Festival dello Sviluppo Sostenibile di Lecco: all’Officina Badoni il primo incontro dedicato alle Food Policy

Che cosa significa oggi parlare di cibo? Alimentazione, certo. Ma anche salute pubblica, reddito, turismo, sostenibilità, educazione e qualità della vita. Ma soprattutto, qual è il percorso che lo porta sulle nostre tavole? Le istituzioni possono orientare sistemi alimentari più equi senza penalizzare produttori e tradizioni locali? E le certificazioni Dop e Igp bastano ancora a garantire territorialità e trasparenza in filiere sempre più complesse?
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Sono alcune delle domande che hanno attraversato il primo appuntamento del Festival dello Sviluppo Sostenibile – arrivato per la prima volta quest’anno in città grazie a R-Evolution in collaborazione con Officina Badoni – inaugurato questa sera con un confronto dedicato alle Food Policy, le politiche pubbliche legate al cibo e alla gestione dei sistemi alimentari territoriali.
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All’Officina Badoni si sono confrontati Fabio Bonanno del Comune di Roma, Giuliana Daniele, presidente di Slow Food Lombardia, Nicoletta San Martino, Assessore alla Tutela Ambientale, Sostenibilità Sociale ed Economia Circolare del Comune di Varese e Pietro Radaelli, dottorando in scienze ambientali presso l’Università degli Studi di Milano, moderati da Giacomo Brambilla, membro dell’associazione culturale promotrice R-Evolution, tra gli organizzatori del Festival. Slow Food Lombardia è stata inoltre tra le realtà promotrici dell’incontro, contribuendo a portare al centro del dibattito il rapporto tra sistemi alimentari, territori e comunità locali.
Fin dall’apertura del dibattito è emersa una consapevolezza condivisa: il cibo non può più essere considerato soltanto una merce. «Parlare di alimentazione significa parlare di comunità, salute, accesso ai diritti e qualità della vita», è stato ribadito più volte nel corso dell’incontro, in uno scenario mondiale in cui il tema alimentare si collega alle disuguaglianze sociali, alla povertà e alle tensioni geopolitiche.
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Grazie alla Carta di Pisa di recentissima introduzione promossa da ANCI, le Food Policy stanno entrando nelle agende amministrative dei Comuni italiani: «Per anni questi temi sono rimasti marginali nelle politiche locali, mentre oggi stanno diventando strumenti concreti per costruire comunità più consapevoli», ha evidenziato Daniele, «un approccio che Slow Food sintetizza nell’idea di un cibo buono, pulito e giusto», capace di garantire equità lungo tutta la filiera, dal produttore al consumatore.
Dalle esperienze di Roma e Varese è emerso invece il ruolo strategico delle amministrazioni locali nel trasformare pratiche sperimentali in modelli strutturati. Bonanno ha evidenziato come spesso siano proprio gli ostacoli burocratici a frenare i piccoli produttori agricoli: «Se vogliamo costruire un tessuto agricolo sostenibile dobbiamo semplificare procedure e abbattere costi inutili».
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Da qui il tema delle mense scolastiche e della filiera corta, con l’obiettivo di incentivare prodotti territoriali e rafforzare l’educazione alimentare già a partire dalle scuole. Proprio Bonanno ha insistito molto anche sul tema della riconnessione tra città e campagne, sottolineando come le politiche del cibo non possano essere pensate esclusivamente in chiave urbana. «In Italia solo otto città superano i 250 mila abitanti, eppure continuiamo spesso a immaginare le Food Policy come qualcosa di esclusivamente “urban”», ha osservato, evidenziando invece come gran parte delle produzioni agroalimentari di qualità nascano in piccoli comuni e territori periferici.
 Da qui la necessità di costruire politiche del cibo “Territoriali”, capaci di mettere in relazione metropoli e aree interne: le città, secondo Bonanno, devono diventare motori e veicoli di opportunità anche per i piccoli paesi, valorizzando produzioni locali, filiere di prossimità e identità territoriali. Un passaggio che ha assunto anche il valore di una riflessione indiretta per un territorio come quello lecchese, dove il rapporto tra centri urbani, vallate, agricoltura e tradizione rappresenta una componente identitaria ed economica fondamentale.
Un nodo centrale del confronto ha riguardato anche la povertà alimentare e il rapporto tra sostenibilità e reddito. «Ciò che è buono spesso viene percepito come economicamente inaccessibile», è emerso durante il dibattito, ma il contatto diretto con i piccoli produttori dimostrerebbe come il divario con la grande distribuzione sia oggi meno netto rispetto al passato.
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San Martino ha raccontato l’esperienza di Varese – oggi tra i comuni più virtuosi in tema sostenibilità – attraverso progetti di recupero delle eccedenze alimentari e reti antispreco che coinvolgono enti del terzo settore, piccoli negozi e produttori locali. Azioni che si traducono anche in strumenti amministrativi concreti, come agevolazioni Tari e incentivi per le realtà impegnate nel recupero alimentare.
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Accanto alle politiche del cibo, il confronto ha aperto una riflessione sul rapporto tra alimentazione, identità territoriale e turismo sostenibile. Pietro Redaelli ha evidenziato la necessità di trasformare gli studi sul territorio in strumenti operativi capaci di fare da ponte tra ricerca, istituzioni e cittadini. «Il turismo può diventare un catalizzatore di sviluppo sostenibile solo se inserito in una visione integrata e non esclusivamente economica». Centrali, dunque, i tavoli di confronto capaci di costruire consapevolezza critica e pianificazione territoriale condivisa: «Il cibo e il turismo non possono essere trattati soltanto come merci, ma come leve culturali e sociali per ridisegnare il territorio». Ma come declinare la spinta verso sistemi alimentari più sostenibili tutelando territori come il nostro in cui allevamento e tradizione rappresentano una componente identitaria ed economica fondamentale?
Interrogativi che il Festival dello Sviluppo Sostenibile proverà ad affrontare nei prossimi appuntamenti, tantissimi per tutto il mese di maggio, con l’obiettivo di trasformare il dibattito sulla sostenibilità in un confronto sempre più concreto tra istituzioni, cittadini, imprese e territorio.
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