Liberi disfa e liberi crea, insomma liberi tutti: una vicenda che fa riflettere
Se la storia di Parlasco fosse finita in un servizio dell’allora direttore Emilio Fede, lo vedremmo già sistemarsi la cravatta con quel gesto inconfondibile, sospirare e pronunciare la sua frase più celebre che di certo, non sarebbe fuori luogo.
In un contesto dove qualcuno sembra sentirsi autorizzato a smontare e rimontare decisioni, rapporti e perfino regole come fossero mattoncini colorati, il risultato non può che essere un grande “liberi tutti”.
Una libertà che, più che emancipare, finisce per confondere. E proprio per questo la vicenda merita una riflessione seria, perché quando l’azione pubblica diventa un esercizio individuale di improvvisazione, a rimetterci non è chi litiga, ma chi osserva e subisce.
Parlasco, minuscolo gioiello della Valsassina e tra i comuni più piccoli della provincia di Lecco, è riuscito nell’impresa di trasformarsi nel palcoscenico preferito della politica locale. Un risultato notevole, se si pensa che fino a ieri il massimo della tensione era decidere chi dovesse aprire la sala civica.
E ora, con questo cambio di rotta — forse frutto di scarsa lungimiranza o sete di conquista delle poltrone — si profila il rischio di paralizzare anche l’attività della Comunità Montana, con tutte le conseguenze che ciò comporterebbe sul piano dei progetti in corso e dell’ordinaria amministrazione.
Sembra di assistere a un talent show per litiganti: fratellini, fratellastri, e una comunicazione assente che diventa virus: si diffonde, indebolisce, e alla fine lascia tutti con la stessa diagnosi, ovvero una preoccupante carenza di educazione, prima ancora che istituzionale.
Eppure, basterebbe poco: un passo indietro, un respiro profondo, e magari ricordare che la convivenza civile non è un optional, ma la base minima per amministrare un territorio, perché la politica dovrebbe costruire e non distruggere.
Ricordo ancora il mio primo consiglio comunale: l’assessore Renato Busi che, con particolare aggressività, si alzò pronto a scagliarsi contro di me. Rimasi stupito: l’argomento era interessante, certo, ma non così esplosivo da giustificare un simile fuoco d’artificio, senza peraltro porgere alcuna scusa di pentimento (almeno di circostanza).
Oggi, purtroppo, il copione non è cambiato molto.
Quello che va in scena è un teatrino che strappa più sospiri che applausi. Ed è l’ennesima occasione per ricordare che la politica non è un ring né un casting per prime donne. Se non si cambia prospettiva — non solo a Parlasco — e non si abbandona la logica delle poltrone per abbracciare quella del bene comune, magari proponendo ai cittadini programmi sostenibili su cui confrontarsi ed esprimersi, sarà difficile elevare l’arte di governare oltre il livello di una recita scolastica.
In un contesto dove qualcuno sembra sentirsi autorizzato a smontare e rimontare decisioni, rapporti e perfino regole come fossero mattoncini colorati, il risultato non può che essere un grande “liberi tutti”.
Una libertà che, più che emancipare, finisce per confondere. E proprio per questo la vicenda merita una riflessione seria, perché quando l’azione pubblica diventa un esercizio individuale di improvvisazione, a rimetterci non è chi litiga, ma chi osserva e subisce.
Parlasco, minuscolo gioiello della Valsassina e tra i comuni più piccoli della provincia di Lecco, è riuscito nell’impresa di trasformarsi nel palcoscenico preferito della politica locale. Un risultato notevole, se si pensa che fino a ieri il massimo della tensione era decidere chi dovesse aprire la sala civica.
E ora, con questo cambio di rotta — forse frutto di scarsa lungimiranza o sete di conquista delle poltrone — si profila il rischio di paralizzare anche l’attività della Comunità Montana, con tutte le conseguenze che ciò comporterebbe sul piano dei progetti in corso e dell’ordinaria amministrazione.
Sembra di assistere a un talent show per litiganti: fratellini, fratellastri, e una comunicazione assente che diventa virus: si diffonde, indebolisce, e alla fine lascia tutti con la stessa diagnosi, ovvero una preoccupante carenza di educazione, prima ancora che istituzionale.
Eppure, basterebbe poco: un passo indietro, un respiro profondo, e magari ricordare che la convivenza civile non è un optional, ma la base minima per amministrare un territorio, perché la politica dovrebbe costruire e non distruggere.
Ricordo ancora il mio primo consiglio comunale: l’assessore Renato Busi che, con particolare aggressività, si alzò pronto a scagliarsi contro di me. Rimasi stupito: l’argomento era interessante, certo, ma non così esplosivo da giustificare un simile fuoco d’artificio, senza peraltro porgere alcuna scusa di pentimento (almeno di circostanza).
Oggi, purtroppo, il copione non è cambiato molto.
Quello che va in scena è un teatrino che strappa più sospiri che applausi. Ed è l’ennesima occasione per ricordare che la politica non è un ring né un casting per prime donne. Se non si cambia prospettiva — non solo a Parlasco — e non si abbandona la logica delle poltrone per abbracciare quella del bene comune, magari proponendo ai cittadini programmi sostenibili su cui confrontarsi ed esprimersi, sarà difficile elevare l’arte di governare oltre il livello di una recita scolastica.
Enrico Bianchini - Consigliere di minoranza a Parlasco




















