Belledo: ''Ho visto i miei miti piangere. Non volevo finire anch’io così''. Incontro con Daniel Zaccaro
Prima i furti, poi piccole rapine e poi i colpi in banca. Lui e un amico. A soli 17 anni, quando si è anche comprato un’auto nonostante non avesse naturalmente la patente. Poi il carcere minorile, la comunità e le fughe, fino a entrare, ormai maggiorenne, a San Vittore. Oggi è educatore nella comunità Kairos di don Claudio Burgio a Vimodrone. Lui è Daniel Zaccaro, 34 anni a marzo. Ieri sera, al teatro di Belledo ha raccontato la propria esperienza davanti a una platea composta da molti giovanissimi. Un appuntamento promosso nell’ambito del progetto “Fa.re.ora” e cioè Fare rete tra gli oratori, finanziato dalla Fondazione Cariplo, per proporre occasioni di riflessione per i giovani.

Nella breve introduzione, Paolo Brivio – responsabile del progetto – ha spiegato come l’incontro volesse porre all’attenzione un modo differente di educare, «oggi che vediamo come il metodo per educare sia quello della punizione, con i giovani puniti e messi ai margini.»

Zaccaro lavora alla comunità Kairos da otto anni e da poco è diventato responsabile di un “casa” condotta da cinque educatori e che ospita sette ragazzi. «Però – ha esordito – prima di lavorare in comunità sono stato anch’io in comunità.»
«Io sono nato e cresciuto nel quartiere milanese di Quarto Oggiaro – ha raccontato – Erano gli anni delle crisi adolescenziali, della trasformazione, quelli in cui ti allontani dai genitori, il periodo delle bugie, quando cambia il rapporto con gli adulti e con i ragazzi della tua età con i quali non puoi fare figure di merda.»
C’era un antefatto: «Arrivavo da un’infanzia in cui mi piaceva giocare a calcio. A dieci anni venni anche acquistato dall’Inter, poi dopo un anno per diversi motivi sono stato scartato. Evidentemente non ero così forte.»

A pesare c’era però il rapporto con il padre: «Era fissato che io dovessi diventare qualcuno e ha visto l’occasione nel “treno” dell’Inter. Mio padre mi seguiva in tutti gli allenamenti. Bello, ma questa cosa cominciò con il diventare soffocante. Dopo le prime partite in cui non brillavo, ha cominciato a criticarmi. E così ogni volta entravo in campo sempre più timoroso, sbagliavo sempre di più e allora aumentavano le critiche e arrivavano anche gli insulti. Negli allenamenti ero fortissimo, in partita sbagliavo tutto. A fine anno mi hanno detto non venire più. Da quel momento mio padre mi ha considerato un fallito.»
E’ una ferità che a dieci anni non si riconosce, ma poi salta fuori. Nell’adolescenza, appunto: «I ragazzi per crescere devono aggrapparsi a un modello, a qualcuno a cui assomigliare. I miei modelli erano a Quarto Oggiaro. Dividevo il mondo in due parti: quelli bravi a scuola, che ascoltavano i genitori, che nello sport facevano le loro belle cose e li consideravo degli sfigati, dall’altra quelli che rubavano, spacciavano, che erano contro la polizia mi affascinavano.»

E così «ho cominciato con qualche furto, piccole rapine di un portafoglio o di un cellulare. Poi, a 17 anni, con un amico ci siamo messi a rapinare banche, una volta, due, tre, quattro… Avevamo raggiunto la celebrità, avevamo soldi, ci guardavano: avevamo un grande bisogno di essere guardati, le ragazze ci riconoscevano, avevamo l’ammirazione e l’attenzione di tutti, ci sentivamo padroni del mondo. Poi è arrivata la realtà: prima arrestarono il mio amico e poi me, il 2 marzo 2010, due giorni prime dei miei diciotto anni, il compleanno più brutto, il primo in cui nessuno mi ha fatto gli auguri. Anche se poi la sera, gli amici sono venuti fuori dal carcere a festeggiarmi con i fuochi d’artificio. Ero al “Beccaria”: anche lì continuavo a fare il personaggio che mi ero costruito e mi sono cacciato nei guai, litigavo con tutti anche se l’educatrice mi diceva che io non fossi fatto per stare in carcere. Non capiva cosa facessi lì dentro, nonostante fossi un ragazzo che andava bene a scuola, che studiava, che era sempre stato promosso. Il fatto è che, anche se vanno bene a scuola, molti ragazzi stanno male e il mondo adulto non se ne accorge. Soprattutto quelli che si isolano: sono quelli che mi spaventano, non quelli che fanno casino.»

Dopo cinque mesi di carcere minorile a Milano, una comunità a Varese: «Sono scappato e mi hanno rimesso in carcere, poi un’altra comunità in Toscana e sono scappato anche da lì: sono seguiti tre anni in cui giravo da un carcere all’altro. Finché finalmente è arrivato l’imprevisto. Ero tornato a Milano, ero il più anziano del Beccaria me se mi fossi comportato bene avrei potuto lavorare che per un recluso è qualcosa di importante: consente di avere piccoli comfort, magari anche uscire qualche volte. Il sogno di tutti. Da lì è cominciato a svoltare tutto e poi è arrivato l’incontro con don Claudio anche se a me non piacevano i preti, mi sembrano persone ingenue e anche lui mi sembrava così e infatti non si avvicinava. Finché un giorno è stata organizzata una partita di calcio tra il liceo Beccaria e il carcere Beccaria. Gli studenti sono venuti in carcere: un avvenimento, sono venute le autorità, ne hanno parlato i giornali. Abbiamo vinto noi… Don Claudio ma ha visto giocare ed è venuto a chiedermi se volessi andare nella sua comunità, “che dobbiamo vincere il campionato”. Ecco, don Claudio è venuto da me in maniera differente da tutti gli altri adulti, si è avvicinato a me partendo dai miei interessi, ne era quasi incuriosito ed è diventato quasi un amico.»
Dopo tre anni al “Beccaria” «sono quindi andato alla comunità Kairos, una comunità che si fonda sulle relazioni e non sulle regole da rispettare, punta sull’intelligenza dei ragazzi, sulla responsabilità della propria libertà. Puoi fare qualsiasi scelta ma devi essere consapevole che lo fai sotto la tua responsabilità. Ci sono dialogo, rapporti, fiducia. Se vuoi avere fiducia da un ragazzo devi dargli tanta fiducia. E più facile stare nei contesti pieni di regole, più facile che stare in comunità, è più brutto ma più semplice. Tutti i luoghi pieni di regole sono semplici, basta rispettarle. Ma non cresci. Bisogna diventare liberi dentro: dalle sostanze, dalle relazioni tossiche, dai padroni… Arrivare a decidere non cosa sia giusto o sbagliato, quello lo si sa, ma cosa è vero o non è vero per me. Ho imparato molto. E ho imparato i rapporti gratuiti, senza tornaconto. Per la prima volta mi sono sentito uguale agli altri. Potevo raccontare le mie debolezze senza il timore che qualcuno se ne approfittasse.»

Concluso il periodo di un anno e mezzo in comunità, il ritorno a Quarto Oggiaro: «Ma ero svuotato, non avevo un progetto, un sogno, un obiettivo. Tanti sono stati salvati dallo sport o dall’incontro con una ragazza. Io ero frastornato. Quando non vivi per qualcuno si fa dura. Tempo tre mesi e mi hanno arrestato ancora anche se ero innocente, per via di una lite. Sono finito a San Vittore, il carcere degli adulti. In quei momenti cominci a immaginarti la vita. Vedevo uomini di 40, 50, 60 anni in lacrime. Vedevo questi uomini grandi con un’esperienza criminale alle spalle diventare piccoli. E mi dicevo: “Non voglio diventare così”. Erano i miei miti, non volevo vederli così. Stavo cambiando. Il bibliotecario mi proponeva dei libri: ho cominciato a leggere, leggevo molto, in carcere i libri ti aiutano. Anzi, sono i libri che leggono te.»
Poi l’incontro con professoressa, il ritorno alla comunità Kairos, la ripresa degli studi e il conseguimento del diploma e successivamente l’università arrivando alla laurea in scienze dell’educazione con 110 e lode.
«E oggi – ha aggiunto Zaccaro – faccio l’educatore. La mia storia è stata raccontata in un libro anche se il titolo (“ero un bullo”) non è che mi piacesse molto. Adesso ne stiamo facendo un film.»
Poi, il confronto con il pubblico, molte le domande da parte soprattutto dei ragazzi sui temi più disparati.
Il ruolo dell’educatore, per esempio, «che per essere un buon educatore deve sapersi mettere in gioco, perché gli adolescenti sanno toccare il punto dove non vorresti essere toccato. I migliori educatori sono quelli che imparano dai ragazzi. E’ fondamentale ascoltare i ragazzi che fanno fatica a farsi ascoltare dagli adulti. E allora bisogna ascoltarli e stare zitti.»
Oppure sul bullismo: «Davanti a episodi di bullismo, non bisogna solo pensare al bullo e alla sua vittima, ma bisogna interrogarsi sul resto della classe. Gli altri compagni devono intervenire subito, prendere posizione. A loro modo, bullo e vittima hanno preso posizione. E per crescere bisogna prendere posizione, non girarsi dall’altra parte. I più pericolosi sono quelli che stanno zitti.»
Nella breve introduzione, Paolo Brivio – responsabile del progetto – ha spiegato come l’incontro volesse porre all’attenzione un modo differente di educare, «oggi che vediamo come il metodo per educare sia quello della punizione, con i giovani puniti e messi ai margini.»
Zaccaro lavora alla comunità Kairos da otto anni e da poco è diventato responsabile di un “casa” condotta da cinque educatori e che ospita sette ragazzi. «Però – ha esordito – prima di lavorare in comunità sono stato anch’io in comunità.»
«Io sono nato e cresciuto nel quartiere milanese di Quarto Oggiaro – ha raccontato – Erano gli anni delle crisi adolescenziali, della trasformazione, quelli in cui ti allontani dai genitori, il periodo delle bugie, quando cambia il rapporto con gli adulti e con i ragazzi della tua età con i quali non puoi fare figure di merda.»
C’era un antefatto: «Arrivavo da un’infanzia in cui mi piaceva giocare a calcio. A dieci anni venni anche acquistato dall’Inter, poi dopo un anno per diversi motivi sono stato scartato. Evidentemente non ero così forte.»
A pesare c’era però il rapporto con il padre: «Era fissato che io dovessi diventare qualcuno e ha visto l’occasione nel “treno” dell’Inter. Mio padre mi seguiva in tutti gli allenamenti. Bello, ma questa cosa cominciò con il diventare soffocante. Dopo le prime partite in cui non brillavo, ha cominciato a criticarmi. E così ogni volta entravo in campo sempre più timoroso, sbagliavo sempre di più e allora aumentavano le critiche e arrivavano anche gli insulti. Negli allenamenti ero fortissimo, in partita sbagliavo tutto. A fine anno mi hanno detto non venire più. Da quel momento mio padre mi ha considerato un fallito.»
E’ una ferità che a dieci anni non si riconosce, ma poi salta fuori. Nell’adolescenza, appunto: «I ragazzi per crescere devono aggrapparsi a un modello, a qualcuno a cui assomigliare. I miei modelli erano a Quarto Oggiaro. Dividevo il mondo in due parti: quelli bravi a scuola, che ascoltavano i genitori, che nello sport facevano le loro belle cose e li consideravo degli sfigati, dall’altra quelli che rubavano, spacciavano, che erano contro la polizia mi affascinavano.»
E così «ho cominciato con qualche furto, piccole rapine di un portafoglio o di un cellulare. Poi, a 17 anni, con un amico ci siamo messi a rapinare banche, una volta, due, tre, quattro… Avevamo raggiunto la celebrità, avevamo soldi, ci guardavano: avevamo un grande bisogno di essere guardati, le ragazze ci riconoscevano, avevamo l’ammirazione e l’attenzione di tutti, ci sentivamo padroni del mondo. Poi è arrivata la realtà: prima arrestarono il mio amico e poi me, il 2 marzo 2010, due giorni prime dei miei diciotto anni, il compleanno più brutto, il primo in cui nessuno mi ha fatto gli auguri. Anche se poi la sera, gli amici sono venuti fuori dal carcere a festeggiarmi con i fuochi d’artificio. Ero al “Beccaria”: anche lì continuavo a fare il personaggio che mi ero costruito e mi sono cacciato nei guai, litigavo con tutti anche se l’educatrice mi diceva che io non fossi fatto per stare in carcere. Non capiva cosa facessi lì dentro, nonostante fossi un ragazzo che andava bene a scuola, che studiava, che era sempre stato promosso. Il fatto è che, anche se vanno bene a scuola, molti ragazzi stanno male e il mondo adulto non se ne accorge. Soprattutto quelli che si isolano: sono quelli che mi spaventano, non quelli che fanno casino.»
Dopo cinque mesi di carcere minorile a Milano, una comunità a Varese: «Sono scappato e mi hanno rimesso in carcere, poi un’altra comunità in Toscana e sono scappato anche da lì: sono seguiti tre anni in cui giravo da un carcere all’altro. Finché finalmente è arrivato l’imprevisto. Ero tornato a Milano, ero il più anziano del Beccaria me se mi fossi comportato bene avrei potuto lavorare che per un recluso è qualcosa di importante: consente di avere piccoli comfort, magari anche uscire qualche volte. Il sogno di tutti. Da lì è cominciato a svoltare tutto e poi è arrivato l’incontro con don Claudio anche se a me non piacevano i preti, mi sembrano persone ingenue e anche lui mi sembrava così e infatti non si avvicinava. Finché un giorno è stata organizzata una partita di calcio tra il liceo Beccaria e il carcere Beccaria. Gli studenti sono venuti in carcere: un avvenimento, sono venute le autorità, ne hanno parlato i giornali. Abbiamo vinto noi… Don Claudio ma ha visto giocare ed è venuto a chiedermi se volessi andare nella sua comunità, “che dobbiamo vincere il campionato”. Ecco, don Claudio è venuto da me in maniera differente da tutti gli altri adulti, si è avvicinato a me partendo dai miei interessi, ne era quasi incuriosito ed è diventato quasi un amico.»
Dopo tre anni al “Beccaria” «sono quindi andato alla comunità Kairos, una comunità che si fonda sulle relazioni e non sulle regole da rispettare, punta sull’intelligenza dei ragazzi, sulla responsabilità della propria libertà. Puoi fare qualsiasi scelta ma devi essere consapevole che lo fai sotto la tua responsabilità. Ci sono dialogo, rapporti, fiducia. Se vuoi avere fiducia da un ragazzo devi dargli tanta fiducia. E più facile stare nei contesti pieni di regole, più facile che stare in comunità, è più brutto ma più semplice. Tutti i luoghi pieni di regole sono semplici, basta rispettarle. Ma non cresci. Bisogna diventare liberi dentro: dalle sostanze, dalle relazioni tossiche, dai padroni… Arrivare a decidere non cosa sia giusto o sbagliato, quello lo si sa, ma cosa è vero o non è vero per me. Ho imparato molto. E ho imparato i rapporti gratuiti, senza tornaconto. Per la prima volta mi sono sentito uguale agli altri. Potevo raccontare le mie debolezze senza il timore che qualcuno se ne approfittasse.»
Concluso il periodo di un anno e mezzo in comunità, il ritorno a Quarto Oggiaro: «Ma ero svuotato, non avevo un progetto, un sogno, un obiettivo. Tanti sono stati salvati dallo sport o dall’incontro con una ragazza. Io ero frastornato. Quando non vivi per qualcuno si fa dura. Tempo tre mesi e mi hanno arrestato ancora anche se ero innocente, per via di una lite. Sono finito a San Vittore, il carcere degli adulti. In quei momenti cominci a immaginarti la vita. Vedevo uomini di 40, 50, 60 anni in lacrime. Vedevo questi uomini grandi con un’esperienza criminale alle spalle diventare piccoli. E mi dicevo: “Non voglio diventare così”. Erano i miei miti, non volevo vederli così. Stavo cambiando. Il bibliotecario mi proponeva dei libri: ho cominciato a leggere, leggevo molto, in carcere i libri ti aiutano. Anzi, sono i libri che leggono te.»
Poi l’incontro con professoressa, il ritorno alla comunità Kairos, la ripresa degli studi e il conseguimento del diploma e successivamente l’università arrivando alla laurea in scienze dell’educazione con 110 e lode.
«E oggi – ha aggiunto Zaccaro – faccio l’educatore. La mia storia è stata raccontata in un libro anche se il titolo (“ero un bullo”) non è che mi piacesse molto. Adesso ne stiamo facendo un film.»
Poi, il confronto con il pubblico, molte le domande da parte soprattutto dei ragazzi sui temi più disparati.
Il ruolo dell’educatore, per esempio, «che per essere un buon educatore deve sapersi mettere in gioco, perché gli adolescenti sanno toccare il punto dove non vorresti essere toccato. I migliori educatori sono quelli che imparano dai ragazzi. E’ fondamentale ascoltare i ragazzi che fanno fatica a farsi ascoltare dagli adulti. E allora bisogna ascoltarli e stare zitti.»
Oppure sul bullismo: «Davanti a episodi di bullismo, non bisogna solo pensare al bullo e alla sua vittima, ma bisogna interrogarsi sul resto della classe. Gli altri compagni devono intervenire subito, prendere posizione. A loro modo, bullo e vittima hanno preso posizione. E per crescere bisogna prendere posizione, non girarsi dall’altra parte. I più pericolosi sono quelli che stanno zitti.»
D.C.




















