In viaggio a tempo indeterminato/428: cosa non ci è piaciuto della Bolivia
Ce ne siamo andati presto dalla Bolivia e i motivi sono stati diversi.
Un cambio programma ha sbaragliato le carte, ma mentirei se dicessi che è stato solo questo a farci lasciare in fretta il Paese.
I motivi sono anche altri e li abbiamo capiti davvero solo alla fine, davanti a una pizza discutibile seduti al tavolo con due sconosciuti.
La nostra ultima tappa in Bolivia è stata Tupiza.
Una città circondata da canyon spettacolari con colori che vanno dal rosso al giallo, passando per il grigio e il verde. Questa zona nulla ha da invidiare ai blasonati parchi degli Usa.
Dopo una giornata a camminare tra pareti di roccia altissime dai nomi affascinanti come "Puerta del diablo", con due cagnolini al seguito, la sera decidiamo di andare a mangiarci una pizza.
L'unica pizzeria aperta si chiama "Pizza Steve". Le recensioni sono ottime e le foto sono ok. Non abbiamo grandi pretese perché l'astinenza da pizza ha la priorità.
Quando arriviamo alle 19, i 5 tavoli del locale sono quasi pieni. Ne è rimasto solo uno vuoto che occupiamo subito.
Ordiniamo la nostra pizza alle verdure grande. Scambiamo qualche battuta con il proprietario che mostra segni di ansia quando scopre che siamo italiani. Assaggiamo la maionese all'aglio che per qualche bizzarro motivo ci piace parecchio e restiamo ad osservare le 3 signore indaffarate a stendere le pizze.
"Hai mai pensato che le pizzaiole donne sono pochissime?" chiedo a Paolo.
"Mi sto sforzando di pensare se ne ho mai vista una in Italia ma onestamente non mi viene in mente niente. L'unica che mi ricordo è Prima, quella ragazza in Indonesia che aveva imparato a fare la pizza guardando video su YouTube dopo che il suo idolo, Marco Simoncelli, era morto in quell'incidente."
"Mamma mia quanto era buona la pizza di Prima." mi dice Paolo con sguardo sognante.
Nel frattempo nel locale sono entrati altri clienti. I cinque tavoli sono tutti pieni e nessuno sta ancora mangiando quindi l'attesa sarà lunga.
I primi della fila sono due ragazzi, una coppia.
Dato che il nostro tavolo rotondo è per 4 e noi siamo in due, gli facciamo segno di sedersi se vogliono.
Li vedo un po' intimoriti e imbarazzati. Si guardano. Si scambiano qualche parola e alla fine, anche incitati dal proprietario della pizzeria, decidono di condividere il tavolo con noi.

Iniziamo a chiacchierare e li vedo rilassarsi quando capiscono che (anche se male!) un po' di spagnolo lo parliamo.
L'attesa delle pizze sembra ancora lunga e per ingannarla iniziamo a raccontarci curiosità sulla Bolivia e sull'Italia.
Ci rendiamo tutti subito conto che abbiamo in comune più di quanto si possa pensare.
Famiglia, cibo, tradizioni. Siamo cresciuti a migliaia di chilometri di distanza ma se un alieno ci guardasse dallo spazio ora, non noterebbe mai la differenza tra noi.
Quando le pizze arrivano stiamo ovviamente parlando di cibo. Raccogliamo consigli su dove assaggiare prelibatezze e scambiamo curiosità sul nostro Paese.
Prima di sederci al tavolo eravamo perfetti sconosciuti ma adesso, qualche fetta di pizza dopo, questa sembra una serata tra amici.
Ai due ragazzi facciamo ovviamente anche la domanda che viene subito spontanea a chiunque.
Ma in questa città che si chiama Tupiza possibile che non esista un ristorante che si chiami "tu-pizza"?
Ma la vera domanda difficile arriva proprio dai due ragazzi. "Cosa non vi è piaciuto della Bolivia?" ci chiedono dopo aver ascoltato i nostri racconti sognanti sul Salar de Uyuni che mai dimenticheremo, su La Paz e il suo teleferico, sull'altissimo Lago Titicaca.
Non è semplice rispondere a una domanda del genere, anche se un'idea ce la siamo fatta.
La paura è di mancare un po' di rispetto o intristire l'interlocutore.
Quando ci fanno una domanda simile, noi in genere rispondiamo con qualcosa di poco profondo, magari simpatico e leggero. Tipo: "il mal di testa per l'altitudine" o "la cucina un po' troppo fritta". E anche questa volta, in pizzeria, abbiamo fatto lo stesso.
Ma la realtà è che qualcosa che ci ha deluso della Bolivia c'è ed è legato al fatto che avevamo aspettative completamente diverse.

Eravamo convinti che fosse un Paese poco avvezzo al turismo. Uno di quei luoghi ancora moderatamente inesplorati, fuori dalle rotte più popolari.
Questa idea, però, è saltata praticamente il giorno uno del nostro viaggio qui. E le settimane successive non hanno fatto altro che confermare.
Spesso ci siamo ritrovati circondati da turisti stranieri provenienti da Paesi europei come Francia o Germania. Un numero decisamente più alto rispetto a quanti incontrati in Perù, Ecuador o Colombia. Per non parlare degli autobus pieni di turisti provenienti dalla Corea del Sud, lontani anni luce dall'immagine di Bolivia che avevamo.
Ma quello che ci ha stupiti di più è stato notare che qui, spesso, ci parlassero in inglese.
Lo spagnolo fino all'arrivo in Bolivia, è stata l'unica lingua che abbiamo usato. Nessuno ha mai nemmeno provato a parlarci con un idioma diverso, nonostante per noi non fosse così semplice comunicare, soprattutto all'inizio.
E questa "sfida" ci è sempre piaciuta moltissimo. Forse perché, dopo tanti anni in Paesi dove si parlano lingue per noi difficilissime, l'idea di poter finalmente capire un discorso senza usare l'app di traduzione sul cellulare era davvero esaltante.
L'inglese è molto utile per viaggiare ed è molto comodo, ma tende ad appiattire tutto, a uniformare e semplificare tanto, a volte troppo.
Si perdono le sfumature, che poi in un discorso sono la parte più interessante.
Crea una specie di filtro, soprattutto quando è utilizzato da persone che non sono madrelingua.
Quindi è questa la cosa che inaspettatamente ci è piaciuta meno della Bolivia, anche se devo ammettere che anche con il cibo è stata tosta. (Scusa "Pizza Steve"!)
Un cambio programma ha sbaragliato le carte, ma mentirei se dicessi che è stato solo questo a farci lasciare in fretta il Paese.
I motivi sono anche altri e li abbiamo capiti davvero solo alla fine, davanti a una pizza discutibile seduti al tavolo con due sconosciuti.
La nostra ultima tappa in Bolivia è stata Tupiza.
Una città circondata da canyon spettacolari con colori che vanno dal rosso al giallo, passando per il grigio e il verde. Questa zona nulla ha da invidiare ai blasonati parchi degli Usa.
Dopo una giornata a camminare tra pareti di roccia altissime dai nomi affascinanti come "Puerta del diablo", con due cagnolini al seguito, la sera decidiamo di andare a mangiarci una pizza.
L'unica pizzeria aperta si chiama "Pizza Steve". Le recensioni sono ottime e le foto sono ok. Non abbiamo grandi pretese perché l'astinenza da pizza ha la priorità.
Quando arriviamo alle 19, i 5 tavoli del locale sono quasi pieni. Ne è rimasto solo uno vuoto che occupiamo subito.
Ordiniamo la nostra pizza alle verdure grande. Scambiamo qualche battuta con il proprietario che mostra segni di ansia quando scopre che siamo italiani. Assaggiamo la maionese all'aglio che per qualche bizzarro motivo ci piace parecchio e restiamo ad osservare le 3 signore indaffarate a stendere le pizze.
"Hai mai pensato che le pizzaiole donne sono pochissime?" chiedo a Paolo.
"Mi sto sforzando di pensare se ne ho mai vista una in Italia ma onestamente non mi viene in mente niente. L'unica che mi ricordo è Prima, quella ragazza in Indonesia che aveva imparato a fare la pizza guardando video su YouTube dopo che il suo idolo, Marco Simoncelli, era morto in quell'incidente."
"Mamma mia quanto era buona la pizza di Prima." mi dice Paolo con sguardo sognante.
Nel frattempo nel locale sono entrati altri clienti. I cinque tavoli sono tutti pieni e nessuno sta ancora mangiando quindi l'attesa sarà lunga.
I primi della fila sono due ragazzi, una coppia.
Dato che il nostro tavolo rotondo è per 4 e noi siamo in due, gli facciamo segno di sedersi se vogliono.
Li vedo un po' intimoriti e imbarazzati. Si guardano. Si scambiano qualche parola e alla fine, anche incitati dal proprietario della pizzeria, decidono di condividere il tavolo con noi.

Iniziamo a chiacchierare e li vedo rilassarsi quando capiscono che (anche se male!) un po' di spagnolo lo parliamo.
L'attesa delle pizze sembra ancora lunga e per ingannarla iniziamo a raccontarci curiosità sulla Bolivia e sull'Italia.
Ci rendiamo tutti subito conto che abbiamo in comune più di quanto si possa pensare.
Famiglia, cibo, tradizioni. Siamo cresciuti a migliaia di chilometri di distanza ma se un alieno ci guardasse dallo spazio ora, non noterebbe mai la differenza tra noi.
Quando le pizze arrivano stiamo ovviamente parlando di cibo. Raccogliamo consigli su dove assaggiare prelibatezze e scambiamo curiosità sul nostro Paese.
Prima di sederci al tavolo eravamo perfetti sconosciuti ma adesso, qualche fetta di pizza dopo, questa sembra una serata tra amici.
Ai due ragazzi facciamo ovviamente anche la domanda che viene subito spontanea a chiunque.
Ma in questa città che si chiama Tupiza possibile che non esista un ristorante che si chiami "tu-pizza"?
Ma la vera domanda difficile arriva proprio dai due ragazzi. "Cosa non vi è piaciuto della Bolivia?" ci chiedono dopo aver ascoltato i nostri racconti sognanti sul Salar de Uyuni che mai dimenticheremo, su La Paz e il suo teleferico, sull'altissimo Lago Titicaca.
Non è semplice rispondere a una domanda del genere, anche se un'idea ce la siamo fatta.
La paura è di mancare un po' di rispetto o intristire l'interlocutore.
Quando ci fanno una domanda simile, noi in genere rispondiamo con qualcosa di poco profondo, magari simpatico e leggero. Tipo: "il mal di testa per l'altitudine" o "la cucina un po' troppo fritta". E anche questa volta, in pizzeria, abbiamo fatto lo stesso.
Ma la realtà è che qualcosa che ci ha deluso della Bolivia c'è ed è legato al fatto che avevamo aspettative completamente diverse.

Eravamo convinti che fosse un Paese poco avvezzo al turismo. Uno di quei luoghi ancora moderatamente inesplorati, fuori dalle rotte più popolari.
Questa idea, però, è saltata praticamente il giorno uno del nostro viaggio qui. E le settimane successive non hanno fatto altro che confermare.
Spesso ci siamo ritrovati circondati da turisti stranieri provenienti da Paesi europei come Francia o Germania. Un numero decisamente più alto rispetto a quanti incontrati in Perù, Ecuador o Colombia. Per non parlare degli autobus pieni di turisti provenienti dalla Corea del Sud, lontani anni luce dall'immagine di Bolivia che avevamo.
Ma quello che ci ha stupiti di più è stato notare che qui, spesso, ci parlassero in inglese.
Lo spagnolo fino all'arrivo in Bolivia, è stata l'unica lingua che abbiamo usato. Nessuno ha mai nemmeno provato a parlarci con un idioma diverso, nonostante per noi non fosse così semplice comunicare, soprattutto all'inizio.
E questa "sfida" ci è sempre piaciuta moltissimo. Forse perché, dopo tanti anni in Paesi dove si parlano lingue per noi difficilissime, l'idea di poter finalmente capire un discorso senza usare l'app di traduzione sul cellulare era davvero esaltante.
L'inglese è molto utile per viaggiare ed è molto comodo, ma tende ad appiattire tutto, a uniformare e semplificare tanto, a volte troppo.
Si perdono le sfumature, che poi in un discorso sono la parte più interessante.
Crea una specie di filtro, soprattutto quando è utilizzato da persone che non sono madrelingua.
Quindi è questa la cosa che inaspettatamente ci è piaciuta meno della Bolivia, anche se devo ammettere che anche con il cibo è stata tosta. (Scusa "Pizza Steve"!)
Angela (e Paolo)





















