Lecco ricorda gli scioperi del marzo 1944: l’omaggio alla lotta delle donne

Celebrata oggi, con un giorno di anticipo, la giornata che ricorda gli scioperi del marzo 1944 che portarono alla deportazione dei campi di concentramento nazisti di 26 operai lecchesi, dei quali soltanto sette sopravvissero e tornarono a Lecco. Una memoria che quest’anno si è concentrata soprattutto sulle donne, in virtù della ricorrenza dell’ottantesimo anniversario delle prime elezioni libere dopo il Fascismo, quando alle urne si recò per la prima volta in assoluto anche la componente femminile della popolazione italiana, una partecipazione dovuta proprio alla lotta di Liberazione dal nazifascismo.
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La giornata, come da tradizione, è cominciata con la cerimonia religiosa nella chiesa parrocchiale di Castello, il quartiere dove vi era la concentrazione di fabbriche in cui lavoravano i lecchesi deportati. Essendo venerdì quaresimale, non è stata celebrata la messa ma ci si è limitati a una preghiera e alla lettura del “Discorso della montagna” (quello delle beatitudini) sul quale si è concentrata l’omelia di don Antonio Bonacina: «Beati gli operatori di pace e gli scioperi del marzo 1944 sono stati un’iniziativa per rivendicare la propria dignità e ci dicono che non bisogna rassegnarsi mai. Beati i misericordiosi, che non sono quelli che “passano sopra” alle cose, ma i costruttori di riconciliazione, proprio come quegli operai lecchesi che si ritrovarono assieme per ricostruire il proprio futuro. Perché il mondo del lavoro deve essere ancora un lavoro di comunità. Quegli operai lecchesi hanno rivissuto la vita di Gesù, hanno dato la vita per il prossimo, per la libertà, per la società futura.»
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I partecipanti si sono portati poi in corteo al “parco 7 marzo” lungo corso Matteotti dove ha parlato il presidente provinciale dell’Associazione partigiani lecchese Enrico Avagnina: «Furono gli scioperi del 1943 e 1944 a testimoniare la scelta antifascista del popolo italiano e a saldare la lotta operaia con la Resistenza partigiana. Gli operai lecchesi fecero lo “sciopero bianco”, cioè entrarono in fabbrica senza lavorare. Ne pagarono le conseguenze. Non da parte dei nazisti, ma dei repubblichini di Salò che ne arrestarono 35: di questi 26 vennero deportato: il più anziano aveva 54 anni, il più giovane 17. Solo in sette riuscirono a tornare. Tra i deportati vi furono anche cinque anni e in occasione del prossimo 8 marzo vogliano ricordarne i nomi: Regina Aondio Funes, Emma Casati, Elisa Missaglia, Antonietta Monti, Agnese Spandri. Dobbiamo continuare a mantenere viva la memoria, come hanno fatto Pino Galbani e Regina Aondio, quando furono liberati dai campi e tornarono a casa. Continuare questo racconto è il nostro impegno, il nostro respiro quotidiano.»
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Non potevano mancare, nel discorso di Avagnina, i riferimenti all’attualità: alla questione dei bassi salari e del “caporalato algoritmico” per quando riguarda il lavoro, alla strage di Cutro e all’immigrazione per la solidarietà.
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Ma anche i venti di guerra di questi anni e questi giorni: «Ci troviamo in un’Europa afona con chi prevede un secolo nucleare e ci chiediamo come avrebbero reagito loro, gli operai deportati e quanti lottarono nella Resistenza. Forse in maniera pacata. Perché, come scrisse Franco Calamandrei, «sono morti senza retorica, come fosse un lavoro quotidiano, la parte più dura del lavoro. A noi è toccato il compito più facile: quello di scrivere le leggi secondo i loro principi. Assai poco ci chiedono i nostri morti: non dobbiamo tradirli.»
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Successivamente, dopo il momento di raccoglimento davanti alla lapide di via Castagnera che ricorda gli scioperi e la deportazione, ci si è ritrovata all’aula magna del liceo classico “Manzoni”.
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L’incontro è stato aperto dal sindaco Mauro Gattinoni che si è rivolto direttamente agli studenti parlando di «una storia iniziata male e finita bene per noi, ha ricordato la figura di Pino Galbani, ha ricordati ai ragazzi come di quei deportati qualcuno avesse la loro stessa età, affrontando poi i temi della testimonianza e della storia invitando i più giovani a chiedersi se oggi nel mondo avvengono repressioni di giovani che scioperano, se c’è una polizia che ammazza chi non la pensa come il potere, se ci sono dinamiche corporative che vedono potere politico e potere economico collaborare solo per interessi personali, sottolineando quindi la necessità di studiare e di amare la complessità perché è facile prendere in giro un ignorante.
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E’ seguito l’intervento del rappresentante dell’amministrazione provinciale Antonio Pasquini che si è rifatto agli articoli della Costituzione: all’articolo 1 che parla di Repubblica fondata sul lavoro, nato proprio dall’esperienze di quegli scioperi, quando gli operai non solo chiedevano aumenti di salari ma lottavano perché né un uomo né un macchinario dovessero finire in Germania. Ai giovani, Pasquini ha quindi ricordato come quando andranno al lavoro, lo faranno come parte di una società e sia quindi necessario tenere alta la testa quando i diritti vengono calpestati.
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Da parte sua, il prefetto Paolo Ponta ha detto che quella del 7 marzo non deve essere solo una celebrazione ma un’occasione per fare memoria: «Quegli operai hanno scioperato in un regime fascista che non consentiva gli scioperi. Sapevano ciò a cui andavano incontro per seguire la propria coscienza. Non scioperarono solo per il salario, ma anche perché il loro lavoro non aiutasse i nazisti. E oggi non dobbiamo dare per scontata la libertà che quella lotta ci ha consegnato: sarebbe come per quei figli di famiglia che dilapidano il patrimonio costruiti con tanti sacrifici da chi li ha preceduti.»
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Ha poi preso la parola, Alessandra Anghileri, nipote di uno dei deportati (Alessandro Dell’Oro) e presidente dell’Associazione delle famiglie dei Caduti e dispersi in guerra, un’associazione nata nel 1917 – ha detto – e che ancora esiste, segno che ce n’è ancora bisogno. «Perché la guerra si ripresenta sempre e si riversa sulle spalle della povera gente, Voi giovani di oggi avete strumenti per capire, non lasciatevi trasportare dalle onde del mare.» 
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Con lei, c’era la figlia Eliana Vassena che ha ricordato come fin da bambina ha raccolto, un pezzettino per volta, la vita del bisnonno Alessandro e così quella storia ha cominciato a diventare vera, perché non erano cose scritte sui libri, ma vita vera. E «vediamo quello che succede ancora. Perché purtroppo la gente dimentica.»
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Una docente del liceo “Bertacchi”, Giulia Colombo, ha poi letto il messaggio inviato dalla dirigente dello stesso liceo Stefania Perego: «Quegli operai hanno fatto la differenza. E oggi non dobbiamo raccoglierne il testimone».
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E’ stata poi la volta delle studentesse proprio del “Bertacchi”: alcune hanno letto le testimonianze dirette o di famigliari relative alle cinque donne deportate, altre hanno raccontato il loro Viaggio della Memoria a Mauthausen e Gusen dove si sono recati anche sulla tomba dell’acquatese Luigi Invernizzi, tra i deportati e morto nel lager.
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Le studentesse sono state introdotto dalla vicepresidente provinciale dell’Anpi Patrizia Milani: «Abbiamo pensato alla donne deportate per ridare loro un nome e un volto. E’ importante che vediate il loro viso. Per capire che le loro erano storie semplici, di persone comuni, non eroine. Erano persone normali che hanno fatto la propria scelta assumendosene la responsabilità. Delle cinque donne deportate, una non è ritornata: si tratta di Emma Casati. Di lei sappiamo ben poco e abbiamo soltanto una fotografia. E anche i parenti sanno ben poco della sua storia. A lei è stata dedicata una pietra d’inciampo posta davanti alla casa dove abitava ad Acquate.»
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Ha chiuso la mattina, l’intervento di Dario Esposito, della Uil Lario, in rappresentanza delle tre organizzazioni sindacali confederali (Cgil, Cisl e Uil): «Essere qui oggi è una scelta. E “scelta” non è solo una parola, ma uno strumento, il nostro strumento che utilizziamo nelle nostre decisioni. E non viene dal caso. Da dove arriva questa possibilità di scelta, allora? La risposta la sappiamo e abbiamo il dovere di portarla avanti, non solo per amore della Storia, ma per rispetto degli operai che scioperarono nel marzo 1844. Soprattutto oggi, in questo periodo di individualismo e di inviti al disimpegno che diventa quasi una moda, uno status symbol. Ragazzi, siate curiosi e non destinatari passivi di un messaggio. La curiosità è l’anticamera della libertà.

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D.C.
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