L'urlo del bisbiglio

Cara Leccoonline
C’è qualcosa di fin troppo facile nell'indignarsi davanti a un manifesto urlato. È lì, enorme, sgraziato, quasi caricaturale nella sua brutalità e volgarità: slogan semplici, bersagli semplici, soluzioni semplici - "Stop Maranza e Moschee" della Lega non è solo un messaggio politico: è un manifesto pedagogico al contrario, un invito a semplificare il mondo fino a renderlo irriconoscibile, e a sostituire la complessità con il riflesso condizionato È greve, diretto, quasi didascalico nella sua povertà etica.
Eppure, proprio mentre ci si scandalizza e si denuncia, giustamente, per questa volgarità esibita, c’è un’altra forma di diseducazione che lavora più in silenzio, senza caratteri cubitali ma con effetti non meno corrosivi. È quella che si traveste da normalità, da pragmatismo politico, da "guardiamo avanti". È più elegante, certo. Ma forse proprio per questo più pericolosa
Rimettere in lista, come se nulla fosse, l’ex assessora Durante costretta alle dimissioni per aver insultato sui social ripetutamente un cittadino, nascondendosi indecentemente pure dietro l’anonimato, non è una semplice scelta politica: è un messaggio. Un messaggio che dice che tutto passa, che tutto si assorbe, che la responsabilità pubblica è elastica fino a diventare irrilevante. Che si può offendere, cadere, sminuire, e poi semplicemente ricomparire subito al volo già alla prima occasione, magari con una scrollata di spalle e qualche parola ben calibrata.
La differenza tra le due cose? Una grida, l’altra sussurra. Una divide in modo plateale, l’altra normalizza in modo subdolo. Ma entrambe, a loro modo, educano - o meglio, diseducano. Perché se il manifesto insegna a individuare nemici facili, certe scelte politiche insegnano qualcosa di altrettanto problematico: che il comportamento conta poco, che le parole (anche quando sono offensive, anche quando provengono da chi dovrebbe educare alla comunicazione, all'uso del digitale, alla comunità educante) sono incidenti di percorso, e che la credibilità pubblica è una variabile negoziabile, soprattutto se hai le spalle coperte dal potere amico.
E qui sta il paradosso, quasi ironico se non fosse serio: diversi degli stessi che, giustamente, denunciano la rozzezza di uno slogan discriminatorio, rischiano di scivolare in una forma diversa di incoerenza, volgarità e violenza quando, nei fatti, abbassano l’asticella della responsabilità interna. Come se l’etica fosse inflessibile verso l’esterno ma sorprendentemente indulgente verso l’interno. Attenzione: non si tratta di invocare la gogna, né il “fine pena mai” che non è giusto e non condivido manco per i reati più gravi
L’errore esiste, e la possibilità di rimediare anche. Ma tra il riconoscere una seconda possibilità e trasformarla in una immediata riabilitazione politica senza soluzione di continuità, c’è una differenza sostanziale. La prima è civiltà. La seconda rischia di essere, più banalmente, opportunismo e arroganza
Alla fine, forse, il punto è proprio questo: la coerenza e l'etica. Perché è troppo comodo indignarsi per ciò che è apertamente sguaiato e chiudere un occhio - pare tutti e due nella coalizione - su ciò che è semplicemente più raffinato nel modo di presentarsi. Ma l’effetto, sul lungo periodo, non è così diverso.
Il manifesto urla. La politica, a volte, bisbiglia. Ma entrambi, se non vigilati, possono e vogliono insegnare esattamente la stessa lezione sbagliata.
Paolo Trezzi
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