LA MEMORIA INDUSTRIALE/3: da simbolo dell’industriosità a quello della Lecco moderna
La quarta torre che sembra ormai essere prossima alla realizzazione, dopo anni di vicissitudini assortite, porterà finalmente a compimento il complesso della Meridiana al Caleotto, nella forma prevista da uno dei massimi architetti contemporanei, Renzo Piano. La forma appunto di una Meridiana. Attualmente, infatti delle quattro torri previste ne sono state realizzate solo tre. L’ultima, finora, è rimasta sulla carta.
Per quelle torri, l’architetto Piano aveva scelto il vetro affinché vi si specchiassero le montagne e il verde così da ridurne l’impatto nel paesaggio urbano. A non tutti comunque sono piaciute e piacciono: c’è chi le considera pur sempre ingombranti. Tra le rimostranze, anche la mancata realizzazione di un grande parco previsto dai disegni, «la più grande area verde della città» titolavano i giornali negli anni Novanta. A suo tempo – per stare all’attualità di questo periodo con le discussioni sulla stazione dei bus in via Balicco – era stata prospettata la possibilità di realizzare quella stazione proprio sotto la Meridiana, ma ragioni di sicurezza avevano poi sconsigliato una struttura sotterranea per gli autobus.
Comunque, oggi, è parte integrante della città, punto di riferimento, un simbolo della Lecco moderna. Tanto più che col tempo si assottiglia il ricordo di quel che c’era prima. Non parliamo dei ventenni, figurarsi. Già i quarantenni sono tra coloro che hanno la Meridiana nel loro orizzonte visivo. Che poi, chissà perché, qualcuno la nomina al plurale, “le Meridiane” e incorrono nell’errore anche giornali e istituzioni.

Però, appunto, c’è stato un prima. E quel prima era un altro simbolo lecchese, durato poco meno di un secolo. Anch’esso punto di riferimento e, più di altre fabbriche, specchio della Lecco industriale e operaia che oggi non c’è più: l’Acciaieria e ferriera del Caleotto. Rappresentava a tutto tondo l’industriosità lecchese.
Venne fondata a fine Ottocento. Sino ad allora le aziende lecchesi si rifornivano di ferro e acciaio altrove. Fu verso il 1875 che si cominciò a parlare della possibilità di produrselo in casa. Vent’anni dopo, la svolta.

Una trentina di imprenditori si associò per fondare, nell’anno1896, un’acciaieria “comunitaria”: l’Acciaieria del territorio di Lecco. Superata qualche incertezza iniziale, lo stabilimento sarebbe cresciuto nel corso del Novecento fino ad arrivare a occupare, nell’immediato secondo dopoguerra, oltre duemila persone, tra operai e impiegati. Tra i fondatori vi era anche Valentino Gerosa Crotta (1869-1960) che dal 1898 avrebbe diretto l’azienda per circa mezzo secolo. Chi frequenta i Piani Resinelli, ha certo passeggiato in quel grande parco chiamato “Valentino” in suo onore perché gli eredi lo donarono al Touring club per evitare che fosse preda della speculazione edilizia.
L’azienda si estendeva appunto sulla vasta area oggi occupata dal complesso della Meridiana, compresa tra la ferrovia e le attuali via Amendola, Balicco e XI Febbraio con la poco distante appendice che un tempo si chiamava Arlenico per motivi curiosi su cui val la pena di soffermarsi.
Con il termine Arlenico, anticamente si indicava quella località che oggi chiamiamo Seminario: lì infatti per cinquant’anni (dal 1795 al 1839) operò il seminario arcivescovile dove studiarono, con esiti decisamente differenti, anche Antonio Stoppani e Antonio Ghislanzoni. Arlenico era a ridosso del torrente Gerenzone e vi operavano quindi molte officine metallurgiche. Vi era anche l’opificio acquistato dai Badoni già nel 1824 e dove venne realizzato il primo laminatoio italiano. All’inizio del Novecento, il laminatoio venne trasferito nella piana della Fiandra per essere più vicino alla ferrovia. E curiosamente si portò dietro anche il toponimo. D’un botto, Arlenico venne dunque a ritrovarsi non più a Castello ma a ridosso di Pescarenico.
Nel 1946, i Badoni cedettero il laminatoio alla vicina grande acciaieria che proprio in quell’occasione divenne Acciaieria e ferriera del Caleotto, mutuando a sua volta il nome della località dove sorgeva, proprio nei pressi della Villa Manzoni, e che sarebbe diventato uno dei “nuovi” rioni della città.
Negli anni Cinquanta il laminatoio per la produzione della vergella fu rinnovato diventando il più moderno impianto italiano e il secondo in Europa e nel mondo.

Il nostro compianto Aloisio Bonfanti ci ha lasciato con la sua rubrica “Lecco perduta” molti ricordi del Caleotto raccontandoci anche di quando, nel 1962, vi furono girate alcune scene del film “Pelle viva” con gli attori Raul Grassilli ed Elsa Martinelli: «Sullo sfondo di una vicenda passionale dal sud al nord, si poneva in evidenza il rischio delle ferriere, del durissimo lavoro che minacciava di trasformare l’uomo in una macchina tra le macchine. Erano gli anni del boom economico, della forte migrazione dal sud, che trovava occupazione anche nella cattedrale della siderurgia lecchese come il Caleotto.» E ci spiega: «Ogni giorno, dal raccordo ferroviario con la vicina stazione, entravano al Caleotto decine di vagoni carichi di rottame, pronto ad essere ingoiati dai forni. Erano turni continui lungo le 24 ore giornaliere; vi erano soste minime a Natale, Pasqua e Ferragosto, ma il personale della manutenzione vigilava sempre sui forni, anche ridotti a fiamma minima.»
Lì dentro sono passate generazioni di lecchese. Il posto di lavoro era quasi tramandato di padre in figlio. E naturalmente si sviluppò anche la solidarietà operaia, la lotta sindacale, gli aspri scontri tra lavoratori e proprietà. Tra coloro che la vissero e raccontarono figura Pio Galli (1926-2011), sindacalista che negli anni Settanta e Ottanta arrivò a ricoprire la carica di segretario nazionale della Fiom, la federazione dei metalmeccanici della Cgil.

Il laminatoio dell’Arlenico è quanto oggi rimane dell’intero grande complesso industriale. L’Acciaieria del Caleotto, infatti, non sarebbe riuscita a superare la grande crisi tra gli anni Settanta e Ottanta. Proprio alla fine del 1980 venne spento il grande forno, annunciando quindi quale sarebbe stato il destino della fabbrica. Con un’agonia che durò praticamente fino al 1990.

Dell’attività produttiva si riuscì appunto a salvare il solo laminatoio dell’Arlenico che così ereditò la storia del Caleotto. Dopo passaggi di proprietà e alterne vicende, nel 2015 ne ha ripreso anche il nome, ricollegandosi quindi a una tradizione secolare.

Non si chiama più Arlenico, quindi, ma Caleotto, come campeggia sulla palazzina d’ingresso. Per inciso, da decenni ha ceduto il passo anche la poco distante trattoria Arlenico che era punto di ritrovo degli operai della fabbrica. Così che Arlenico finisce tra i toponimi scomparsi.
Parte del gruppo bresciano Feralpi, il laminatoio dà lavoro 130 persone.
L’acciaieria venne invece demolita nel 1990. Il momento più drammatico fu l’abbattimento del serbatoio dell’acqua che svettava sopra i capannoni, «campanile laico – per usare ancora le parole di Bonfanti – della città industriale.»

Quel momento, lo ha ricordato l’allora direttore dei musei civici lecchesi Gianluigi Daccò, in quello stesso anno, su un numero di “Materiali”, la rivista degli stessi musei: «La prima carica brillò con fragore – il suo racconto - e dal fumo che si dissolveva emerse il grande serbatoio intatto, all’apparenza, ancora ritto sulle cinque altissime gambe di cemento. Nella piazza del Caleotto gravava uno strano silenzio, anche il traffico era stato deviato. Brillò la seconda carica e il serbatoio ferito si inclinò sulla destra poi, nell’ampio silenzio delle centinaia di presenti, ecco la terza carica e il grande ragno di cemento si piegò sulle zampe rattrappite, rimase per un attimo fermo, contro il cielo ventoso di quella mattina e cadde su sé stesso, di colpo. Le persone che si erano raccolte lì per vedere l’ultimo atto della morte della grande acciaieria cominciarono a disperdersi. Molti operai della vecchia fabbrica erano venuti e con loro tanti altri, studenti delle vicine scuole, abitanti del rione, pensionati. Non sapevano neanche loro perché. Ma erano venuti lo stesso e ora se ne andavano, si dirigevano alle macchine posteggiate lì vicino, salutandosi l’un l’altro con brevi cenni del capo e qualche parola sottovoce, proprio come dopo un funerale.»
Ormai mezzo secolo dopo, Daccò ricorda la commozione con la quale assistette, dai suoi uffici di Villa Manzoni, a quel momento a suo modo storico per la vita non soltanto economica della città.
Se l’attività produttiva è proseguita all’Arlenico e quindi il patrimonio cartaceo ha seguito le nuova proprietà, della grande acciaieria non è rimasto praticamente nulla.
Se non quella piccola chiesetta che era stata inglobata nel perimetro dell’acciaieria in fase di costruzione. E’ la chiesa che apparteneva all’Orfanotrofio femminile San Giuseppe fondato nel 1875 (e si sarebbe in seguito sviluppato in via Aspromonte). La chiesetta venne trasformata in laboratorio per gli attrezzisti del Caleotto e in seguito in deposito.
Al momento della demolizione, venne posta sotto tutela dalla Soprintendenza. C’era l’idea di farne una sorta di museo d’archeologia industriale. Ci dice Daccò: «Pensavamo di recuperarla come esempio di un edificio religioso trasformato in opificio. Dopo le riforme di Maria Teresa d’Austria e soprattutto dopo l’avvento di Napoleone, era stato il destino di molte chiese. Spesso venivano utilizzati come magazzini agricoli. A Lecco, essendo Lecco, non poteva che essere usato come officina. E non solo le chiese, ma anche le ville: quando Giuseppe Scola nel 1818 acquistò la Villa Manzoni in realtà l’intenzione era di realizzarci una filanda. Era una caratteristica degli imprenditori lecchesi: una forma di rivincita della borghesia nei confronti della nobiltà. Poi, cambio idea e venne ad abitarci.»Lo stesso Daccò ricorda come anche il seminario di Castello, proprio quello dell’antica Arlenico quasi a inseguire i fili di un destino circolare, nel 1841 fu trasformato in filanda. E ci mostra la fotografia di un noto dipinto del pittore ottocentesco milanese Giovanni Migliara: raffigura una filanda e secondo Daccò sarebbe proprio quella di Castello e non «alla filanda Milyus di Boffalora Ticino come riportato in molte pubblicazioni.»
In quanto alla chiesetta di San Giuseppe, l’amministrazione comunale del 1990, guidata dal sindaco Giulio Boscagli, decise di restituirla al culto. Dedicata a san Pio di Pietrelcina, nel giugno 2022 la chiese venne interessata da un incendio provocato da un clochard che dimorava nel sottoscala. Da allora è chiusa. E rimane lì a fare da contrasto alle torri della Meridiana.
Comunque, oggi, è parte integrante della città, punto di riferimento, un simbolo della Lecco moderna. Tanto più che col tempo si assottiglia il ricordo di quel che c’era prima. Non parliamo dei ventenni, figurarsi. Già i quarantenni sono tra coloro che hanno la Meridiana nel loro orizzonte visivo. Che poi, chissà perché, qualcuno la nomina al plurale, “le Meridiane” e incorrono nell’errore anche giornali e istituzioni.

L'acciaieria vista dall'alto
Però, appunto, c’è stato un prima. E quel prima era un altro simbolo lecchese, durato poco meno di un secolo. Anch’esso punto di riferimento e, più di altre fabbriche, specchio della Lecco industriale e operaia che oggi non c’è più: l’Acciaieria e ferriera del Caleotto. Rappresentava a tutto tondo l’industriosità lecchese.
Venne fondata a fine Ottocento. Sino ad allora le aziende lecchesi si rifornivano di ferro e acciaio altrove. Fu verso il 1875 che si cominciò a parlare della possibilità di produrselo in casa. Vent’anni dopo, la svolta.

(Foto tratte da La città del ferro di Carlo Pozzoni)
Una trentina di imprenditori si associò per fondare, nell’anno1896, un’acciaieria “comunitaria”: l’Acciaieria del territorio di Lecco. Superata qualche incertezza iniziale, lo stabilimento sarebbe cresciuto nel corso del Novecento fino ad arrivare a occupare, nell’immediato secondo dopoguerra, oltre duemila persone, tra operai e impiegati. Tra i fondatori vi era anche Valentino Gerosa Crotta (1869-1960) che dal 1898 avrebbe diretto l’azienda per circa mezzo secolo. Chi frequenta i Piani Resinelli, ha certo passeggiato in quel grande parco chiamato “Valentino” in suo onore perché gli eredi lo donarono al Touring club per evitare che fosse preda della speculazione edilizia.





Il nostro compianto Aloisio Bonfanti ci ha lasciato con la sua rubrica “Lecco perduta” molti ricordi del Caleotto raccontandoci anche di quando, nel 1962, vi furono girate alcune scene del film “Pelle viva” con gli attori Raul Grassilli ed Elsa Martinelli: «Sullo sfondo di una vicenda passionale dal sud al nord, si poneva in evidenza il rischio delle ferriere, del durissimo lavoro che minacciava di trasformare l’uomo in una macchina tra le macchine. Erano gli anni del boom economico, della forte migrazione dal sud, che trovava occupazione anche nella cattedrale della siderurgia lecchese come il Caleotto.» E ci spiega: «Ogni giorno, dal raccordo ferroviario con la vicina stazione, entravano al Caleotto decine di vagoni carichi di rottame, pronto ad essere ingoiati dai forni. Erano turni continui lungo le 24 ore giornaliere; vi erano soste minime a Natale, Pasqua e Ferragosto, ma il personale della manutenzione vigilava sempre sui forni, anche ridotti a fiamma minima.»

Il laminatoio oggi
Il laminatoio dell’Arlenico è quanto oggi rimane dell’intero grande complesso industriale. L’Acciaieria del Caleotto, infatti, non sarebbe riuscita a superare la grande crisi tra gli anni Settanta e Ottanta. Proprio alla fine del 1980 venne spento il grande forno, annunciando quindi quale sarebbe stato il destino della fabbrica. Con un’agonia che durò praticamente fino al 1990.
Dell’attività produttiva si riuscì appunto a salvare il solo laminatoio dell’Arlenico che così ereditò la storia del Caleotto. Dopo passaggi di proprietà e alterne vicende, nel 2015 ne ha ripreso anche il nome, ricollegandosi quindi a una tradizione secolare.
Non si chiama più Arlenico, quindi, ma Caleotto, come campeggia sulla palazzina d’ingresso. Per inciso, da decenni ha ceduto il passo anche la poco distante trattoria Arlenico che era punto di ritrovo degli operai della fabbrica. Così che Arlenico finisce tra i toponimi scomparsi.
Parte del gruppo bresciano Feralpi, il laminatoio dà lavoro 130 persone.

Il serbatoio dell'acqua
L’acciaieria venne invece demolita nel 1990. Il momento più drammatico fu l’abbattimento del serbatoio dell’acqua che svettava sopra i capannoni, «campanile laico – per usare ancora le parole di Bonfanti – della città industriale.»

Quel momento, lo ha ricordato l’allora direttore dei musei civici lecchesi Gianluigi Daccò, in quello stesso anno, su un numero di “Materiali”, la rivista degli stessi musei: «La prima carica brillò con fragore – il suo racconto - e dal fumo che si dissolveva emerse il grande serbatoio intatto, all’apparenza, ancora ritto sulle cinque altissime gambe di cemento. Nella piazza del Caleotto gravava uno strano silenzio, anche il traffico era stato deviato. Brillò la seconda carica e il serbatoio ferito si inclinò sulla destra poi, nell’ampio silenzio delle centinaia di presenti, ecco la terza carica e il grande ragno di cemento si piegò sulle zampe rattrappite, rimase per un attimo fermo, contro il cielo ventoso di quella mattina e cadde su sé stesso, di colpo. Le persone che si erano raccolte lì per vedere l’ultimo atto della morte della grande acciaieria cominciarono a disperdersi. Molti operai della vecchia fabbrica erano venuti e con loro tanti altri, studenti delle vicine scuole, abitanti del rione, pensionati. Non sapevano neanche loro perché. Ma erano venuti lo stesso e ora se ne andavano, si dirigevano alle macchine posteggiate lì vicino, salutandosi l’un l’altro con brevi cenni del capo e qualche parola sottovoce, proprio come dopo un funerale.»

La caduta del serbatoio
Ormai mezzo secolo dopo, Daccò ricorda la commozione con la quale assistette, dai suoi uffici di Villa Manzoni, a quel momento a suo modo storico per la vita non soltanto economica della città.
Se l’attività produttiva è proseguita all’Arlenico e quindi il patrimonio cartaceo ha seguito le nuova proprietà, della grande acciaieria non è rimasto praticamente nulla.
In quanto alla chiesetta di San Giuseppe, l’amministrazione comunale del 1990, guidata dal sindaco Giulio Boscagli, decise di restituirla al culto. Dedicata a san Pio di Pietrelcina, nel giugno 2022 la chiese venne interessata da un incendio provocato da un clochard che dimorava nel sottoscala. Da allora è chiusa. E rimane lì a fare da contrasto alle torri della Meridiana.
D.C.




















