Elezioni dei sindaci: il problema non è solo il 40%

Nel dibattito in atto sulla ventilata riforma della legge elettorale nei comuni superiori a quindicimila abitanti, vi sono molti che, decisamente preoccupati, criticano l’eliminazione del turno di ballottaggio una volta raggiunto il quaranta percento dei voti validi da parte di un candidato sindaco, e, ancor più, lo spropositato premio di maggioranza attribuito a chi, in tal modo, risulterebbe vincente.
Critiche e preoccupazioni che condivido totalmente, nel merito, perché si darebbe una debordante maggioranza ad una risicata minoranza, ma anche nel metodo, cioè nell’ormai consueta prassi di cambiare le regole che presidiano la democrazia di tutti a colpi di maggioranza e sulla base di supposte convenienze contingenti e di parte.
Credo però che la critica debba essere molto più radicale e mettere in discussione l’idea stessa dell’elezione diretta dei sindaci che, da quando c’è, a mio modesto parere, non ha dato grandi prove di sé per quanto concerne l’amministrazione delle città, molto spesso ha dato un potere enorme a persone senza una benché minima esperienza amministrativa o, peggio, a trombati in altre elezioni e, soprattutto, ha svuotato il ruolo dei Consigli Comunali, fondamentali luoghi di partecipazione politica di base. In ciò contribuendo, semmai ce ne fosse bisogno, ad allontanare ancor più le persone, in particolare i giovani, dalla passione per la cura del bene comune.
Oggi lo spettacolo cui si assiste nei Comuni, e anche Lecco non fa eccezione, è assolutamente deprimente: consiglieri di maggioranza demotivati e frustrati perché deputati quasi esclusivamente ad acconsentire a scelte assunte altrove ed in mano solo al sindaco o, al massimo, alla giunta; consiglieri di opposizione - che tante volte nel loro insieme rappresentano una maggioranza reale di cittadini - esclusi dalla possibilità di incidere nelle scelte quindi, oltreché stressati anche “incattiviti” e, loro malgrado, indotti a portare fuori dal Consiglio Comunale le loro istanze cercando altrove la possibilità di costruire un consenso più ampio, invece negato in radice dentro l’assemblea elettiva, con ciò contribuendo ad alimentare la polarizzazione e la radicalizzazione delle posizioni. Una spirale perversa e pericolosa per la tenuta di quei legami sociali di base nella vita della città, clima ideale per favorire il prosperare di interessi particolari e parziali, non sempre coincidenti con il bene comune.
Allora non solo ci si dovrebbe opporre in tutti i modi a quelle proposte che, in ordine ai problemi accennati, non possono che essere peggiorative, ma pensare, studiare e definire un insieme di modifiche che puntino a ridare centralità alle assemblee elettive, in primis al Consiglio Comunale. Ad esempio superando l’idea che sia l’elezione del sindaco a “trascinare” l’assetto delle liste; se poi non si vuole tornare alla situazione precedente in cui tutto il potere stava nel Consiglio che eleggeva il suo esecutivo, si potrebbe forse pensare ad una elezione separata: da un lato sindaco e giunta in modo diretto, anche maggioritario, e dall’altro il Consiglio Comunale con meccanismo di tipo pienamente proporzionale, anche con minimo sbarramento, in modo da garantirne la massima rappresentanza, renderne reali i poteri di indirizzo e controllo, rafforzarne le attribuzioni esclusive in ordine alle decisioni su bilancio di previsione, pianificazione urbanistica generale, nomine nelle partecipate…
Non ho competenze in campo giuridico elettorale, ma sono profondamente convinto che, anche a livello dei comuni, per sperare in un recupero della partecipazione, si debba procedere con una trasformazione radicale e auspico quindi che si possa aprire un dibattito a questo riguardo e quanti hanno capacità e competenze si mettano all’opera quanto prima in questa direzione. 
Mauro Fumagalli, Orizzonte per Lecco
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