La memoria come bussola del presente

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Articolo: La mia giovinezza da clochard quando treni, stazioni e strade erano luoghi sicuri e accoglienti

Messaggio: Nel suo testo sulle stazioni, Magni non si limita a ricordare un’adolescenza errante: mette in scena un’Italia che oggi sembra lontanissima. Le sale d’attesa dove un ragazzo poteva dormire senza timore, gli scompartimenti dei treni che diventavano rifugi improvvisati, la notte vissuta come territorio di scoperta e non di minaccia. Non è un passato idealizzato: è un tempo in cui la fiducia reciproca era ancora una risorsa diffusa, quasi naturale. Bastava un ferroviere che controllava l’abbonamento, un giornale sotto le scarpe per non sporcare la panca, e il mondo restava abitabile. Questa capacità di far parlare la memoria attraversa anche il romanzo Nino e gli anni Cinquanta. Lì è un bambino a guidare il lettore tra macerie, lutti, fatiche quotidiane, ma anche dentro una vitalità che nasceva proprio dalla precarietà. E dentro quella vitalità c’è anche la leggerezza del desiderio, la scoperta dei corpi, la sensualità ingenua di un’Italia che si rimetteva in moto. Le Vespe, le Lambrette, la Topolino non sono solo mezzi di trasporto: sono simboli di un risveglio. Le gambe al vento, le gonne che si sollevano, il petto che sobbalza: è un erotismo popolare, spontaneo, che racconta un Paese che torna a respirare. “Era davvero uno spettacolo”, scrive Magni, e in quella frase c’è tutta la meraviglia di un ragazzino che guarda la vita ripartire.
Il giovane Enrico delle stazioni fa lo stesso, mostrando come anche un luogo duro potesse essere vissuto senza paura. Il giovane Enrico delle stazioni e i ragazzi del romanzo compiono lo stesso gesto: accompagnano il lettore dentro un mondo duro ma abitabile, faticoso ma pieno di energia. Magni usa il passato come metro di misura.
Per capire quanto si sia trasformato il nostro rapporto con lo spazio pubblico, con l’altro, con la fragilità. Oggi le stazioni fanno paura, i treni fanno paura, la notte fa paura. E i clochard muoiono in strada in un silenzio che pesa più dei numeri. La risposta collettiva è stata chiudere, blindare, spostare ai margini. Ma la sicurezza non nasce da un cancello in più: nasce da una società che non ha smarrito il senso della convivenza. Per questo Magni cita esperienze come i “nidi” termici di Ulm: piccole capsule che proteggono dal gelo senza togliere dignità. È un gesto semplice, ma dice molto più di tante dichiarazioni. Ricorda che un luogo è davvero sicuro solo quando è abitabile per tutti, anche per chi non ha nulla. La forza di Magni sta qui: nel trasformare la memoria in uno strumento critico. Nel farci vedere che il passato non è un rifugio, ma una domanda: dove abbiamo perso il filo che teneva insieme le persone? Quando abbiamo iniziato a temere ciò che prima ci sembrava normale? Le sue pagine non offrono risposte facili, ma indicano una direzione: senza un minimo di fiducia reciproca, nessuna città potrà mai dirsi davvero civile. 
Paolo Alfonso Castagna
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