In viaggio a tempo indeterminato/421: bellissimo quassù, ma che fortuna essere nati altrove

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Dopo una notte freddissima passata sotto 3 strati di coperte e con il cappellino con i lama in testa, usciamo all'alba.
Piccolo stop al bagno al piano sotto per bagnarci la faccia con l'acqua gelida del lavandino e dare una sveglia decisa al corpo che sarebbe rimasto molto volentieri sotto le coperte per qualche altra ora.
Sono le 6 e la luce tenue del mattino inizia a farsi spazio tra le tenebre. Nel minuscolo paesino di Tinki a 3800 metri di altitudine tra le Ande peruviane, tutti sembrano essere già operativi.
Le signore al mercato hanno già sistemato la frutta sui banchi e dai pentoloni esce il fumo dell'acqua messa a bollire per preparare tè e infusi.
Ci avviamo in una via laterale. Ci hanno detto che da lì dovrebbe esserci un pulmino che porta fino all'ingresso del trekking che vogliamo fare.
Ci posizioniamo all'incrocio con la via che porta verso l'altissima montagna innevata, l'Ausangate.
A quest'ora qualche nuvola copre quei 6000 e passa metri di altitudine, come se anche quella montagna altissima si stesse ancora crogiolando sotto le coperte.
Mentre aspettiamo, ci si avvicina solo qualche tassista, già pieno di energia nonostante l'ora.
Dopo più di 45 minuti, quando ormai stiamo iniziando a perdere le speranze e siamo già belli infreddoliti, dal nulla sbuca un ragazzo. "Pulmino condiviso?" ci chiede.

E così partiamo. 3 passeggeri. L'Ausangate che si avvicina sempre di più. Il paesaggio è incredibile ma quello che attira di più la mia attenzione sono le persone già al lavoro nei campi. 
Si tratta soprattutto di donne che, avvolte in scialli a righe colorati e con una gonna voluminosa sui fianchi, sono già piegate a lavorare.
Alzano le sguardo mentre passiamo in macchina e riesco a malapena a vedere il loro volto.
Il viaggio in auto dura una decina di minuti e poco dopo le  7 siamo già pronti a iniziare il trekking chiamato delle sette lagune. È un trekking famoso nella zona ma in molti partono da Cusco con dei tour per farlo. La città è a 3 ore di distanza quindi a quell'ora siamo da soli in mezzo a quella vastità. 
La strada è in leggera pendenza ma l'aria fresca del mattino e il fatto che non stia piovendo, ci gasano moltissimo. 
È la stagione delle pioggie qui nelle Ande peruviane ed è la peggiore per affrontare dei trekking. Il cielo non è terso come durante la stagione secca e si rischia di non potersi godere appieno certi paesaggi perché immersi tra le nuvole. Ieri, mentre eravamo sull'autobus, una giornata splendida di sole si è improvvisamente trasformata in un acquazzone interminabile. Cambia tutto in fretta a queste altitudini folli, ma per ora non piove e ci accontentiamo così.
Dopo circa un'ora di camminata arriviamo alla prima laguna e ci accorgiamo presto che stiamo percorrendo il sentiero al contrario. Dei cartelli con le frecce, comparsi improvvisamente, sono indizi chiari del fatto che abbiamo imboccato il percorso al contrario. "Poco male, per fortuna è un anello" pensiamo mentre facciamo colazione con pane e banana. Un pasto semplice ma con una vista che ha qualcosa di unico, eccezionale.
L'Ausangate è lì, davanti a noi. Riusciamo a vedere la sua cima innevata e il ghiacciaio che si è formato lungo la parete. Le nuvole che prima gli facevano da coperta, si sono leggermente alzate e possiamo ammirarlo in tutta la sua maestosità.
Sembra quasi che si sia appena alzato dal letto anche lui come per salutarci.
Io e Paolo restiamo in silenzio qualche minuto a guardarlo. Ognuno di noi con i suoi pensieri. Ed è come se l'Ausangate stesse ad ascoltarci, senza giudicare, come un saggio amico.
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Ora che mi trovo qui, al suo cospetto, capisco il motivo per cui gli Inca fossero convinti che le montagne non fossero semplicemente elementi del paesaggio, ma esseri sacri e potenti. Le cime più importanti erano chiamate Apus, cioè spiriti divini che abitavano nelle montagne e che vegliavano sulle comunità che vivevano ai loro piedi. Gli Inca credevano che ogni montagna avesse il proprio Apu, una sorta di protettore capace di influenzare la vita delle persone, il clima e la fertilità della terra.
Secondo questa visione, gli Apus controllavano fenomeni fondamentali come la pioggia, i raccolti e persino il destino degli abitanti dei villaggi. Mantenere un buon rapporto con questi spiriti era quindi considerato fondamentale. Le popolazioni vicine a questi Apus facevano rituali e offrivano doni, come foglie di coca, bevande tradizionali o cibo, per chiedere protezione e prosperità. Se gli Apus venivano rispettati, potevano proteggere la comunità; se invece venivano offesi o dimenticati, si pensava potessero portare tempeste, cattivi raccolti o altre disgrazie.
Questa visione sacra della montagna rientrava nel più ampio culto della Pachamama, cioè la Madre Terra. Venerata e rispettata come fosse la divinità creatrice di ogni cosa. 
Osservo Apu Ausangate, la laguna ai suoi piedi e mi sento avvolta da quel paesaggio che mai nella mia vita avrei pensato di riuscire a vedere con i miei occhi. Alla fine chi avrebbe mai pensato di arrivare a camminare a pochi metri da una montagna alta 6384 metri? E soprattutto di farlo senza nemmeno aver bisogno di una bombola di ossigeno ( le foglie di coca non contano come aiutino!).
Con le parole diventa difficile descrivere il paesaggio che ci circonda perché è qualcosa di molto di più della somma del colore dell'acqua delle lagune, del candore della neve sui fianchi della montagna e del freddo dell'aria pulita. Ci sono almeno altri due elementi che le parole fanno fatica a raccontare. Uno è la maestosità di un luogo del genere che ti fa sentire un minuscolo puntino in confronto a tanta grandezza. E l'altro è il silenzio. Un silenzio che però sembra parlare.
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Ma c'è qualcosa che resterà scolpito nella mia memoria in modo indelebile. E non è nulla di tutto ciò di cui ho parlato finora. È un incontro fatto casualmente qui circondati da questo paesaggio da National Geographic. Un incontro con una bambina così piccola ma così tenace. Ogni giorno porta al pascolo gli alpaca e i lama a queste altitudini.
Ha le guanciotte rosse per il sole, i capelli arruffati e indossa diversi strati di vestiti. Cammina spedita nonostante la salita. Mi ricorda Heidi nel film che ho visto qualche giorno fa su un autobus. Ha la stessa energia mentre segue veloce gli alpaca, ma sembra molto meno spigliata della bambina della storia.
"Ciao!" la saluto. Si ferma a scrutarmi e intimidita risponde al mio saluto. 
Le faccio qualche domanda banale: Come ti chiami? Dove abiti? Stai tutto il giorno con i lama? Hai freddo?
Sembra molto stranita da quelle mie domande, sembra quasi che nessuno prima si sia mai interessato di chiederle quelle cose. Mi risponde timida con un filo di voce e ammetto che faccio fatica a capire cosa mi stia dicendo. Il suo sguardo però non mi molla, come se fosse curiosa ma non volesse darlo a vedere.
Dopo qualche minuto di silenzio, la saluto e lei sgattaiola via dietro gli alpaca.
Inutile dire che ho passato il resto della camminata a pensare alla vita dura di quella bambina. Al suo non essere a scuola in un giorno infrasettimanale. Alla sua timidezza e alla sua forza. Alla bellezza che ci circonda. Alla difficoltà a vivere in un ambiente del genere.
E anche alla mia fortuna. Alla mia infanzia in una casa con il riscaldamento. Ai giochi e alla scuola. Al panino con il prosciutto e il succo alla pesca. 
Alla fortuna di essere nata in una parte di mondo che ora mi permette di essere qui, a godere di questa meravigliosa natura.
Perché, diciamocelo, è stata solo una enorme, gigantesca, inspiegabile botta di fortuna se io sono nata in Italia e non in un paesino tra i monti del Perù o a Gaza, in Iran o in uno slum in India.
Angela (e Paolo)
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