In viaggio a tempo indeterminato/426: Potosi, la più bella, la più oscura
Mi guardo intorno e penso che quel ragazzo avrà più o meno la mia età, forse qualche anno in meno.
Ha addosso una divisa impolverata e appoggiato accanto a lui un caschetto giallo.
È seduto su una panchina nella piazza principale. Il sole è ancora alto e a 4000 metri senti tutta la potenza dei suoi raggi sulla faccia.
Sta mangiando dei popcorn e si guarda attorno. Li ha appena comprati da una signora che dal suo banchetto li sta facendo scoppiettare proprio ora. È sabato pomeriggio e il centro è pieno di gente che passeggia: famiglie, gruppi di ragazzi, coppie.
Potosì è sicuramente la città con il centro storico più bello che abbiamo visto qui in Bolivia. E il merito non è solo degli edifici bianchi con quelle facciate dall'inconfondibile stile coloniale. A rendere Potosì unica è il monte che sbuca alla fine della via principale della città: il Cerro Rico (la montagna ricca). Qui tutto ruota attorno a questo gigante silenzioso, testimone di una storia fatta di splendore e devastazione.
Nel XVI secolo gli spagnoli scoprono che proprio in quella montagna ci sono enormi giacimenti d'argento. "Che botta di fortuna!" devono aver pensato. "Colonizziamo un paese, distruggiamo intere civiltà e troviamo pure miniere d'argento. La fortuna ci assiste." dissero sicuramente in spagnolo.
Fatto sta che dopo la scoperta, Potosí si trasformò rapidamente in uno dei centri più importanti del mondo coloniale. L’argento estratto da queste miniere non solo arricchiva la corona spagnola, ma influenzava l’economia globale dell’epoca. Le monete coniate qui circolavano in Europa, in Asia e nelle Americhe, testimoni di un sistema economico sempre più interconnesso.
La ricchezza della città era talmente grande che per dire che qualcosa aveva un immenso valore si usava l'espressione "vale un Potosì".
Tutti questi begli edifici del centro furono costruiti proprio in quel periodo dagli spagnoli. Sì perché tutta la ricchezza di cui ho parlato finora, non venne distribuita tra colonizzatori e abitanti di quelle terre. Gli spagnoli, come spesso accade nella storia quando si parla di colonizzazione, si tennero tutto.
Dietro ogni nuova facciata candida di un palazzo, dietro ogni chiesa finemente decorata, dietro tutta questa ricchezza, si nascondeva un costo umano altissimo. Il sistema della “mita”, imposto dai colonizzatori, obbligava migliaia di abitanti del posto a lavorare nelle miniere in condizioni disumane. Turni estenuanti, aria irrespirabile e continui rischi di crolli, trasformavano ogni giornata in una lotta per la sopravvivenza. L’uso del mercurio per separare l’argento aggravava ulteriormente la situazione, avvelenando lentamente i lavoratori costretti a operare a mani e piedi nudi. Le stime parlano di milioni di morti nel corso dei secoli: una tragedia silenziosa che quella montagna in fondo alle vie del centro storico ricorda costantemente.

Tutta questa fortuna, però, è durata molto poco. Meno di un secolo e dell'argento del Cerro Rico non era rimasto più nulla. Potosí perse progressivamente la sua centralità. Le ricchezze si esaurirono, la città venne abbandonata e cadde in un declino senza fine. Le grandi costruzioni coloniali, da simbolo di potere e prosperità, divennero le cicatrici dolorose di un luogo sfruttato fino al limite.
E la montagna? Quella non fu mai realmente abbandonata. Si trovarono giacimenti di stagno e si continuò a scavare. Questo salvò Potosì dal triste destino di diventare una città fantasma.
Ancora oggi, centinaia di minatori continuano a scavare nelle viscere del Cerro Rico. Le condizioni di lavoro sono cambiate, ma non abbastanza. Molti lavorano in cooperative, senza reali garanzie di sicurezza, utilizzando strumenti spesso rudimentali. Le malattie respiratorie sono diffuse, e i crolli una costante. Oggi, nel 2026, l'aspettativa di vita per i minatori è di 40-50 anni.
All’interno delle gallerie, tra polvere e oscurità, sopravvivono anche antiche credenze. I minatori rendono omaggio a “El Tío”, figura ambigua e potente, metà protettore e metà demone, a cui offrono alcol, sigarette e foglie di coca nella speranza di ottenere protezione nelle lunghissime ore di lavoro. È un rituale che mescola paura e fede, passato e presente.

Potosì è la città più bella che abbiamo visto in Bolivia, ma anche la più oscura. Una testimonianza viva che urla rabbia per queste ricchezze sfruttare da pochi e subite da molti.
Guardo quel ragazzo seduto sulla panchina mentre mangia i popcorn. La divisa impolverata e il caschetto giallo. Penso al fatto che ha più o meno la mia età, quasi 40 anni. Mi si stringe lo stomaco.
Ha addosso una divisa impolverata e appoggiato accanto a lui un caschetto giallo.
È seduto su una panchina nella piazza principale. Il sole è ancora alto e a 4000 metri senti tutta la potenza dei suoi raggi sulla faccia.
Sta mangiando dei popcorn e si guarda attorno. Li ha appena comprati da una signora che dal suo banchetto li sta facendo scoppiettare proprio ora. È sabato pomeriggio e il centro è pieno di gente che passeggia: famiglie, gruppi di ragazzi, coppie.
Potosì è sicuramente la città con il centro storico più bello che abbiamo visto qui in Bolivia. E il merito non è solo degli edifici bianchi con quelle facciate dall'inconfondibile stile coloniale. A rendere Potosì unica è il monte che sbuca alla fine della via principale della città: il Cerro Rico (la montagna ricca). Qui tutto ruota attorno a questo gigante silenzioso, testimone di una storia fatta di splendore e devastazione.
Nel XVI secolo gli spagnoli scoprono che proprio in quella montagna ci sono enormi giacimenti d'argento. "Che botta di fortuna!" devono aver pensato. "Colonizziamo un paese, distruggiamo intere civiltà e troviamo pure miniere d'argento. La fortuna ci assiste." dissero sicuramente in spagnolo.
Fatto sta che dopo la scoperta, Potosí si trasformò rapidamente in uno dei centri più importanti del mondo coloniale. L’argento estratto da queste miniere non solo arricchiva la corona spagnola, ma influenzava l’economia globale dell’epoca. Le monete coniate qui circolavano in Europa, in Asia e nelle Americhe, testimoni di un sistema economico sempre più interconnesso.
La ricchezza della città era talmente grande che per dire che qualcosa aveva un immenso valore si usava l'espressione "vale un Potosì".
Tutti questi begli edifici del centro furono costruiti proprio in quel periodo dagli spagnoli. Sì perché tutta la ricchezza di cui ho parlato finora, non venne distribuita tra colonizzatori e abitanti di quelle terre. Gli spagnoli, come spesso accade nella storia quando si parla di colonizzazione, si tennero tutto.
Dietro ogni nuova facciata candida di un palazzo, dietro ogni chiesa finemente decorata, dietro tutta questa ricchezza, si nascondeva un costo umano altissimo. Il sistema della “mita”, imposto dai colonizzatori, obbligava migliaia di abitanti del posto a lavorare nelle miniere in condizioni disumane. Turni estenuanti, aria irrespirabile e continui rischi di crolli, trasformavano ogni giornata in una lotta per la sopravvivenza. L’uso del mercurio per separare l’argento aggravava ulteriormente la situazione, avvelenando lentamente i lavoratori costretti a operare a mani e piedi nudi. Le stime parlano di milioni di morti nel corso dei secoli: una tragedia silenziosa che quella montagna in fondo alle vie del centro storico ricorda costantemente.

Tutta questa fortuna, però, è durata molto poco. Meno di un secolo e dell'argento del Cerro Rico non era rimasto più nulla. Potosí perse progressivamente la sua centralità. Le ricchezze si esaurirono, la città venne abbandonata e cadde in un declino senza fine. Le grandi costruzioni coloniali, da simbolo di potere e prosperità, divennero le cicatrici dolorose di un luogo sfruttato fino al limite.
E la montagna? Quella non fu mai realmente abbandonata. Si trovarono giacimenti di stagno e si continuò a scavare. Questo salvò Potosì dal triste destino di diventare una città fantasma.
Ancora oggi, centinaia di minatori continuano a scavare nelle viscere del Cerro Rico. Le condizioni di lavoro sono cambiate, ma non abbastanza. Molti lavorano in cooperative, senza reali garanzie di sicurezza, utilizzando strumenti spesso rudimentali. Le malattie respiratorie sono diffuse, e i crolli una costante. Oggi, nel 2026, l'aspettativa di vita per i minatori è di 40-50 anni.
All’interno delle gallerie, tra polvere e oscurità, sopravvivono anche antiche credenze. I minatori rendono omaggio a “El Tío”, figura ambigua e potente, metà protettore e metà demone, a cui offrono alcol, sigarette e foglie di coca nella speranza di ottenere protezione nelle lunghissime ore di lavoro. È un rituale che mescola paura e fede, passato e presente.

Potosì è la città più bella che abbiamo visto in Bolivia, ma anche la più oscura. Una testimonianza viva che urla rabbia per queste ricchezze sfruttare da pochi e subite da molti.
Guardo quel ragazzo seduto sulla panchina mentre mangia i popcorn. La divisa impolverata e il caschetto giallo. Penso al fatto che ha più o meno la mia età, quasi 40 anni. Mi si stringe lo stomaco.
Angela (e Paolo)




















