Lecco, Yus racconta il suo viaggio: una storia di deserto e umanità
<<Non è sempre facile, però abbiamo iniziato a parlare di questo viaggio insieme a ResQ per condividerlo. Non solo a nome mio, ma di tutte le persone che hanno attraversato il Mediterraneo. Alcuni ce l'hanno fatta e alcuni no: faccio questa testimonianza per tutti>>. Sono queste le parole con cui Yusuphe - ragazzo originario del Gambia giunto sulle coste italiane dopo tre anni di viaggio attraverso i deserti e le prigioni dell’Africa Settentrionale - apre la serata di giovedì 18 febbraio, organizzata in Officina Badoni dall'Associazione R-Evolution, in collaborazione con OGVN e ResQ Valmadrera.

Giorgio Papa - membro di R-Evolution e moderatore della serata - pur offrendo un contesto informativo fatto anche di fatti e cifre (dai 1000 dispersi in mare durante il ciclone Harry alle 26.000 che si stima abbiano perso la vita nel mediterraneo negli ultimi 10 anni) lascia poi ampio spazio alla storia personale di Yus. Una storia, nelle parole di Camilla Vimercati, “di sogni, di paure e di scelte”, così diversa e allo stesso tempo così simile a quella di tanti giovani.
La collaborazione con ResQ (da leggersi rescue, in inglese “salvataggio”), non si limita all’intervento introduttivo di Fabio Agostoni, ma vede in Yusuphe stesso un membro dell’associazione. Il motivo per cui Yus ha deciso di unirsi a ResQ è disarmante nella sua semplicità e tragicità: <<Per questo ho deciso di fare parte di ResQ. Perché loro mi hanno salvato. Io avevo perso tutte le speranze e pensavo di essere arrivato alla fine della mia vita>>.
Yusuphe si riferisce al soccorso effettuato dalla nave SAR (Search and Rescue) della sodalizio, dopo che lui e altre 70 persone avevano trascorso già tre giorni in mezzo al mare, senza più cibo né acqua, nell’attesa di un aiuto che non sarebbe arrivato dalla guardia costiera italiana perché <<erano troppo lontani per essere soccorsi>>.
Tre giorni che arrivano dopo un viaggio durato tre anni.

Partito dal Gambia nel 2012, a 22 anni, Yus non aveva in mente l’Italia. <<Volevo solo lasciare il mio Paese e arrivare in un posto dove potessi stare>>. In Gambia aveva studiato inglese e arabo e si era trasferito nella capitale. Poi l’arresto per motivi politici. <<Non potevi parlare di politica, altrimenti ti mandavano in carcere. Anch’io ci sono andato e una volta uscito ho deciso di partire. Non ho parlato con mio fratello né con mia mamma, sono partito da solo>>.
Il viaggio verso nord è un susseguirsi di difficoltà: <<Quando parti per andare in Libia tutto diventa complicato. Le persone che ti trovi davanti sono trafficanti… Non mi aspettavo che in Africa, tra africani, ci trattassimo male tra di noi>>. Yussuf sconfina in Senegal e da lì raggunge il Mali, poi il Burkina Faso ed infine Agadez, in Niger. Ad Agadez, <<non c’è nulla>>. Ricorda il mercato pieno di cavallette secche: <<Non le avevo mai mangiate, ma le ho dovute provare. Erano anche saporite>>.
Dopo una settimana ad Agadez, Yusuphe e altri ragazzi trovano un camionista disposto a portarli in Libia. Dopo tre giorni nel deserto però, finiscono acqua e cibo. <<È lì che capisci che hai lasciato il tuo Paese. Non c’è nessuno a cui chiedere aiuto>>. L’autista risponde alla loro sete versando dell’acqua in delle taniche sporche di benzina. <<L'odore è talmente forte che per bere devi chiudere gli occhi>>, spiega Yussuf.
Nonostante la difficoltà Yus e i suoi compagni di viaggio giungono alla frontiera libica, dove però vengono portati in prigione e trattati come animali. I libici, che per Yusuphe sono “I bianchi”, chiamano appunto ḥayawān - animali - le persone di colore. Per uscire dalla prigione serve un riscatto di circa 1.500 euro, che la sua famiglia non avrebbe mai potuto pagare. Anche quando un suo connazionale si presenta per liberare Yus e gli altri gambiani, non si tratta in realtà che di un “compratore” e i prigionieri vengono solo trasferiti in una prigione differente.

Ascoltando esperienze di vita tanto tragiche, viene naturale chiedersi, come ha fatto Giorgio Papa durante l’intervista, <<Che cosa pensavi in quei momenti? Cosa pensavi dell’Italia e dell’Europa?>>. La risposta di Yus - che lui dà sempre con un grande sorriso sul volto - è però concreta e diretta: <<In quel momento non pensavo all’Italia. Non c’era abbastanza speranza per pensarci. Se oggi è giovedì, è giovedì, non si pensa al futuro>>. Ed è difficile pensare al futuro quando la tua vita può finire in qualsiasi momento, come quando - per aver indossato una giacca militare - si è ritrovato un fucile della polizia libica puntato alle tempie. O quando la morte l’ha vista nel volto di un amico, un ragazzo di 18 anni che considerava - dopo alcuni mesi insieme - come un fratello minore, accoltellato da dei ragazzini per divertimento. O di un altro migrante giunto in Libia già senza vita, a causa di un incidente occorso durante il viaggio. <<Parlano di quelli che muoiono in mare. Ma di quelli che muoiono in Libia non ne parla nessuno>> commenta Yus. E continua <<Se succedono tutte queste cose, perché non torni indietro? Perché per tornare indietro devi pagare gli stessi trafficanti, che poi ti portano in mezzo al deserto e ti lasciano lì a morire. Io ho detto: vado al mare e se devo morire bevo un po' d’acqua. Però il deserto no>>.
Al mare infine Yus ci arriva. 75 persone su un gommone, guidato da “uno di loro”, perché per i trafficanti è troppo pericoloso accompagnarli per più di mezz’ora. Una bussola, una radio e <<andate sempre dritti per cinque ore e poi chiamate questo numero>>. E Yusuphe è lì, su quel gommone. Lui stesso si indica sull’opera realizzata dal vivo da Gianluca Perri (in arte d.mace10) durante la serata: <<Questo sono io! Cambiavo la benzina!>>. Lo possiamo vedere, in un mare di mani che tendono verso il cielo, seduto di fianco al motore che avrebbe dovuto portarlo in Italia. Dopo dieci ore però, il gommone non è ancora arrivato e il motore si rompe.

Se non fosse per la nave di ResQ, oggi Yus non sarebbe qui a raccontare la sua storia. E invece quella nave è arrivata e ha portato due cose essenziali: acqua e tranquillità. Perchè Yus, come gli altri, aveva sete e aveva paura. Paura dell'uomo bianco, da lui associato ai libici. E invece racconta: <<quando siamo arrivati a Lampedusa, ho visto un po' di umanità>>. Da Lampedusa Yusuphe è trasferito a Milano, e da lì a Lecco. I problemi in Italia non sono mancati, uno su tutti ottenere il permesso di soggiorno. Ma Yus - anche quando si è ritrovato per strada - ha deciso di vedere e vivere il lato positivo della situazione, di non cedere alla tentazione di prendere “la strada sbagliata”, quella della criminalità, anche laddove era l’unico suggerimento che gli veniva dato da altri in una situazione simile alla sua.
Yusuphe trova ospitalità alla Caritas e lì esprime il suo desiderio di fare volontariato. <<Tanti mi dicevano: “ma perché lo fai che non ti pagano?” Io credo che si debbano aiutare le persone che hanno bisogno. Ci sono sempre persone che hanno bisogno più di me. L'Italia mi ha salvato. Io devo fare qualcosa per l'Italia.>> E così diventa volontario presso il Centro Farmaceutico Missionario di Valmadrera, dove viene ospitato. Frequenta le scuole serali per imparare l’italiano e lavora come lavapiatti. Dopo tre anni in Italia, grazie alla sua proattività, ottiene prima il permesso di soggiorno e poi la cittadinanza, e trova occupazione come metalmeccanico. Durante il volontariato, conosce Eleonora, che diventerà sua moglie e con cui avrà due figli, Ismaele (6 anni) e Rachele (3 anni).

Oggi Yus è felice di essere in Italia, ma non sminuisce quello che ha passato. <<Se si sapesse prima quello che si deve affrontare, non partirebbe nessuno. Però è difficile far capire alla gente quello che succede. Anche in Africa, non è facile credere di poter essere trattato come sono stato trattato io, come un animale>>.
Ancor prima di informare riguardo ai rischi del viaggio, però, ciò che più è importante sarebbe che nessuno fosse spinto a intraprendere un viaggio simile a quello di Yusuphe. Nelle parole di Camilla Vimercati - presidente di R-Evolution - l’obiettivo è che, in Italia come in Gambia, <<ogni giovane debba poter restare per costruire oppure partire per crescere, ma mai essere costretto a farlo per sopravvivere>>.

Giorgio Papa - membro di R-Evolution e moderatore della serata - pur offrendo un contesto informativo fatto anche di fatti e cifre (dai 1000 dispersi in mare durante il ciclone Harry alle 26.000 che si stima abbiano perso la vita nel mediterraneo negli ultimi 10 anni) lascia poi ampio spazio alla storia personale di Yus. Una storia, nelle parole di Camilla Vimercati, “di sogni, di paure e di scelte”, così diversa e allo stesso tempo così simile a quella di tanti giovani.
La collaborazione con ResQ (da leggersi rescue, in inglese “salvataggio”), non si limita all’intervento introduttivo di Fabio Agostoni, ma vede in Yusuphe stesso un membro dell’associazione. Il motivo per cui Yus ha deciso di unirsi a ResQ è disarmante nella sua semplicità e tragicità: <<Per questo ho deciso di fare parte di ResQ. Perché loro mi hanno salvato. Io avevo perso tutte le speranze e pensavo di essere arrivato alla fine della mia vita>>.
Yusuphe si riferisce al soccorso effettuato dalla nave SAR (Search and Rescue) della sodalizio, dopo che lui e altre 70 persone avevano trascorso già tre giorni in mezzo al mare, senza più cibo né acqua, nell’attesa di un aiuto che non sarebbe arrivato dalla guardia costiera italiana perché <<erano troppo lontani per essere soccorsi>>.
Tre giorni che arrivano dopo un viaggio durato tre anni.

Partito dal Gambia nel 2012, a 22 anni, Yus non aveva in mente l’Italia. <<Volevo solo lasciare il mio Paese e arrivare in un posto dove potessi stare>>. In Gambia aveva studiato inglese e arabo e si era trasferito nella capitale. Poi l’arresto per motivi politici. <<Non potevi parlare di politica, altrimenti ti mandavano in carcere. Anch’io ci sono andato e una volta uscito ho deciso di partire. Non ho parlato con mio fratello né con mia mamma, sono partito da solo>>.
Il viaggio verso nord è un susseguirsi di difficoltà: <<Quando parti per andare in Libia tutto diventa complicato. Le persone che ti trovi davanti sono trafficanti… Non mi aspettavo che in Africa, tra africani, ci trattassimo male tra di noi>>. Yussuf sconfina in Senegal e da lì raggunge il Mali, poi il Burkina Faso ed infine Agadez, in Niger. Ad Agadez, <<non c’è nulla>>. Ricorda il mercato pieno di cavallette secche: <<Non le avevo mai mangiate, ma le ho dovute provare. Erano anche saporite>>.
Dopo una settimana ad Agadez, Yusuphe e altri ragazzi trovano un camionista disposto a portarli in Libia. Dopo tre giorni nel deserto però, finiscono acqua e cibo. <<È lì che capisci che hai lasciato il tuo Paese. Non c’è nessuno a cui chiedere aiuto>>. L’autista risponde alla loro sete versando dell’acqua in delle taniche sporche di benzina. <<L'odore è talmente forte che per bere devi chiudere gli occhi>>, spiega Yussuf.
Nonostante la difficoltà Yus e i suoi compagni di viaggio giungono alla frontiera libica, dove però vengono portati in prigione e trattati come animali. I libici, che per Yusuphe sono “I bianchi”, chiamano appunto ḥayawān - animali - le persone di colore. Per uscire dalla prigione serve un riscatto di circa 1.500 euro, che la sua famiglia non avrebbe mai potuto pagare. Anche quando un suo connazionale si presenta per liberare Yus e gli altri gambiani, non si tratta in realtà che di un “compratore” e i prigionieri vengono solo trasferiti in una prigione differente.

Ascoltando esperienze di vita tanto tragiche, viene naturale chiedersi, come ha fatto Giorgio Papa durante l’intervista, <<Che cosa pensavi in quei momenti? Cosa pensavi dell’Italia e dell’Europa?>>. La risposta di Yus - che lui dà sempre con un grande sorriso sul volto - è però concreta e diretta: <<In quel momento non pensavo all’Italia. Non c’era abbastanza speranza per pensarci. Se oggi è giovedì, è giovedì, non si pensa al futuro>>. Ed è difficile pensare al futuro quando la tua vita può finire in qualsiasi momento, come quando - per aver indossato una giacca militare - si è ritrovato un fucile della polizia libica puntato alle tempie. O quando la morte l’ha vista nel volto di un amico, un ragazzo di 18 anni che considerava - dopo alcuni mesi insieme - come un fratello minore, accoltellato da dei ragazzini per divertimento. O di un altro migrante giunto in Libia già senza vita, a causa di un incidente occorso durante il viaggio. <<Parlano di quelli che muoiono in mare. Ma di quelli che muoiono in Libia non ne parla nessuno>> commenta Yus. E continua <<Se succedono tutte queste cose, perché non torni indietro? Perché per tornare indietro devi pagare gli stessi trafficanti, che poi ti portano in mezzo al deserto e ti lasciano lì a morire. Io ho detto: vado al mare e se devo morire bevo un po' d’acqua. Però il deserto no>>.
Al mare infine Yus ci arriva. 75 persone su un gommone, guidato da “uno di loro”, perché per i trafficanti è troppo pericoloso accompagnarli per più di mezz’ora. Una bussola, una radio e <<andate sempre dritti per cinque ore e poi chiamate questo numero>>. E Yusuphe è lì, su quel gommone. Lui stesso si indica sull’opera realizzata dal vivo da Gianluca Perri (in arte d.mace10) durante la serata: <<Questo sono io! Cambiavo la benzina!>>. Lo possiamo vedere, in un mare di mani che tendono verso il cielo, seduto di fianco al motore che avrebbe dovuto portarlo in Italia. Dopo dieci ore però, il gommone non è ancora arrivato e il motore si rompe.

Se non fosse per la nave di ResQ, oggi Yus non sarebbe qui a raccontare la sua storia. E invece quella nave è arrivata e ha portato due cose essenziali: acqua e tranquillità. Perchè Yus, come gli altri, aveva sete e aveva paura. Paura dell'uomo bianco, da lui associato ai libici. E invece racconta: <<quando siamo arrivati a Lampedusa, ho visto un po' di umanità>>. Da Lampedusa Yusuphe è trasferito a Milano, e da lì a Lecco. I problemi in Italia non sono mancati, uno su tutti ottenere il permesso di soggiorno. Ma Yus - anche quando si è ritrovato per strada - ha deciso di vedere e vivere il lato positivo della situazione, di non cedere alla tentazione di prendere “la strada sbagliata”, quella della criminalità, anche laddove era l’unico suggerimento che gli veniva dato da altri in una situazione simile alla sua.
Yusuphe trova ospitalità alla Caritas e lì esprime il suo desiderio di fare volontariato. <<Tanti mi dicevano: “ma perché lo fai che non ti pagano?” Io credo che si debbano aiutare le persone che hanno bisogno. Ci sono sempre persone che hanno bisogno più di me. L'Italia mi ha salvato. Io devo fare qualcosa per l'Italia.>> E così diventa volontario presso il Centro Farmaceutico Missionario di Valmadrera, dove viene ospitato. Frequenta le scuole serali per imparare l’italiano e lavora come lavapiatti. Dopo tre anni in Italia, grazie alla sua proattività, ottiene prima il permesso di soggiorno e poi la cittadinanza, e trova occupazione come metalmeccanico. Durante il volontariato, conosce Eleonora, che diventerà sua moglie e con cui avrà due figli, Ismaele (6 anni) e Rachele (3 anni).

Oggi Yus è felice di essere in Italia, ma non sminuisce quello che ha passato. <<Se si sapesse prima quello che si deve affrontare, non partirebbe nessuno. Però è difficile far capire alla gente quello che succede. Anche in Africa, non è facile credere di poter essere trattato come sono stato trattato io, come un animale>>.
Ancor prima di informare riguardo ai rischi del viaggio, però, ciò che più è importante sarebbe che nessuno fosse spinto a intraprendere un viaggio simile a quello di Yusuphe. Nelle parole di Camilla Vimercati - presidente di R-Evolution - l’obiettivo è che, in Italia come in Gambia, <<ogni giovane debba poter restare per costruire oppure partire per crescere, ma mai essere costretto a farlo per sopravvivere>>.
Riccardo Bassani




















