«Ecco qua la mia Badoni». Il racconto dei dipendenti, con le testimonianze raccolte da "Officina Gerenzone"
Una mattinata a raccogliere i ricordi dei dipendenti della “Badoni”. E’ l’iniziativa promossa dall’Officina Gerenzone, l’associazione sorta per preservare la storia dei rioni affacciato sul torrente cittadino e che si avvia anche a diventare un depositario della memoria industriale. L’appuntamento era per sabto mattina nel palazzo neogotico di corso Matteotti, quello che fu il primo nucleo dell’Antonio Badoni e che ora sono le uniche vestigia della grande azienda di Castello, opportunamente ribattezzate “Officina Badoni”.

All’appello ha risposto una ventina di circa ex dipendenti che si sono resi disponibili a raccontare la propria esperienza personale, registrata con uno smartphone, andando così a costituire il primo nucleo di un archivio di testimonianze orali in grado di dare voce e anima all’archeologia industriale lecchese.
Presenti Paolo Colombo, presidente dell’Officina Gerenzone; Silvia Negri, del gruppo fondatore dell’associazione; Barbara Cattaneo, consulente del sistema museale lecchese e altri esponenti del sodalizio.

Certo, a conti fatti, gli operai che più o meno a lungo hanno lavorato alla “Badoni”, nel corso tempo, sono stati migliaia e coloro che si sono presentati l’altra mattina non possono essere rappresentativi di tutti. Tuttavia è apparso evidente quale sia stato e quale ancora rimanga, tra chi “c’è stato”, il senso di appartenenza all’azienda, l’orgoglio di avervi lavorato, di aver fatto parte di un pezzo di storia della nostra industria. Dai cassetti sono rispuntati vecchi album di fotografie: le gite sociali, quelle con i colleghi, certo, ma anche le opere realizzate in giro per il mondo, a sottolineare come quei manufatti ciascun operaio li sentisse e li senta ancora propri. Giova ricordare che all’epoca le macchine fotografiche erano attrezzi rari e costosi e l’immortalare momenti e oggetti richiedeva una volontà precisa. Non come oggi, nell’era degli smartphone, in cui tutti fotografano tutto senza discernimento.

Allora si sfogliano gli album e l’importanza delle opere varia da uno all’altro: si capisce che è un sentimento, un legame ai cantieri in cui si è lavorato, alle strutture a cui si è messo mano. Più che i dati tecnici conta l’esperienza personale, le emozioni. Così compaiono realizzazioni dimenticate ma che per il coinvolgimento diretto valgono molto più di quelle decantate nei libri e passati alla storia. E allora ponti, locomotori, la teleferica del Pasubio nella prima guerra mondiale, le piattaforme da 400 quintali per le presse della Fiat per le quali si era dovuto sgonfiare un po’ le gomme dei camion così da non superare i limiti d’altezza… E la vecchia ed epica fiumicella. E la condotta per produrre l’energia elettrica. E il caveau in cui si conservavano i progetti, soprattutto quelli che avevano bisogna di una certa dose di segretezza.
C’è chi ha portato il libretto di lavoro appartenuto al papà, chi una lettera del 1945 indirizzata all’ingegner Angelo Beretta che allora lavorava alla “Badoni” prima di avventurarsi in una propria avventura imprenditoriale che sarebbe sfociata nella gloriosa “Beretta Caldaie”. In quei mesi del 1945, con la guerra finita da poco, era circolata la voce che l’ingegner Beretta fosse appunto intenzionato a lasciare l’impresa. Ebbene il 27 ottobre, decine di dipendenti dell’azienda sottoscrissero quella lettera in cui si richiedeva a Bertta di recedere dal proposito «perché desideriamo di avervi ancora con noi.»
Poi, i racconti. Quelli appunto dell’orgoglio. E dai quali è emersa anche la stima che i lavoratori avevano per Giuseppe Riccardo Badoni, capitano d’industria e anche amministratore pubblico, l’ultimo discendente maschio della famiglia, che avrebbe dovuto passare il testimone al figlio Antonio, rimasto ucciso nella seconda guerra mondiale: un evento che lo segnò profondamente ma che non lo distolse dal condurre l’impresa. Solo dopo la sua morte, nel 1974, l’azienda avrebbe cominciato ad avere difficoltà fino ad avviarsi al declino e alla chiusura del 1993. Giuseppe Riccardo Badoni è stato definito dagli “ex” una persona retta, lungimirante, previdente, una figura carismatica. Che la mattina attraversava i reparti, si fermava a chiacchierare con gli operai: «E te, sei il figlio di chi?»

Perché, in molti casi, la tradizione era famigliare: c’è chi ricorda che in Badoni lavorava già il nonno e poi il padre. E poi lui. Magari per quasi quarant’anni, «è stata la mia seconda casa» dopo esservi entrato come apprendista e un corso triennale all’Elip (che erano le scuole di formazione professionale che avrebbero originato gli attuali istituti Fiocchi e Badoni) «e così a 18 anni ero già un operaio qualificato.»
Visto il luogo – l’Officina Badoni – non si poteva non parlare della mensa, dove si mangiava bene, c’era un cuoco vero e proprio (con il figlio tra gli operai), il cibo non arrivava da fuori «e noi della commissione interna aiutavamo a servire ai tavoli per velocizzare il servizio perché il tempo a disposizione per mangiare non era molto: mezz’ora.»

Finché sono arrivati gli anni del declino. C’è chi ha deciso di andarsene in pensione anzitempo per aver capito che «l’azienda cominciava ad avere problemi seri». E sono cominciati gli anni bui: «Il venerdì si andava a vedere se la settimana dopo si sarebbe stati in cassa integrazione. Si lavorava male. Mancavano i pezzi, si vedeva giorno dopo giorno che l’azienda non avrebbe avuto un futuro, anni molto tristi, ho assistito a episodi che non voglio ricordare per non riaprire vecchie ferite.» La convinzione che negli ultimi mesi, la proprietà mirava ormai a far fruttare il terreno più che a rilanciare la produzione. E le responsabilità «anche dei sindacati e degli stessi lavoratori.»
Quando, successivamente alla chiusura, è cominciata la demolizione, qualcuno guardava con una stretta al cuore i camion che trasportavano le macerie. Altri hanno evitato a lungo di passare da corso Matteotti, sarebbe stato troppo doloroso.
E poi, c’è la storia di Giulio Maggi, Giulietto, figlio di Alessandro, custode della Villa Badoni: il susseguirsi dei ricordi mescola dunque la fabbrica alla villa, il lavoro alla vita privata: la partite a bocce coi Badon, il giardino da curare, la chitarra da portare ad Antonio quel giorno che doveva far la serenata a una ragazza bionda della famiglia dei Folonari, quella del vino, Giuseppe Riccardo Badoni che gli è stato testimone di nozze, la moglie Emilia invece madrina di battesimo con la richiesta che appunto lo si chiamasse Giulio a ricordo di un figlio morto. Giulietto appunto. Così che lui è sempre stato per tutti Giulietto: «Sono nato respirando ferro ed è per questo che sono un uomo d’acciaio». Cresciuto, anni e anni di fabbrica, «con tanto dei ricordi» e la convinzione che «di ingegner Badoni non ce ne sono più.» Ricordando la festa degli 80 anni dell’ingegnere al quale i dipendenti regalarono un’incudine d’oro e lui contraccambiò regalando a tutti a medaglietta d’oro: «Ce l’ho ancora, è una delle cose più preziose che ho, non tanto per il valore economico, quando per l’aspetto sentimentale.» Le vacanze estive pagate agli operai a Morterone, quando ancora non c’era la strada: «Tre turni di 22 operai per due settimane.».

In fabbrica c’era anche la cassetta delle idee (in cui ciascuno poteva inserire i propri suggerimento) ma c’era stata anche quell’altra cassetta, quella che un gruppo di operai si era costruito e che fungeva da salvadanaio: vi raccoglievano i soldi per poter andare in ferie. Cassetta di ferro, ermetica: «L’aprirono con la fiamma ossidrica solo che così bruciarono anche i soldi che c’erano dentro…»
Infine l’episodio del 25 aprile 1945: «L’ingegner Badoni si trovò chiuso con un lucchetto il cancelletto che usava per recarsi in fabbrica dalla villa. E allora vi andò scendendo per il corso. Arrivò alla portineria e c’era un po’ di caos. Qualche operaio lo affrontò, chiedendogli cosa mai facesse lì, che non era ormai più lui a comandare. Tornò a casa, non prima di aver guardato in volto quelle persone che negli anni seguenti sarebbero poi state licenziate.»

All’appello ha risposto una ventina di circa ex dipendenti che si sono resi disponibili a raccontare la propria esperienza personale, registrata con uno smartphone, andando così a costituire il primo nucleo di un archivio di testimonianze orali in grado di dare voce e anima all’archeologia industriale lecchese.
Presenti Paolo Colombo, presidente dell’Officina Gerenzone; Silvia Negri, del gruppo fondatore dell’associazione; Barbara Cattaneo, consulente del sistema museale lecchese e altri esponenti del sodalizio.

Certo, a conti fatti, gli operai che più o meno a lungo hanno lavorato alla “Badoni”, nel corso tempo, sono stati migliaia e coloro che si sono presentati l’altra mattina non possono essere rappresentativi di tutti. Tuttavia è apparso evidente quale sia stato e quale ancora rimanga, tra chi “c’è stato”, il senso di appartenenza all’azienda, l’orgoglio di avervi lavorato, di aver fatto parte di un pezzo di storia della nostra industria. Dai cassetti sono rispuntati vecchi album di fotografie: le gite sociali, quelle con i colleghi, certo, ma anche le opere realizzate in giro per il mondo, a sottolineare come quei manufatti ciascun operaio li sentisse e li senta ancora propri. Giova ricordare che all’epoca le macchine fotografiche erano attrezzi rari e costosi e l’immortalare momenti e oggetti richiedeva una volontà precisa. Non come oggi, nell’era degli smartphone, in cui tutti fotografano tutto senza discernimento.

Allora si sfogliano gli album e l’importanza delle opere varia da uno all’altro: si capisce che è un sentimento, un legame ai cantieri in cui si è lavorato, alle strutture a cui si è messo mano. Più che i dati tecnici conta l’esperienza personale, le emozioni. Così compaiono realizzazioni dimenticate ma che per il coinvolgimento diretto valgono molto più di quelle decantate nei libri e passati alla storia. E allora ponti, locomotori, la teleferica del Pasubio nella prima guerra mondiale, le piattaforme da 400 quintali per le presse della Fiat per le quali si era dovuto sgonfiare un po’ le gomme dei camion così da non superare i limiti d’altezza… E la vecchia ed epica fiumicella. E la condotta per produrre l’energia elettrica. E il caveau in cui si conservavano i progetti, soprattutto quelli che avevano bisogna di una certa dose di segretezza.



Perché, in molti casi, la tradizione era famigliare: c’è chi ricorda che in Badoni lavorava già il nonno e poi il padre. E poi lui. Magari per quasi quarant’anni, «è stata la mia seconda casa» dopo esservi entrato come apprendista e un corso triennale all’Elip (che erano le scuole di formazione professionale che avrebbero originato gli attuali istituti Fiocchi e Badoni) «e così a 18 anni ero già un operaio qualificato.»
Visto il luogo – l’Officina Badoni – non si poteva non parlare della mensa, dove si mangiava bene, c’era un cuoco vero e proprio (con il figlio tra gli operai), il cibo non arrivava da fuori «e noi della commissione interna aiutavamo a servire ai tavoli per velocizzare il servizio perché il tempo a disposizione per mangiare non era molto: mezz’ora.»

Finché sono arrivati gli anni del declino. C’è chi ha deciso di andarsene in pensione anzitempo per aver capito che «l’azienda cominciava ad avere problemi seri». E sono cominciati gli anni bui: «Il venerdì si andava a vedere se la settimana dopo si sarebbe stati in cassa integrazione. Si lavorava male. Mancavano i pezzi, si vedeva giorno dopo giorno che l’azienda non avrebbe avuto un futuro, anni molto tristi, ho assistito a episodi che non voglio ricordare per non riaprire vecchie ferite.» La convinzione che negli ultimi mesi, la proprietà mirava ormai a far fruttare il terreno più che a rilanciare la produzione. E le responsabilità «anche dei sindacati e degli stessi lavoratori.»
Quando, successivamente alla chiusura, è cominciata la demolizione, qualcuno guardava con una stretta al cuore i camion che trasportavano le macerie. Altri hanno evitato a lungo di passare da corso Matteotti, sarebbe stato troppo doloroso.


In fabbrica c’era anche la cassetta delle idee (in cui ciascuno poteva inserire i propri suggerimento) ma c’era stata anche quell’altra cassetta, quella che un gruppo di operai si era costruito e che fungeva da salvadanaio: vi raccoglievano i soldi per poter andare in ferie. Cassetta di ferro, ermetica: «L’aprirono con la fiamma ossidrica solo che così bruciarono anche i soldi che c’erano dentro…»

D.C.




















