimo luglio durante la quale – come ha ribadito il presidente della Corte, dottor Carlo Cecchetti - è prevista la discussione finale che lascerà poi spazio alla sentenza.
Gloria Crippa




















