Restano avanzi di sillabe sparse sulla tovaglia imbandita. Vanno composte e...bisogna votare
“Restano avanzi di sillabe sparse sulla tovaglia imbandita della festa conclusa…” . È un verso di una poesia di un giovane poeta contemporaneo (“Epilogo lieve a durare” Matteo Isoni), estraneo al grande giro dei padroni dell’editoria, che dominano il mercato del libro. Sono autori che si trovano tra i libri di qualche piccola casa editrice. Sono marginali, alieni della parola, illusi, eppure sono illustri insegnanti di lettere, prof, professionisti di ogni tipo. Ma devono fare i conti con la grande distribuzione, che impone le sue condizioni, affidandosi agli editor, ai selezionatori. Gli editor impongono uno stile e un certo linguaggio standardizzato. Sono le regole del mercato a determinare un testo. Basta dare uno sguardo sfuggevole nelle librerie e si trovano biografie di politici, attori, presentatori, calciatori, cuochi, autori riciclati. Il mercato è il mercato.
In questa terra di poeti, santi e naviganti, la tiratura massima di un testo di poesia, anche per le grandi case, imprenditoriali del vapore, è di cinquecento copie. Di poesia e di scrittura si muore. Se non si fa parte della combriccola mediatica di appartenenza, si resta ai margini, come in politica: ecco perché anche nella nuova legge elettorale non si voterà per un candidato, ma per il voto di lista. Appartenenza.
Parafrasando il verso, a fine di questa campagna elettorale, di questo vocio, rumore, festival delle promesse di cose fatte o da fare, sulla tovaglia restano sillabe sparse, parole consumate, stirate, levigate sotto una grande fresa. Che cosa resterà di queste parole, di questa campagna elettorale? Lo si saprà solo tra qualche anno.
Si è parlato molto di tutto e di niente. Si è parlato di Manzoni, dei luoghi manzoniani, dell’importanza di implementare questa narrazione, e non si accorgono che ci sono migliaia di scuole che brancolano tra le strade di Pescarenico come anime perse. L’unica attrattiva sono i quattro teschi di fronte alla chiesa dei Santi Materno e Lucia, sostanzialmente chiusa. Un piccolo ristoro accessibile non c’è. Se la giornata è brutta…poveri tosi.
I vicoli di Pescarenico, che richiamano il vecchio borgo dei pescatori, sono quelli che sono. Manca un piano. Ogni padroncino pittura la propria abitazione come vuole. Pescarenico, se fosse curata e se fossero aperte al pubblico le corti, assomiglierebbe a un pezzo di Siviglia. Ma cosa vengono a fare questi tosi con gli insegnanti? Povero immaginario.
La scapigliatura milanese, nata a Maggianico, è scomparsa nella narrazione, così pure le rispettive ville. Si sono dimenticati di Ponchielli, Gomez, Appiani, Braga, Fontana, Ghislanzoni. Il tempo si è fermato da molto a Barco –frazione di Maggianico-, ma le parole continuano a macinare un racconto prosaico del grande frullato del detto e non detto.
Delle cave, dell’inquinamento, dell’implementazione energia pulita, del rumore di fondo, della caserma dei Vigili del Fuoco in attesa da almeno trent’anni, non si è sentita una parola. Non si è mai parlato di una città dei cittadini. Si è parlato di un welfare state solidale più o meno bianco, più o meno colorato.
Sulle disuguaglianze presenti all’interno della città, della vita invisibile degli operai, che lavorano assiepati, quasi nascosti all’interno delle molteplici fabbrichette, non si è sentita una parola.
Argomenti come l’inserimento interculturale, interreligioso si sono lasciati in un angolo. Si è parlato a slogan di sicurezza, o meglio delle politiche securitarie, come un dogma senza entrare in un articolato più profondo. Anche, chi si è proposto come alternativa ai due schieramenti si è soffermato a disquisire in superficie. Non basta la buona volontà. Ci vuole altro. Bisognava entrare più in profondità. Sviscerare le questioni. Il disagio giovanile, la microcriminalità c’è sempre stata. Vanno studiati i comportamenti. È un fenomeno più complesso e articolato. Non basta la logica penalizzante-retributiva o la buona educazione. Non si è sentita una parola sulla criminalità dei colletti bianchi, dell’infiltrazione strutturata delle organizzazioni affaristiche. Ogni gruppo si è impegnato a disegnare una foto della città a proprio piacimento. Il poeta suggerisce che le sillabe, cadute sulla tavola, vanno composte e bisogna votare: ma, ci sono tanti “ma” e “però” che strimpellano.
In questa terra di poeti, santi e naviganti, la tiratura massima di un testo di poesia, anche per le grandi case, imprenditoriali del vapore, è di cinquecento copie. Di poesia e di scrittura si muore. Se non si fa parte della combriccola mediatica di appartenenza, si resta ai margini, come in politica: ecco perché anche nella nuova legge elettorale non si voterà per un candidato, ma per il voto di lista. Appartenenza.
Parafrasando il verso, a fine di questa campagna elettorale, di questo vocio, rumore, festival delle promesse di cose fatte o da fare, sulla tovaglia restano sillabe sparse, parole consumate, stirate, levigate sotto una grande fresa. Che cosa resterà di queste parole, di questa campagna elettorale? Lo si saprà solo tra qualche anno.
Si è parlato molto di tutto e di niente. Si è parlato di Manzoni, dei luoghi manzoniani, dell’importanza di implementare questa narrazione, e non si accorgono che ci sono migliaia di scuole che brancolano tra le strade di Pescarenico come anime perse. L’unica attrattiva sono i quattro teschi di fronte alla chiesa dei Santi Materno e Lucia, sostanzialmente chiusa. Un piccolo ristoro accessibile non c’è. Se la giornata è brutta…poveri tosi.
I vicoli di Pescarenico, che richiamano il vecchio borgo dei pescatori, sono quelli che sono. Manca un piano. Ogni padroncino pittura la propria abitazione come vuole. Pescarenico, se fosse curata e se fossero aperte al pubblico le corti, assomiglierebbe a un pezzo di Siviglia. Ma cosa vengono a fare questi tosi con gli insegnanti? Povero immaginario.
La scapigliatura milanese, nata a Maggianico, è scomparsa nella narrazione, così pure le rispettive ville. Si sono dimenticati di Ponchielli, Gomez, Appiani, Braga, Fontana, Ghislanzoni. Il tempo si è fermato da molto a Barco –frazione di Maggianico-, ma le parole continuano a macinare un racconto prosaico del grande frullato del detto e non detto.
Delle cave, dell’inquinamento, dell’implementazione energia pulita, del rumore di fondo, della caserma dei Vigili del Fuoco in attesa da almeno trent’anni, non si è sentita una parola. Non si è mai parlato di una città dei cittadini. Si è parlato di un welfare state solidale più o meno bianco, più o meno colorato.
Sulle disuguaglianze presenti all’interno della città, della vita invisibile degli operai, che lavorano assiepati, quasi nascosti all’interno delle molteplici fabbrichette, non si è sentita una parola.
Argomenti come l’inserimento interculturale, interreligioso si sono lasciati in un angolo. Si è parlato a slogan di sicurezza, o meglio delle politiche securitarie, come un dogma senza entrare in un articolato più profondo. Anche, chi si è proposto come alternativa ai due schieramenti si è soffermato a disquisire in superficie. Non basta la buona volontà. Ci vuole altro. Bisognava entrare più in profondità. Sviscerare le questioni. Il disagio giovanile, la microcriminalità c’è sempre stata. Vanno studiati i comportamenti. È un fenomeno più complesso e articolato. Non basta la logica penalizzante-retributiva o la buona educazione. Non si è sentita una parola sulla criminalità dei colletti bianchi, dell’infiltrazione strutturata delle organizzazioni affaristiche. Ogni gruppo si è impegnato a disegnare una foto della città a proprio piacimento. Il poeta suggerisce che le sillabe, cadute sulla tavola, vanno composte e bisogna votare: ma, ci sono tanti “ma” e “però” che strimpellano.
Enrico Magni





















