In viaggio a tempo indeterminato/417: il cioccolato degli dei

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Ho sempre avuto una passione per il cioccolato fondente. Quello al latte non mi ha mai convinto fino in fondo.
Per questo quando ho visto una signora seduta fuori dal mercato di Cajamarca con davanti alle ginocchia un cesto pieno di cioccolata, non ho resistito.
Erano anche i giorni del ciclo, quindi niente e nessuno avrebbe potuto impedirmi di avere un pezzetto di quella delizia.
Mi avvicino alla signora e la prima cosa che noto è il suo enorme cappello color panna. È decisamente sproporzionato rispetto al suo viso. La falda è larga e rigida. Le copre metà delle spalle.
Osservo il cesto e quei dischi di cioccolato scuro disposti in modo ordinato. Ce ne sono di diverse misure ma il più piccolo avrà un diametro di 15 cm.
"È cioccolato puro?" le chiedo notando il colore scuro.
"Sì, cacao 100%" mi risponde lei mostrandomi tutti quei dischi di cioccolato.
"Quanto costa la più piccola?" Non voglio esagerare perché Paolo il cioccolato fondente non lo ama particolarmente e me lo mangerei tutto io.
Sì, la scelta tra fondente o al latte è sempre motivo di discussione tra noi. Così come la scelta tra thè freddo al limone o alla pesca. Sono questioni che possono mettere in crisi un rapporto!
"1 sol 50" mi dice la signora cioccolataia.
Faccio rapidamente il cambio nella mia testa.
Sono 0,40€. Incredibile.
Questa signora, senza saperlo, sta svoltando questa giornata iniziata con i postumi di una notte quasi in bianco per il viaggio notturno in autobus.

Acquistiamo il disco di cioccolato e anche qualche pallina fatta sempre con fondente ma mescolato con dello zucchero.
Addento subito la pralina e per un attimo mi ritrovo catapultata in Sicilia, a Modica. Questo cioccolato è preparato esattamente nello stesso modo. Lo zucchero non viene sciolto nel cacao ma rimangono i granelli interi. Masticarlo è una bizzarra esperienza perché l'amaro intenso del cacao si intervalla al dolce dello zucchero. 
Ricordo che quando eravamo stati a Modica, avevo letto che erano stati gli spagnoli a introdurre questa forma di lavorazione del cioccolato. Non che loro si fossero inventati niente, perché questa era la tecnica utilizzata nei Paesi oltreoceano che avevano colonizzato.
Mentre mi godo quella pralina di cioccolato, penso a quanto la nostra tradizione culinaria, quella di cui andiamo fieri e che recentemente è stata riconosciuta come patrimonio UNESCO, sia in realtà il risultato di influenze che provengono da lontanissimo.
Il cioccolato ne è solo un esempio ma non è di certo l'unico. Persino i capisaldi della cucina italiana oggi non esisterebbero se le materie prime non avessero viaggiato da un continente all'altro.
Pensiamo alla pasta con il sugo o alla pizza.
Se Cristoforo Colombo non fosse capitato per errore in quelle che oggi chiamiamo Americhe, probabilmente il pomodoro sarebbe arrivato molto più tardi o forse mai.
E magari chissà, non avremmo mai avuto la pasta con il sugo, la salsa per la pizza o il cioccolato con i granelli di zucchero.
Ma magari adesso in questa parte di mondo si parlerebbe quechua e ci sarebbero civiltà, culture e tradizioni, culinarie e non solo, uniche e inimmaginabili.
Ma la storia purtroppo è andata diversamente.
Noi abbiamo il pomodoro e qui a Cajamarca dell'ultimo sovrano Inca non resta che una statua nei bagni termali dove amava riposarsi.
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Dopo la pralina, addento anche un pezzetto di cioccolato della tavoletta in purezza.
Mi basta una piccola quantità per sentire un forte sapore amaro riempirmi il palato. Il cioccolato fondente che ero abituata a mangiare, non ha nulla a che vedere con quello comprato dalla signora fuori dal mercato.
Alla fine chi lo aveva mai assaggiato un cioccolato puro al 100%?
Il sapore di cacao è intenso, quasi terroso, per niente dolce. Ma appena il cervello si abitua al fatto che quello non sarà un dessert, è gustoso e piacevole. Una sensazione inaspettata invade il palato e capisco perché gli Inca lo considerassero la bevanda degli dei.
Sì, bevanda, perché qui in Perù ancora oggi il cioccolato viene bevuto più che mangiato.
Nei mercati e nei negozi vengono vendute delle tavolette che vanno fatte semplicemente sciogliere in acqua o latte bollente. Quella che si ottiene non è una cioccolata densa e cremosa come siamo abituati a berla noi, ma una specie di tisana al cacao. Più leggera e più liquida.
Ma perché il cioccolato è da secoli così importante in questa parte di mondo?
Il cacao viene coltivato in Perù da oltre 5.500 anni, soprattutto nella zona dell'Amazzonia.  Non era considerato alimento da tutti i giorni, ma una bevanda sacra consumata soprattutto dai sacerdoti e dalle élite durante rituali sacri, per connettersi con gli dèi e mostrare l'elevato status sociale.
La preparazione seguiva un processo preciso: si toglievano i semi dalle fave, venivano tostati piano sul fuoco e poi macinati per ottenere una polverina amara.
Questa polvere veniva poi mescolata con acqua, peperoncino, mais e a volte vaniglia o fiori per renderla schiumosa. E proprio la schiuma era la parte magica e mistica, segno di energia divina. 
La bevanda così ottenuta veniva poi consumata fredda nei templi, come offerta agli spiriti, perché simboleggiava vita, fertilità e il legame tra il mondo terreno e quello celeste. 
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Addento un altro pezzetto di cioccolato puro e sento tutta la magia della situazione in cui mi trovo.
Sto gustando il cibo degli dei, in un villaggio sulle Ande peruviane a più di 3000 metri. Intorno a me il caos vivace del mercato, i colori dei vestiti, il pallore degli enormi cappelli.
L'aria fresca, il respiro corto per l'altitudine, il sole più intenso.
La statua dell'ultimo sovrano di un mondo che non esiste più.
Le facciate delle chiese che sembrano fatte di sabbia dorata.
Mi sembra una situazione surreale, come se fossi dentro un romanzo o un sogno.
Eppure è solo un pezzo di cioccolato comprato da una signora con un grande cappello fuori da un mercato.
Angela (e Paolo)
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